I social network in azienda, questione di cultura. Di tutti.

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Nei giorni scorsi un’azienda amica ha deciso di chiudere tutti i Social Network (Twitter, Facebook, Linkedin e molti altri), nonché filtrare moltissime parole chiave. Questa scelta, anche se da una parte mi sembra assurda visto che si tratta di una società che ha il web nel dna, non è del tutto contestabile nel momento in cui si osservano i dati di traffico rilevati da un monitoraggio della rete: il 75% del traffico della rete è derivante da Facebook! In effetti qualche riflessione in più credo sia il caso di farla.

Prima di tutto va detto che la modalità di utilizzo di facebook è diversa tra persona e persona, soprattutto tra addicted e non. Per capirci meglio, gli “adetti ai lavori” sono quelli che utilizzano facebook come strumento di comunicazione o per svago (moderato) e, a mio avviso, sono quelli che paradossalmente generano meno traffico poichè effettuano connessioni spot, quando possono rispondono alle notifiche via email, utilizzano iphone o altri device e soprattutto utilizzano altri plugIn o sistemi di cross posting per aggiornare il proprio stato. Di contro ci sono quelli che non sono addetti ai lavori e che utilizzano prevalentemente facebook per socialcazzeggio e sono i più dannosi (dal punto di vista del traffico!): effettuano connessioni frequenti o addirittura lasciano il browser aperto in polling (per i non addetti: facebook effettua continui aggiornamenti dei dati della vostra pagina, anche se non è stato fatto il refresh, grazie a chiamate ajax/jquery), rispondono a tutti i sondaggi e giocano con le mille applicazioni che ogni giorno vengono rilasciate dagli sviluppatori e dalle aziende.

Bisogna però anche dire che il traffico verso facebook non è soltanto generato direttamente dall’utilizzo di facebook stesso, ma anche dalla navigazione su tutti quei siti che hanno embeddato (per i non addetti ai lavori, si intende inserito, incluso) il facebook-connect all’interno del proprio sito per permettere l’autenticazione o per la pubblicazione del widget dei fan. Molti blog e siti istituzionali di aziende ormai infatti hanno questo tipo di informazioni incluse per motivi di visibilità e marketing. Ovviamente non sto dicendo che il traffico è generato principalmente da questo, ma sicuramente dal punto di vista dei dati e delle connessioni verso il social network un numero importante di chiamate viene da qui.

Ora se da una parte c’è un aspetto “tecnico” di valutazione del traffico, dall’altra c’è un aspetto da valutare relativo alla cultura dell’ “informatico iperconnesso“, al tipo di utilizzo della rete e alla modalità di lavoro. I nuovi informatici sono abituati ad usare la rete ed i social network nella loro vita privata e trovano naturale poter usare gli stessi strumenti per gestire le relazioni professionali, la ricerca di informazioni di lavoro e per trovare soluzioni e risolvere problemi. Non avere a disposizione certi strumenti rende frustrante il lavoro e allo stesso tempo, secondo me, diminuisce le performance lavorative.

Infine c’è da tenere in considerazione la visione dell’azienda nei confronti del problema produttività dei propri dipendenti. Un azienda che punta ad avere il massimo dai propri collaboratori e che non principalmente di web o soprattutto che non ha la cultura dell’importanza della rete per gli sviluppatori, vede l’utilizzo di Facebook o sistemi similari come una enorme perdita di tempo e nel caso della band come uno spreco di risorse . Di fronte ad un numero così alto (75% del traffico!) in effetti è difficile non comprendere una politica di chiusura di tutto e soprattutto è difficile non farsi venire in mente la fatidica domanda “Ma gli serve veramente facebook ai programmatori?“. Secondo me, non serve, ma chiudere totalmente comunque è un problema e non è una politica che io personalmente attuerei: il divieto di usare i social network durante il lavoro lo ritengo un boomerang per l’azienda.

In questi giorni ho letto un post, che mi è piaciuto molto, di Josh Bernoff, analista di Forrester Research e co-autore di Groundswell, nel quale viene chiarito il concetto di “lavoratore iperconnesso”, definito in modo specifico nel concetto di HEROHighly Empowered and Resourceful Operative, ossia quel collaboratore che utilizza le risorse della rete e di internet ed è incoraggiato ad usare la rete a vantaggio dell’azienda. Secondo l’idea degli autori di Groundswell, il management di un azienda non deve più controllare, limitare e applicare procedure rigide, ma, al contrario, deve creare un contesto in cui chi lavora è in grado, grazie alla tecnologia, di mantenere un rapporto vivo con clienti e consumatori, anch’essi sempre più empowered, trovando soluzioni innovative e facendo viaggiare l’azienda alla stessa velocità del suo mercato.

Riguardo alle politiche e policy attuabili in azienda, la chiusura drastica di tutto, come ho già detto, secondo me non è vincente. Principalmente sensibilizzerei le persone sull’importanza o meno dell’utilizzo dei social in determinati contesti o in determinati momenti della giornata, e se proprio la situazione non cambiasse, applicherei delle restrizioni in termini di banda e/o di tempo a disposizione per utente, garantendo magari quel 20% massimo da dedicare a svago e recupero tra un attività e l’altra.

Personalmente utilizzo Facebook per rimanere prevalentemente in contatto ed essere aggiornato sui rapporti con le persone e con gli amici, sapere cosa fanno e magari avere qualche bella notizia. Utilizzo MeemiTwitter e Friendfeed per approfondimenti di temi specifici e condividere notizie ed informazioni, mentre utilizzo Linkedin per tenermi aggiornato sul percorso professionale di amici ed ex colleghi o trovare altre opportunità e contatti.

Concludendo ritengo che l’utilizzo dei social network in azienda sia un problema di cultura, di tutti: l’azienda deve aprire all’utilizzo dei social e capirne l’importanza, e i dipendenti devono apprenderne le potenzialità ed i limiti e moderarne l’utilizzo.

E voi, come utilizzate i social network? Ops, … magari non riuscite a navigare perchè avete tutto chiuso. 😉

Differenza tra Project Manager e Product Manager

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Pochi minuti fa ho visto un Tweet di Nicola che conteneva un link ad un post dal titolo “Are you a Web Project Manager or Web Product Manager?” . Mi sono letto l’articolo di Rob Grady con molto interesse poichè ultimamente, spesso, mi è capitato di discutere dello stesso argomento con alcuni colleghi ed in particolare l’attenzione si è focalizzata sulle differenze dei processi di produzione di un progetto e quello di un prodotto. Le differenze secondo me, aldilà che è noto che ci sono processi completamente diversi, si possono individuare semplicemente nelle responsabilità e negli obiettivi del project manager e del product manager.

I titoli di Project Manager e Product Manager (indipendentemente dal web o meno), anche se apparentemente simili vista la minima differenza nel nome stesso (ci sono solo due lettere differenti pro (je) ctpro (du) ct), sono decisamente differenti e l’elenco dello skill che ognuno di essi deve avere è particolarmente diverso. Guardando ad una definizione di più alto livello, un project manager gestisce un progetto che ha un inizio e una fine con un ciclo di vita limitato (Project Lyfecicle), mentre il product manager ha il compito di gestire il ciclo di vita del prodotto (Product Lyfecicle) che può avere una durata decisamente più lunga poichè coincidente con il modello di business dell’azienda stessa (che si spera che non cambi o finisca a breve termine…).

I project manager hanno l’incarico di assicurare che i progetti siano disponibili nel tempo pianificato, che vengano sviluppati nel budget stabilito e che soddisfino le esigenze iniziali del cliente. Le capacità di project manager sono relative allo sviluppo di piani di progetto dettagliati, alla realizzazione di documentazione e alla consegna del progetto, nonché alla gestione delle risorse assegnate al progetto. L’obiettivo principale di un project manager è quello di garantire che le persone assegnate eseguano efficacemente una serie di compiti: anche se tecnicamente, professionalmente e particolarmente capaci di gestire progetti nel medio-breve termine, generalmente non sono interessati alla strategia di business di un prodotto.

Differentemente l’obiettivo del product manager è quello di gestire un “prodotto” attraverso un ciclo di vita atto a migliorare, crescere e restituire, continuamente, risultati che rispondono agli obiettivi aziendali definiti. Il Product manager non solo deve concentrarsi sulla definizione delle attività di front-end e sul delivery del prodotto, ma operativamente segue la gestione e la misurazione del prodotto anche dopo che è stato sviluppato al fine di garantire il rispetto degli obiettivi prefissati. Al Product manager inoltre possono essere affidati un alta varietà di compiti: modellazione del business, ricerche di mercato e degli utenti, definizione dei requisiti, progettazione dell’interfaccia, supporto al prodotto e supporto alle vendite.

Con l’avvento del web questa differenza si è amplificata ulteriormente, le aziende non sono state in grado di percepirlo e hanno affrontato le tematiche del web in modo errato. I siti internet , che negli ultimi 15 anni sono stati tra gli argomenti più trattati nelle aziende, sono stati affrontati come progetti e non come prodotti. Questo è successo perchè pochissime aziende hanno avuto la capacità e l’esperienza per capire che un sito deve rispecchiare il modello di business e come tale deve esser gestito. Molte aziende hanno affrontato l’esigenza del sito, così come per molti altri progetti tecnologici, come un progetto affidandolo a consulenti e società terze che notoriamente fanno progetti per core business e non hanno quell’attenzione che un prodotto richiede.

Concludendo, non è detto (e per esperienza personale è una certezza) che un azienda che sa fare progetti, sappia anche fare prodotti, e viceversa.

Tim Berners-Lee ed il futuro del web

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Un video assolutamente da vedere e ascoltare. 20 anni fa, Tim Berners-Lee inventò il World Wide Web. Per il suo prossimo progetto, sta lavorando alla creazione di un web pensato in funzione di dati condivisi e interconessi che potrebbe rappresentare per i numeri ciò che il Web è stato per le parole, le immagini e i video: rendere accessibili i dati riformulando il modo in cui li usiamo.

Indigeni Digitali

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L’indigeno digitale, riprendendo in parte una frase trovata in rete (credo di Luca Sartoni) e riportata sul blog di Nicola Mattina, è colui che vive da sempre il digitale in tutti i suoi aspetti: crea le nuove applicazioni, testa e approfondisce nuove le nuove tecnologie, partecipa attivamente alla conversazione in Rete, diffida di un certo peloso marketing online, non si occupa di divulgare la conoscenza anche agli analogici perchè sono grandi abbastanza per sapersi arrangiare ma li aiuta se questi manifestano interesse. Un indigeno è un appassionato di tecnologie e mette a disposizione degli altri indigeni il proprio kwon how, le proprie capacità ed il proprio network.

Gli Indigeni Digitali non sono un nuovo Linkedin né tanto meno un social network. E’ un gruppo di persone che vogliono confrontarsi e condividere esperienze, casi di successo ed insuccesso, avere un parere tecnico e una soluzione in momenti critici e non, e bersi un bicchiere di vino dopo una giornata di lavoro chiacchierando di bit e byte in modo rilassato.

Indigeni Digitali  è un iniziativa che ha l’obiettivo di generare un punto di incontro e di confronto tra professionisti e tecnici che vogliono interagire collaborare e creare opportunità, sia online che offline.

L’idea degli Indigeni Digitali è nata in questi ultimi anni di lavoro, tra un gantt e un rilascio in produzione, tra un caffè e un sushi a pranzo, tra un aperitivo e una birra, ma soprattutto durante i vari confronti avuti con tutte le persone che ho incontrato sui vari progetti e che mi hanno permesso di maturare alcuni principi per me ormai fondamentali: il confronto, l’ascolto, la condivisione e la passione per la tecnologia e l’innovazione. Questi sono i principi di base degli Indigeni Digitali.

Se volete seguire ed entrare in contatto con gli indigeni, ecco alcuni link:

Il Business Plan per fare impresa

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Come ho detto in altri post, la creatività, l’entusiasmo e la fantasia sono le caratteristiche fondamentali per qualunque iniziativa che si vuole definire imprenditoriale. Il rischio e la possibilità di sbagliare , quando si fa impresa, sono dietro l’angolo. Uno strumento fondamentale per non andare allo sbaraglio ed affrontare un attività in modo più strutturato è il business plan, un documento di programmazione e pianificazione indispensabile per determinare obiettivi e strategie ed evidenziare gli eventuali pericoli che si potrebbero manifestare.

Cos’è un Business Plan?
Il business plan è un documento dettagliato, che approfondisce ed esamina tutte le aree e le tematiche di un’impresa. Può essere pensato come una sorta di documento d’identità dell’impresa, attraverso il quale si formalizzano tutte le componenti del piano imprenditoriale: dall’analisi del mercato e dei concorrenti al progetto finanziario, dala  gestione delle risorse umane fino al marketing. Questo documento più è dettagliato e più facilita la comprensione e la valutazione del valore dell’impresa e del progetto. Le funzioni del business plan vanno al di là del semplice biglietto da visita: se ben fatto serve ad approfondire i problemi che si dovranno affrontare e gli strumenti da utilizzare per farlo.

La preparazione richiede tempo e dedizione e purtroppo spesso si cade nell’errore di pensare di poterlo fare in poco tempo. Non è così. Non si tratta di un semplice riassunto delle competenze e delle idee che si intendono avviare, né di un excel contenente le spese da affrontare. Il business plan è un progetto studiato, approfondito, strutturato e dettagliato che da vita alla nuova impresa. Più il documento è fatto bene, più l’azienda avrà delle radici forti.

E’ importante fare un Business Plan?
Come ho già detto, purtroppo si pensa troppo spesso che la pianificazione scritta sia una perdita di tempo. Ci sono molti casi in cui è dimostrato che è meglio perdere qualche giorno in più, piuttosto che trovarsi a chiudere l’azienda, poco dopo averla avviata, perché qualche “imprevisto” si è manifestato e non eravamo pronti ad affrontarlo. L’elaborazione e la creazione di un piano dettagliato per la propria idea di business richiede dedizione e sottopone il futuro imprenditore ad uno sforzo intellettuale non indifferente e di gran lunga superiore alla sua immaginazione.

L’entusiasmo iniziale che si ha allo startup spesso induce le persone a minimizzare e sottovalutare i dati non favorevoli e i possibili punti deboli, se non addirittura a non considerarli… Gravissimo e pericoloso!

In termini di comunicazione, il documento di impresa è un manifesto, è la carta d’identità del progetto. Il Business Plan parla dell’azienda che sarà, parla dell’idea e del modello di business, definisce le modalità di monetizzazione e parla dell’imprenditore, della sua serietà e del suo impegno. E’ uno strumento fondamentale che deve esser utilizzato anche ai fini comunicativi: serve a farsi conoscere ed eventualmente finanziare. Il Business Plan è importante anche nelle fasi successive all’avvio del progetto:  ha un grande importanza anche come strumento di gestione e controllo e permette all’imprenditore di non perdere mai di vista gli obiettivi dell’azienda, di controllarne l’andamento e in alcuni casi serve di capire che è il giusto momento di ri-tarare il proprio business.

Come si fa un Business Plan?
Ci sono alcune linee guida da fissare a mente. La redazione del business plan deve essere sintetica ma non troppo, deve convincere in poco tempo senza esser prolissa. Deve utilizzare un linguaggio tecnico ma non specialistico, altrimenti rischia di non essere comprensibile a tutti. Deve fornire dettagli e informazioni specifiche ma non dati superflui e ininfluenti alla valutazioni del business. Detta così, sembra tutto scontato e banale, ma tra il dire ed il fare, come sempre, c’è di mezzo un immensità. Il consiglio che si posso dare è legato al buon senso: si deve valutare l’entità del progetto in base ai destinatari, alle esigenze e alla specificità della propria attività. In un Business Plan è sicuramente importante enfatizzare alcuni fattori che riepilogo in tre macro categorie:

  1. gli obiettivi , devono esser strutturati per motivare gli altri e se stessi;
  2. il piano di marketing e la comunicazione, per dimostrare che il progetto può funzionare e ha uno spazio in cui muoversi;
  3. i numeri, per la definizione di costi e ricavi, modello di business e piano di rientro di un investimento iniziale.

Queste tre macro informazioni rendono facilmente intuibile l’idea di business ed il piano che si vuole portare avanti all’interlocutore con il quale ci troveremo a confronto.

Esiste una struttura standard per un Business Plan?
Esistono ormai dei modelli di Business Plan più o meno noti, ma tendenzialmente un documento di questo tipo dovrà sempre contenere:

  1. La copertina del progetto con le informazioni dell’imprenditore (nome, cognome, sede, riferimenti);
  2. La descrizione del progetto, sintetica ma allo stesso tempo esaustiva contenente caratteristiche tecniche, materiali, punti di forza e debolezza, aspetti innovativi, politiche di pricing e confronto con il mercato;
  3. La forma giuridica della società e gli la struttura in termini di persone, profili e qualifiche professionali. E’ buona norma definire ruoli e competenze;
  4. Analisi del mercato, dati raccolti in fase di ricerca, target, concorrenza e descrizione del servizio offerto;
  5. Piano di marketing (si può utilizzare la regola delle quattro P del marketing: prodotto, prezzo, place, promozione);
  6. Obiettivi imprenditoriali e dettaglio del progetto;
  7. Aspetti organizzativi della società (struttura, uffici, personale, curriculum, tipologie contrattuali, piano di assunzione di nuovo personale, orari di lavoro);
  8. Piano finanziario comprensivo di informazioni di startup, fonti di finanziamento, i metodi e tempi di rimborso, piano di ammortamento dell’investimento iniziale, previsione dei costi di gestione, flussi di cassa e ipotesi di ricavo;
  9. Promozione e piani di comunicazione pubblicitaria
  10. Motivazione e descrizione personale. L’imprenditore ci deve mettere la faccia e deve quindi mettersi in gioco descrivendo le ragioni che lo spingono a scegliere la strada del rischio imprenditoriale. Anche se può sembrare inutile dichiarare la propria motivazione, è in realtà un’indicazione importante per chi di investire e finanziare il progetto.

Una StartUp che si rispetti, deve avere un Business Plan? Secondo me si, e personalmente (sarà un limite) non riesco a capire quei progetti che partono senza avere un modello di business tendenzialmente delineato e una logica di monetizzazione non definita e chiara.

Differenze tra Microsoft Tag e QR Code

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Ieri ho scritto un post relativamente alla tecnologia Tag di Microsoft e subito dopo mi sono ritrovato a parlare con amici più o meno smanettoni relativamente alle implementazioni possibili ma soprattutto riguardo alle differenze e ai vantaggi tra una tecnologia e l’altra. Partendo dal fatto che entrambe le tecnologie sono legate al concetto di object hyperlinking, la domanda che ci siamo posti però è stata “Ma quali sono queste differenze tra il TAG ed il QR?”

Bene, qui di seguito ecco un pò di riflessioni al riguardo.

Stampa. Tag consente una dimensione molto più piccola dei codici QR, per cui su materiale stampato riduce l’ingombro. Immaginiamo per esempio l’utilizzo di un Tag su una stampa di un annuncio: nel caso dei QR il codice dovrà esser ben visibile, mentre con i Tag si avrebbe un impatto visivo minore e meno invasività.

Personalizzazione. Il tradizionale codice 2D è un simbolo privo di senso: dopo tutto si tratta di un codice a barre bianco nero. Con Tag invece, attraverso l’opzione per effettuare Custom Tag, si possono integrare completamente codice e marchio, per esempio, creando dei simboli anche visivamente e graficamente interessanti.

Unico lettore. Attualmente sul mercato sono presenti molti lettori di Codici QR, gratuiti e non, e sopratutto con funzionalità e caratteristiche differenti a seconda del device. Microsoft fornisce invece una singola soluzione per il mobile tagging per tutte le principali piattaforme: Windows Mobile, J2ME, iPhone, Blackberry, telefoni Symbian S60 e Android.

Precisione. La sofisticata tecnologia utilizzata da Tag, chiamata High Capacity Color Bar Code, o HCCBs, permette una accurata scansione anche su telefoni cellulari che hanno delle fotocamere con caratteristiche limitate e in situazioni di immagine sfocata, di bassa qualità delle lente, o di mancanza di auto-focus per la messa a fuoco dell’immagine. I barcode QR spesso non si riescono a leggere proprio per i problemi appena descritti.

Api e sviluppo. Sia per Barcode QR che per TAG si possono trovare sul mercato delle API di sviluppo. Nel caso dei QR Code ci ha pensato Google, mentre per i Tag ci ha pensato ovviamente Microsoft.

Report. Passando da Microsoft ogni scansione, si ha sempre un report di lettura e delle statistiche. Nel caso dei QR bisogna sviluppare un applicazione di tracciamento per ogni progetto.

Leggendo queste riflessioni e tirando le somme sembra che il Tag d Microsoft siano migliori dei Barcode QR senza ombra di dubbio. Personalmente, come ho detto anche ieri sul post in risposta a Riccardo, ho un pò di dubbi relativamente al fatto che Microsoft mantenga gratuito il client e rimango un pò diffidente dall’utilizzo di questo sistema che passa sempre e comunque dai sistemi di microsoft (…ovviamente questo succede anche nel caso delle API di Google).

Barcode QR a colori con Microsoft Tag

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In questi giorni ho avuto modo di approfondire un pò di problematiche relative ai Barcode QR e dopo aver messo on line un apps di prova per generare i QR per un amico di Torino, mi son trovato a leggere un articolo interessante relativo al caso dell’ente Turismo Torino e Provincia. In pratica l’ente ha dato il via alla prima implementazione dei tag basata sulla tecnologia di barcoding Microsoft Tag (High Capacity Color HCCBs)

La cosa mi ha incuriosito e subito mi sono letto un pò di articoli, specifiche tecniche e le linee guida per creare dei tag personalizzati. Praticamente questi barcode della Microsoft non hanno niente più dei semplici Barcode QR, con la differenza però che sono a colori e che il client per i cellulari è distribuito gratuitamente da Microsoft per :

  • Android
  • Blackberry
  • iPhone
  • J2ME
  • Java 2 Micro Edition
  • PalmOS
  • Symbian S60
  • Symbian S60 1st Edit
  • Symbian S60 2nd Edit
  • Symbian S60 3rd Edit
  • Symbian S60 5th Edit
  • Windows Mobile
  • Windows Phone

La Microsoft ha inoltre creato un apposita sezione dedicata a chi vuole generare il proprio barcode da utilizzare su volantini, manifesti, siti e biglietti da visita (molto geek). L’utilizzo di questa applicazione è gratuita, attivabile facilmente attraverso l’account Hotmail / MSN e permette anche di avere dei report di lettura.

Insomma, ma dico io, è possibile che Microsoft debba sempre realizzare qualcosa fuori standard, solo per differenziarsi un pò?

Devo dire però che questi barcode, aldilà del fatto che possono contenere più informazioni, sono effettivamente graficamente più belli e curiosi.

UPDATE 15/03/2010 ore 15.18: ho trovato anche questa pagina relativa alla sezione sviluppatori contenente le API da utilizzare per eventuali sviluppi

Internet is Freedom

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Giovedi 11 marzo, come molte altre persone, ho partecipato al convegno Internet è Libertà nella Sala della Regina a Montecitorio. Sono arrivato particolarmente presto e ho avuto così la fortuna di evitarmi la fila formatasi all’ingresso del palazzo negli ultimi minuti prima dell’inizio. Il potere della rete è incredibile: un convegno che doveva esser ristretto a pochi, si è trasformato in una classica scena da discoteca, con gente rimasta fuori, in piedi e sotto la pioggia.

Ospite d’onore del convegno Lawrence Lessig, autore di REMIX, testo fondamentale per capire le nuove dinamiche relative al diritto d’autore e alla fruizione di contenuti e informazione e colui che ha fondato Creative Commons : il suo intervento, molto originale e curato, ha descritto lo scenario della situazione della Rete nel mondo in modo molto chiaro. Ha parlato del problema della regolamentazione affrontato da molte nazioni, dei fattori critici che oggi rendono Internet un campo di battaglia e fonte di molte discussioni, e di come  Internet ancora non sia un’entità totalmente definita, completa e regolamentata. Io aggiungerei non ancora compresa, da molti. Lessig ha invitato l’Italia a legiferare e regolamentare guardando al futuro e non al presente. C’è bisogno di vedere un pò più avanti e discutere di cose concrete. Il convegno si è chiuso con una frase di Lessig degna veramente di esser sottolineata: “Grazie per non avermi chiesto nome e cognome per collegarmi a Internet” . Ovviamente la battuta ironica del professore era rivolta all’unicum italiano che prevede l’identificazione per navigare su una rete WiFi.

Cosa mi è rimasto di questo pomeriggio a Montecitorio?

Che fortunatamente in giro per il mondo c’è gente che pensa, fa (e non sta solo a guardare) e diffonde cultura.

Che in Italia, chi promuove un iniziativa importante come questa (fatto sottolineato anche da Lessig), se ne va dopo averla introdotta (video). Parlo di Fini.

Che in Italia chi fa le leggi, ha scoperto pochi minuti prima della conferenza chi è Lessig, che Youtube è di Google (e l’ha sottolineato 3 volte), che Youtube non ha un filtro preventivo (grazie a Riccardo Luna per averglielo spiegato), che il suicidio su Facebook si può fare e non è una diceria, e che se ha voglia di vedere porno può andare su Youporn invece di cercare su Youtube. Parlo di Romani.

Che anche di fronte ad un argomento così importante e dopo 3 ore di convegno, la domanda più posta nei tweet è stata: “Ma quindi?”. Dimostrazione che non si parla mai di cose concrete, ma quasi sempre di fuffa.

Che il popolo della rete non si mobilita solo per cazzeggio: quello davanti all’ingresso di Montecitorio, per chi non l’avesse capito, non era un flashmob, era la voglia di partecipare e far sentire a gran voce che Internet è Libertà e la rete va difesa.

Visionaria 2010: giovani, imprese e futuro

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Ieri ho partecipato all’evento Visionaria 2010 – 1° Brainstorming Day organizzato dalla Fondazione Ateneo Impresa, istituzione no profit che ha come missione quella di favorire l’aggregazione, la crescita e la valorizzazione dei giovani talenti e diffondere la mentalità imprenditoriale.

Visionaria 2010, presentato con il concetto workshow, è stato creato  su tre parole chiavi principali: “giovani, imprese, futuro” per favorire l’interazione tra giovani, imprese ed istituzioni, all’insegna della libera circolazione di idee.

L’obiettivo dell’evento, che si propone di diventare il primo esperimento in Italia di melting pot creativo, è quello di condividere e far conoscere ai giovani talenti nascosti, attraverso incontri e presentazioni, i casi di successo, le esperienze di imprenditori e dei visionari che hanno concretamente realizzato le loro idee.

Le domande di partenza che si è posto Romolo Di Stefano, presentatore dell’evento, sono state “Quanti talenti inespressi ci sono nel nostro Paese? Quante buone idee non riescono ad emergere? E quindi, chi più di un giovane può essere un visionario? “.

A dare risposte a queste domande ci sono stati molti interventi, più o meno interessanti, e che ho cercato di raccogliere qui di seguito:

  • Gianmaria Fara (Eurispes): parlando delle difficoltà che si possono incontrare nella vita, della burocrazia e della difficoltà che c’è in Italia ad immaginare il futuro, ha detto “La vita non è uno spot, è più complessa di quello che pensate” e poi, sempre rivolto ha continuato dicendo “Non sentititevi una specie protetta perchè le specie protette vanno in estinsione“.
  • Giampaolo Tagliavia (MTV Italia): ha presentato il progetto Tocca a Noi, i risultati ottenuti fino ad oggi e i dati dei sondaggi e delle votazioni effettuate da MTV relativamente alle aspettative dei giovani: c’è bisogno di riforme sulla scuola e sulle università.
  • Giulio Xhaet (Cesop): ha parlato di personal branding e cv 2.0. Il curriculum al tempo del web 2.0 è cambiato, non è più come prima: oggi è in beta perpetual, vivo, destrutturato ma trasparente. E’ basato sul web e sui social media, è presente sui professional network. Ha parlato di casi di successo come Swan Fanning, Mark Zuckemberg, Chad Hurley, Biz Stone, di Andrea Lo Pumo e degli altri Nativi Digitali italiani. Ha detto “I giovani hanno un sentimento radicato: vogliono metterlo in quel posto al potere!
  • Christophe Sanchez (TesiOnline): ha presentato dei numeri relativi al plagio (il 40% della tesi italiane è plagiato). Ha presentato il progetto Compilatio.net , strumento nato per l’analisi dei contenuti e l’individuazione delle fonti e della percentuale di plagio. Ha detto “I giovani che copiano, si perdono un esperienza formativa fortissima, e non portano nulla nel mondo del lavoro
  • Daniela Obaldi (Next Exit): ha parlato degli Invisibili di  Successo, e dell’esigenza di dare visibilità ai giovani che hanno ricevuto premi, che hanno creato progetti, ma che nessuno conosce.
  • Luigi Campitelli (Bic Lazio): parlando di investimenti, capitali e startup ha sottolineato l’importanza di alcune caratteristiche che i giovani imprenditori devono avere: determinazione, curiosità e saper dare risposte al mercato.
  • Massimiliano Magrini (Annapurna Ventures): ex Country manager di Google e Altavista, ha parlato della sua esperienza in Google e della suo nuova azienda-incubatore e accelleratore di nuova generazione, specializzato nel lancio e nel supporto di iniziative imprenditoriali in ambito digitale.
  • Massimo Banzi (Arduino): ha presentato il progetto del primo hardware open Source e le applicazioni della sua creatura. Eccezionale, una persona veramente in gamba.

Sono stati poi presentati alcuni progetti ed alcune esperienze di studenti, giovani e piccole startup. E’ stato molto interessante.

Ci sono stati contenuti, ma non è stato un convegno tradizionale. Ci sono stati i giovani, ma non era una festa. Ci sono stati i manager, ma non era un business meeting.

E’ stato un altro momento di ossigeno, idee, stimoli ed incentivo al fare e al non fermarsi al primo ostacolo.

Due parole sull’Ignite e poi appuntamento a Roma

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Sono giorni che medito di portare il concetto dell’Ignite (PS per i colleghi: tranquilli, non ha niente a che fare con Crypton e cose similari) all’interno delle aziende come metodologia di condivisione e presentazione dei progetti in corso o in partenza, con l’obiettivo di far conoscere a tutti lo stato dell’arte e gli impegni dell’azienda periodicamente. Parlandone mi sono accorto che prima di tutto bisogna introdurre un pò di concetti partendo (purtroppo troppo spesso) dall’importanza della condivisione e del sapere diffuso, per poi passare proprio alle metodologie, alle presentazioni efficaci e sintetiche (anche perchè non si può passare una giornata a vedere slide! Sai che palle…). Sul discorso della cultura, il lavoro non è facile e bisogna lavorarci un pò, sul resto invece ci si può lavorare meglio.

Ora, cos’è l’ Ignite? In poche parole l’idea di base dell’Ignite è molto semplice, si tratta di mettere insieme persone diverse, animate dalle più svariate motivazioni e ambizioni, con diversi background, ma con la caratteristica comune : far conoscere agli altri qualcosa che li appassiona e che potrebbe essere di interesse generale, nel modo più efficace possibile.

Il format per la presentazione è definito rigidamente e questo è il punto di forza e allo stesso tempo la barriera da superare per chi non è sintetico e abituato a parlare in pubblico. Infatti, secondo questa formula, ogni relatore ha a disposizione 5 minuti per parlare del proprio argomento preferito, accompagnato da 20 slide, che scorrono automaticamente con un intervallo di 15 secondi tra una e l’altra. Un evento di questo tipo è organizzato in due fasi: la prima prevede una piccola gara tra i partecipanti raggruppati in squadre,e nella seconda si svolgono le presentazioni. La prima fase ha l’obiettivo di rompere il ghiaccio e la seconda di condividere e presentare.

Sul sito di Ignite Italia ci sono vari esempi e spiegazioni interessanti. Altri approfondimenti sul’impostazione di una presentazione è possibile trovarli anche su una pagina di Working Capital, l’iniziativa di telecom Italia a favore delle start-up.

L’origine dell’Ignite risale più o meno al 2006, quando Brady Forrest, Technology Evangelist per O’Reilly Media, e Bre Pettis – produttore di robot, ideatore di Etsy.com ed abile divulgatore – inventarono il format e lo inaugurarono durante un evento svoltosi a Seattle.

In occasione della Global Ignite Week, Roma ospiterà un evento giovedì 4 marzo. Vi do quindi appuntamento all’edizione italiana, a Roma, presso Antù, in Via Libetta 15c, dalle 18.30 alle 24.00.

Organizzare una StartUp

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L’esperienza vissuta in questo periodo, durante la creazione dell’UpStart Drink di Roma, mi ha fatto molto riflettere su pianificazione, organizzazione e collaborazione nell’era del web 2.0. E’ stato bello vedere come persone con competenze diverse e che tendenzialmente non hanno mai lavorato insieme, in poco tempo, utilizzando strumenti web e pochi formalismi, siano riuscite ad organizzare un evento con un discreto successo (!).

Ho pensato così di condividere alcune idee ed alcuni spunti di riflessione che ritengo interessanti e innovativi su come approcciare ed organizzare l’avvio di un progetto startup:

1. Passione e determinazione
Tirare fuori la passione, sarà la caratteristica che farà la differenza. Le idee presentate senza il calore di chi crede veramente nel progetto hanno una vita molto più breve. Andate dritti al vostro obiettivo e non girate intorno alle cose. Pochi giri di parole.

2. Culto del fare
E’ importante sicuramente avere idee, ma pensarle e non realizzarle è come non averle pensate. Seguire il Cult Of Done Manifesto

3. Collaborazione e condivisione
Utilizzare tutti gli strumenti che permettano un lavoro snello e dinamico e che vi permettano di condividere con il team del progetto tutte le informazioni e la documentazione. Io suggerisco strumenti come Google Calendar, Google Docs, Huddle, Doddle, Pooldaddy

4. Dinamicità
Comunicare rapidamente. E’ preferibile una breve e puntuale call su Skype con tutti i collaboratori, piuttosto che una pesante e, spesso, inutile riunione di un giorno. Il tempo è fondamentale.

5. Attenzione al tempo
Io utilizzo la Tecnica del Pomodoro non solo per lo sviluppo ma anche per la gestione di tutte le altre attività quotidiane. E’ importante avere una visione d’insieme e misurare nel dettaglio quanto ci stiamo impiegando, l’avanzamento, il tempo impiegato per le singole attività e dove ci sono gli eventuali sprechi

Gli investitori che incontrerete, anche se la vostra idea sembra funzionare già a parole, saranno molto più interessati se potranno “toccare” qualcosa: una beta, un prototipo o qualunque altra cosa che dimostri la vostra “passione” nel progetto e le vostre capacità di realizzarlo saranno determinanti. I soldi poi (forse) arriveranno… In bocca al lupo.