Six Thinking Hats, approccio alternativo al brainstorming

Qualche tempo fa ho avuto modo di leggere ed applicare in alcuni contesti la tecnica del Six Thinking Hats (qui uno dei libri che ho letto sul tema). Ne sono rimasto affascinato e mi ero ripromesso di scriverne un post di condivisione, soprattutto dopo aver scritto il post relativo alla Creazione di Cultura della Creativitร  e dell’Innovazione.

La tecnica del Six Thinking Hats รจ stata creata da Edward de Bono, lo stesso del Pensiero Laterale e nasce agli inizi degli anni ’80. De Bono inventรฒ il suo sistema per condurre, in modo efficace, le riunioni con successo, mandando in pensione l’antiquato ed inefficiente “brainstorming”. Il sistema Six Thinking Hats, nella sua semplicitร  ed intuitivitร , รจ un potente metodo per migliorare la comunicazione, aumentare la produttivitร  di un team, promuovere la creativitร , e velocizzare il processo decisionale di un gruppo.ย La tecnica di Six Thinking Hats รจ un modello che viene utilizzato per esplorare prospettive differenti verso una situazione, un problema o una sfida complessa. Secondo De Bono, vedere le cose in vari modi รจ spesso una buona idea, utile sia nella formazione della strategia che nei processi decisionali complessi.

La STH o tecnica dei Sei Cappelli consiste nell’indossare metaforicamente un cappello colorato che identifica un pensiero, un ruolo, praticamente l’immedesimazione di se stessi in una prospettiva particolare, diversa da quella naturale. Per esempio, in una discussione si puรฒ decidere di fare appositamente “l’avvocato del diavolo“, anche se solamente per generare discussioni, ma con lo scopo di sfidare deliberatamente un’idea, essendo critici e cercando di capire cosa c’รจ di sbagliato.

Ciascuno dei Cappelli รจ identificato appunto con il nome di un colore che, mnemonicamente, descrive la prospettiva che dovrร  esser adottata quando si verrร  investiti di tale ruolo. Per esempio, se facciamo il ruolo del critico distruttivo, quello appunto dell’avvocato del diavolo, porteremo il Cappello di Pensiero Nero. Ogni cappello ha quindi un ruolo e un tipo di approccio:

  • Cappello Bianco (Osservatore). Carta bianca; Neutro; focalizzato sulle informazioni disponibili, i FATTI obiettivi, quello che รจ necessario, come puรฒ essere ottenuto
  • Cappello Rosso (Ego, Altro). Fuoco, calore; EMOZIONI, SENSAZIONI, intuizione, presentimenti; visioni attuali senza spiegazioni, giustificazioni
  • Cappello Nero (Ego, Altro). Giudice severo che indossa un abito nero; giudiziale; critico; perchรจ qualcosa รจ sbagliata; Visione LOGICA NEGATIVA
  • Cappello Giallo (Ego, Altro). Solare; ottimismo; Visione LOGICA POSITIVA; cerca i benefici, quello che c’รจ di buono.
  • Cappello Verde (Ego, Altro). Vegetazione; Piensiero CREATIVO; possibilitร  ed ipotesi; nuove idee
  • Cappello Blu (Osservatore). Cielo; freddo; visione generale; CONTROLLO del PROCESSO, delle FASI, degli ALTRI CAPPELLI; presidente, organizzatore; pensa al modo migliore di pensare (meta-analisi)

Ovviamente ogni cappello รจ indicativo sia degli stati che delle strutture mentali e della prospettiva da cui si dovrร  osservare la dinamica della discussione. De Bono nella sua spiegazione precisa che โ€œLe emozioni sono una parte essenziale della nostra abilitร  di pensare e non una cosa extra che confonde i nostri pensieri, (1985, p27). Uno stile di pensiero (o cappello) non รจ insitamente โ€œmigliore di un altro. Un team equilibrato riconosce la funzione necessaria di tutti i cappelli affinchรจ il team stesso possa considerare tutti gli aspetti di qualunque questione si debba affrontare.

I benefici principali dell’applicazione del metodo dei Six Thinking Hats, posso esser riassunti come segue:

  • Permette alle persone di parlare senza rischi e impedisce la Spirale di Silenzio
  • Crea la consapevolezza che esistono prospettive multiple della stessa problematica
  • Richiede uno sforzo creativo ed innovativo
  • Diminuisce le fasi dei mugugni degli oppositori e dei bastian contrari, nei momenti di disaccordo
  • Incoraggia i presenti a vedere tutti i lati positivi, ed i vantaggi, di quanto si sta discutendo
  • Focalizza i pensieri, fa risparmiare tempo, grazie alla diminuzione delle classiche dispersioni che nascono nelle contrapposizioni per partito preso
  • Migliora la comunicazione ed ilย processo decisionale
  • Rende maggiormente efficaci le riunioni con decisioni operative prese, quasi sempre, senza contrasti o lacerazioni

Nella maggior parte delle riunioni, sarร  capitato a tutti, le persone sedute al tavolo tendono a sentirsi come costrette ad adottare costantemente una specifica prospettiva (ottimista, pessimista, obiettiva, ecc.). Questo comportamento limita i modi ed il grado di ogni individuo, e quindi la potenzialitร  del gruppo di esaminare una problematica. Attraverso l’utilizzo del Six Thinking Hats, ogni individuo non รจ limitato ad una singola prospettiva nel suo concetto, ma deve sforzarsi ad approcciare il problema in modo diverso.

I cappelli, come specificato nelle varie letterature riguardo a questo argomento, sono categorie del comportamento del pensiero e non categorie di persone, che รจ ben diverso. Lo scopo dei cappelli รจ quello di dirigere il pensiero verso un certo tipo di visione e approccio, non di classificare il pensiero o il pensatore. Indossando un cappello invece di un altro, ci si imbatte inaspettatamente in un gran numero di nuove idee, diverse, non focalizzate sul primo e naturale punto di vista. Indossare un cappello, sempre metaforicamente, significa deliberatamente adottare una prospettiva che non รจ necessariamente la nostra.

รˆ fondamentale che tutti i membri del gruppo, presenti alla discussione e partecipanti attivi di questa modalitร , ne siano consapevoli. Un membro del gruppo che si identifica chiaramente nel colore del cappello che sta portando, mentre fa una dichiarazione, dovrebbe riuscire a separare l’ego dalla performance e questo รจ un passaggio importante.ย Ciascun partecipante coinvolto รจ in grado di contribuire all’esplorazione e alla discussione del problema, a seconda del cappello indossato in quel momento, senza che il suo ego venga in alcun modo intaccato o coinvolto. In pratica il sistema SHT รจ stato sviluppato per incoraggiare le persone nello sviluppo della prestazione piuttosto che nella difesa dell’ego e far si che tutti siano in grado di poter contribuire sotto qualsiasi cappello, anche se con punti di vista completamente opposti.

Durante una riunione o un workshop รจ possibile utilizzare la tecnica dei sei cappelli conย una certa sequenza strutturata secondo la natura della questione. Qui di seguito vi riporto un tipico approccio con il metodo del Six Thinking Hats:

  • Punto 1: Presentare i fatti del caso (Cappello Bianco)
  • Punto 2: Generare idee su come il caso potrebbe essere affrontato (Cappello Verde)
  • Punto 3: Valutare i meriti delle idee – elencare i benefici (Cappello Giallo), elencare gli svantaggi (Cappello Nero)
  • Punto 4: Scervellarsi sulle possibili alternative (Cappello Rosso)
  • Punto 5: Ricapitolare e sospendere la seduta (Cappello Blu)

Il concetto fondante della teoria del Six Thinking Hats รจ quindi la constatazione che il cervello umano lavora in modo diverso in funzione del tipo di prestazione che gli viene richiesta.

Qui alcuni libri interessanti:

La politica che vorrei

Oggi ho ricevuto una mail da un amico che mi ha invitato a leggere laย lettera aperta che ha scritto al partito, con lo scopo di discuterne, criticarla, magari integrarla e condividerla in rete. Di solito non mi piace scrivere di politica, fantapolitica, destra o sinistra. Ci sono argomenti che secondo me, malgrado siano borderline tra politica e cultura รจ giusto condividere e affrontare. Indipendentemente dallo schieramento politico.

Leggere il post mi ha fatto riflettere su alcuni temi, e sulla politica che vorrei.

Un sistema senza trasparenza non puรฒ costruire fiducia perchรฉ favorisce i furbi e costringe gli onesti in uno stato di illegalitร  latente; la trasparenza, al contrario, promuove la responsabilitร  e il merito. Nellโ€™epoca della cultura digitale essere trasparenti significa adottare il modello dellโ€™open government.

Lo Stato del ventunesimo secolo deve puntare alla co-produzione dei servizi pubblici, riconoscendo che i cittadini hanno competenze da mettere in campo e rappresentano delle risorse da coinvolgere. Gli individui, le famiglie, i vicinati, le comunitร  locali rappresentano il sistema operativo sul quale funzionano i servizi assicurati dalle pubbliche amministrazioni. Quando queste ultime operano in contrasto con i primi i risultati sono performance scadenti, un basso livello di fiducia, una scarsa volontร  di partecipazione.ย Il riferimento al computer non รจ casuale perchรฉ il tipo di tecnologia che viene sviluppata e che si diffonde in una societร  ne plasma in modo decisivo la struttura materiale e la politica non puรฒ continuare a ignorare la cultura digitale, che sottolinea valori come la responsabilitร , la collaborazione, lโ€™innovazione e la libertร .

Nella politica attuale i cittadini hanno veramente poca influenza sulle decisioni prese nel loro nomeย dai rappresentanti eletti durante il lungoย periodo del mandato.

Oggi, secondo me, รจ necessario creare dei canali di comunicazione e dei luoghi di aggregazione aggregazione, virtuali e reali, in cui il cittadino possa partecipare attivamente alle scelte, cancellando quel confine e quella distanza che si crea tra l’elettore e l’eletto: luoghi di deliberazione pubblica che, oltre al valore dato dalla condivisione della conoscenza e delle esperienze, diano la possibilitร  ai partecipanti di accrescere il proprio senso civico e il proprio senso di responsabilitร  verso ciรฒ che รจ collettivo.

La partecipazione genera un maggior coinvolgimento, un maggior grado di informazione e trasparenza, la fiducia nelle informazioni condivise, un senso di responsabilitร  e lo sviluppo di momenti di riflessione partecipativa. Essere “costretti” a confrontarsi in pubblico, attenua tramite il pudore la ricerca dellโ€™interesse personale, a vantaggio di comportamenti finalizzati al bene generale.

La politica che vorrei รจ fatta dei valori condivisi dal popolo della rete e che si trovano nei principi della Cultura Digitale:ย trasparenza, etica, fiducia, responsabilitร , partecipazione e coinvolgimento.

Vi invito a leggere anche il post di Nicola.

Creare la Cultura della Creativitร  e dell’Innovazione

Recentemente su PRNewsWire e su Harward Business Reviews, ho letto di uno studio effettuato da IBM. Sono stati intervistati circaย 1.500 amministratori delegati di aziende di 60 paesi diversi, individuando, nel risultato finale,ย la creativitร  come fattore piรน importante per il successo di un azienda. E’ interessante leggere che circa l’80%ย dei CEO intervistati ritiene che in un mercato complesso e veloce come quello attuale, ย รจ assolutamente necessario trovare nuovi modi di pensare e strade alternative ai modelli comuni. E’ anche interessante notare che piรน del 60% ha affermato che la propria azienda non ha ancora fatto nulla per affrontare efficacemente questa complessitร  crescente. Mmm.

La domanda che mi sono posto leggendo questo studio, anche dopo aver parlato con qualche azienda italiana, รจ: “Ma inย Italia, ci sono amministratori delegati e dirigenti realmente disposti ad intervenire sulla propria azienda per promuovere la cultura della creativitร  e dell’innovazione?” E soprattutto “Cosa deve fare un imprenditore per dare il via a questa ri-evoluzione?”

Secondo la mia esperienza in Italia ci sono veramente pochi imprenditori con questa cultura e quelli che ci sono, non รจ facile trovarli. La maggior parte degli imprenditori รจ ancora influenzata da modelli economici e organizzativi, secondo me, obsoleti o comunque non piรน adeguati.

Per quanto riguarda invece la seconda domanda, la Cultura della Creativitร  e dell’innovazione, secondo me,ย puรฒ esser attivata in sei piccole, grandi, mosse.

1. Rispondere alle esigenze delle persone. Il primo passo da fare รจ mettere in discussione il modo in cui ci si aspetta che le persone lavorino. Per stimolare la creativitร  รจ necessario generare un ambiente sano, vicino alle abitudini e alle esigenze delle persone sia dal punto di vista fisico, che emozionale, mentale e spirtuale. Le persone devono esser soddisfatte del proprio posto di lavoro e non devono viverlo con insoddisfazione, poichรจ questo stato d’animo genera un minor impegno di energia. L’azienda potrebbe iniziare chiedendo al proprio dipendente di cosa ha bisogno per lavorare meglio e svolgere al massimo il proprio lavoro, e allo stesso tempo responsabilizzare le persone con obiettivi ben specifici.

2. Insegnare la creativitร . La creativitร , come spesso ha scritto anche Edward De Bono nei suoi libri relativi al pensiero laterale, non รจ innata ma puรฒ esser sviluppata attraverso esercizi ed allenamento. I 4 principi fondamentali del pensiero creativo che devono esser trasmessi sono i seguenti:ย rinviare il giudizio durante fase di generazione di idee, generare il maggior numero di idee possibile, prendere nota delle idee e sviluppare e migliorare le idee. La creativitร  va stimolata ed insegnata.

3. Coltivare la passione ed il talento. Il modo piรน veloce per uccidere la creativitร  รจ mettere le persone in ruoli che non stimolano la loro immaginazione. Le persone incoraggiate a seguire la loro passione ed abbinarla al lavoro, ย sviluppa una maggiore disciplina, una profonda conoscenza delle proprie attivitร , e una maggiore resistenza di fronte agli insuccessi. L’azienda deve riuscire a mettere le persone nel posto piรน adeguato e vicino al talento e alla personale predisposizione.

4. Motivare e generare senso di appartenenza. E’ vero, il denaro รจ necessario ed รจ alla fine dei conti quello che tutti guardano. Non c’รจ dubbio. Le persone perรฒ si sentono meglio quando sanno di dare un contributo personale anche al di lร  dei soldi. Per sentirsi davvero motivate, le persone devono credere a quello che stanno facendo e devono sentirsi partecipi. Se l’azienda riesce a definire una missione irresistibile che trascende l’interesse personale, si genera una tale energia tale che sono garantite le migliori prestazioni, e anche il pensiero creativo riesce a superare gli ostacoli e generare nuove soluzioni.

5. Dare tempo. Il pensiero creativo richiede necessariamente di un momento di dedicato, ininterrotto e senza pressione. Non si devono esigere risposte immediate e soluzioni istantanee. Oggi tutte le aziende vivono con un solo ideale: “more, bigger, faster“. Sicuramenteย il tempo รจ denaro, ed รจ sicuramente sempre poco, ma per generare creativitร  ed innovazione รจ necessario tempo. Ovviamente non infinito, ma sicuramente dedicato.

6. Stimolare il cambiamento. La maggior parte delle soluzioni, secondo le teoria del pensiero creativo, vengono fuori dopo la fase detta dell’incubazione ed รจ definita con il termine di Illuminazione. L’illuminazione non sempre รจ immediata, e molto spesso รจ necessario distogliere l’attenzione dal problema affinchรฉ, il cervello a livello inconscio lavori sul problema e fornisca una risposta. Le aziende devono esser in grado di stimolare questa fase di illuminazione, dando alle persone la disponibilitร  di momenti di pausa, caffรจ, relax e aggregazione extra lavorativa.

Sono sicuro che in primo approccio questo post sembrerร  strano, ma รจ proprio lรฌ, l’alternativa.

E voi conoscete realtร  simili o casi in cui l’azienda porta avanti una Cultura della Creativitร ? Cosa ne pensate?

Dobbiamo tutto agli Hippie – FOI10

Non ho avuto modo di partecipare al Frontiers of Interaction che si รจ svolto a Roma il 3 e 4 di Giugno, ma ne ho seguito alcuni passaggi in diretta sullo streaming e tramite twitter. C’รจ stata una presentazione che mi ha colpito tantissimo, ed รจ stata la parentesi di Roberto Bonzio di Italiani di Frontiera. Un intervento di quelli che ti lascia con una voglia incredibile, e mille riflessioni.

Grande Roberto, complimenti veramente.

La cultura digitale, รจ roba da indigeni.

Dell’Ignite e degli Indigeni ne avevo giร  parlato in un precedente post, ma adesso che in rete c’รจ il video, caricato da Elastic, non posso far altro che ricondividerlo anche sul mio blog. Fare un intervento dal vivo (il mio primo Ignite), su un argomento che ti sta cosรฌ a cuore, non รจ facile, anzi. Ero un pรฒ emozionato e si รจ visto un bel pรฒ, ma spero che il messaggio e i valori degli Indigeni siano arrivati.

Colgo l’occasione per ringraziare tutti quelli che l’hanno commentato, LIKEato e ricondiviso e anche Ruben Voci per aver ricondiviso sul suo status di Facebook pochi minuti fa, un pezzo del mio discorso, esordendo cosรฌ:

E’ ufficiale: mi sento un indigeno digitale!
Condivido e cerco spazi e momenti di incontro per condividere problemi, casi di successo e insuccesso, oltre che soluzioni tecniche. Un punto d’incontro fondamentale di condivisione faccia a faccia per sbrogliare un problema o comunque fare qualcosa insieme. (dall’Ignite di …Fabio Lalli su Indigeni Digitali)

A breve si replica con un aperitivo degli Indigeni sia a Roma che Milano. Stay Tuned!

Io Amo Internet. Ecco perchรจ.

In questo ultimo periodo mi sono domandato piรน volte perchรจ amo internet e perchรจ ho questa innata passione per la tecnologia. Sono arrivato alla conclusione che tutto รจ legato alla domanda: Internet ed il digitale ha cambiato in meglio la nostra vita?

Internet , il web 2.0, i servizi mobile e tutto il mondo digitale che ci orbita intorno ci ha cambiato, non รจ un modo di dire. Dagli smartphone all’iPad, dagli sms alla mail, dai feedrss ai tweet, dalla connessione a banda larga, ai pagamenti on line e ai pagamenti con cellulare, dai servizi in mobilitร  fino ai social network location-based, siamo sempre piรน legati al mondo digitale e la nostra routine giornaliera รจ sempre piรน legata ad un click e alle informazioni interconnesse tra di loro.

Ogni giorno tutte questi click mettono in relazione realtร  e virtuale, ci forniscono nuove informazioni, ci permettono di sviluppare idee e nuovi business ma soprattutto ci permettono di comunicare ed interagire con persone spesso sconosciute e lontane, allargando orizzonti ed opportunitร .

Il Web 2.0 sta creando nuove forme artistiche, nuovi mestieri e nuove correnti culturali. La rete ha dato spazio, voce, consapevolezza ed autorevolezza a chi, in altro modo, non ne avrebbe mai avuta ed in particolare ha dato visibilitร  a guerre altrimenti sconosciute. Ha permesso di salvare delle vite umane e ha portato la cultura e l’informazione dove non ci sarebbe stata la possibilitร . Ha smosso la voglia di sapere e ha dato vita a piccole grandi rivoluzioni.

Internet ha ampliato le relazioni e allo stesso tempo ha reso molto piรน piccolo il mondo. L’ha reso un piccolo paese, un pรฒ provinciale, nel quale una notizia o un inciucio si propaga rapidamente da news in messaggio, da post a tweet fino al rimbalzo cross mediale, in tv, dove arriva all’orecchio e alle persone ancora non connesse.

Semplicemente, ha giร  cambiato la nostra vita. Lo ha giร  fatto e continua a farlo ogni momento.

Ecco perchรจ io amo internet ed il vivere digitale.

Crowdsourcing si, crowdsourcing no

La crescente diffusione di Internet e della mobilitร  degli ultimi anni ci ha permesso di assistere negli ultimi anni alla crescita dei servizi virtuali come alternativa ai servizi fisici. Siamo passatiย dalla posta alla email, dallo shopping all’ecommerce, passando per la didattica e l’e-learning arrivando ai libri e gli e-book e cosรฌ via.ย ย La “virtualizzazione” dei servizi e delle informazioni ha dato vita a molteplici declinazioni e forme, tra cui il Crowdsourcing, fenomeno che recentemente ha iniziato a farsi conoscere.

Il termine, coniato da Jeff Howe, nell’articolo The Rise of Crowdsourcing,ย deriva dalla fusione di due parole, ovviamente, non italiane: da un lato crowd (collettivitร ) e dall’altra outsourcing (esternalizzazione). La coppia di parole spiega facilmente e in modo sintetico il significato di questo fenomeno: leย aziende propongono dei progetti o delle esigenze (anche problematiche) sul Web e la collettivitร , la rete fatta di addetti ai lavori e liberi professionisti interessati, attraverso il proprio contributo, propongono soluzioni e collaborano alla realizzazione del progetto. La particolaritร  di questa “metodologia” sta nel fatto che non รจ detto che ci sia un solo vincitore, anzi. Molto spesso, proprio perchรจ si tratta di una fucina di idee, proposte e collaborazioni, la soluzione arriva da piรน fronti e non รจ una sola.

Dal mio punto di vista il Crowdsourcing รจ una grandissima opportunitร  che va pianificata, gestita e governata con la coscienza che ha dei vantaggi ma anche degli svantaggi. Se da una parte infatti si ha un effetto di forteย riduzione del tempo di lavoro, il taglio dei costi e la partecipazione collettiva della comunitร  (alla quale non sempre per budget si avrebbe la possibilitร  di accedere), ย dall’altra parte c’รจ da tenere in considerazione anche alcuni rischi. In primis, come รจ noto,ย al basso costo non corrisponde sempre un’ottima qualitร  e secondo luogo che non รจ detto che la creativitร  proveniente dalla rete dia sempre nelle soluzioni migliori. Infatti, c’รจ da tenere in considerazione che non รจ facile gestire piรน persone e risorse contemporaneamente, geograficamente dislocate distanti ed ognuna con una propria metodologia di lavoro ed i propri tempi. Un ambiente lavorativo di un’impresa, in cui il gruppo piรน omogeneo รจ dislocato in un solo punto e con un coordinamento diretto, รจ certamente piรน semplice.

C’รจ da tenere in considerazione anche un altro effetto non meno importante. I professionisti che partecipano ad un progetto di crowdsourcing sono a rischio di perdita di tempo: partecipare ad una competizione con “troppi concorrenti” provenienti dalla rete, rischia di rendere un idea o una soluzione poco visibile e quindi non eleggibile, con il conseguente effetto che un lavoro non sia poi ripagato.

IndigeniDigitali e cultura digitale

Giovedรฌ sera si รจ svolto l’ย Ignite + Indigeni Digitali presso il NEW Egon di Roma. Bell’evento veramente.

Durante la serata ho presentato per la prima volta in pubblico, in qualitร  di fondatore, gli Indigeni Digitali. Ho presentato la filosofia degli Indigeni ed ilย vivere digitale.

Sposare questa filosofia significa sapersi confrontare ed ascoltare, voler condividere la propria conoscenza e le proprie esperienze, avere la passione per il digitale, essere amanti della tecnologia, sentirsi ricercatori di innovazione ed avere quella costante ed innata curiositร  che genera adrealina e voglia di non dormire e allo stesso divertirsi con le persone che condividono gli stessi valori e le stesse idee. Questa รจ cultura digitale.

Queste sono le slide che ho presentato e che riassumono gli Indigeni Digitali.

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I social network in azienda, questione di cultura. Di tutti.

Nei giorni scorsi un’azienda amica ha deciso di chiudere tutti i Social Network (Twitter, Facebook, Linkedin e molti altri),ย nonchรฉย filtrare moltissime parole chiave. Questa scelta, anche se da una parte mi sembra assurda visto che si tratta di una societร  che ha il web nel dna, non รจ del tutto contestabile nel momento in cui si osservano i dati di traffico rilevati daย un monitoraggio della rete: il 75% del traffico della rete รจ derivante da Facebook! In effetti qualche riflessione in piรน credo sia il caso di farla.

Prima di tutto va detto che la modalitร  di utilizzo di facebook รจ diversa tra persona e persona, soprattutto tra addicted e non. Per capirci meglio, gli “adetti ai lavori” sono quelli che utilizzano facebook come strumento di comunicazione o per svago (moderato) e, a mio avviso, sono quelli che paradossalmente generano meno traffico poichรจ effettuano connessioni spot, quando possono rispondono alle notifiche via email, utilizzano iphone o altri device e soprattutto utilizzano altri plugIn o sistemi di cross posting per aggiornare il proprio stato.ย Di contro ci sono quelli che non sono addetti ai lavori e che utilizzano prevalentemente facebook per socialcazzeggio eย sono i piรน dannosi (dal punto di vista del traffico!): effettuano connessioni frequenti o addirittura lasciano il browser aperto in polling (per i non addetti: facebook effettua continui aggiornamenti dei dati della vostra pagina, anche se non รจ stato fatto il refresh, grazie a chiamate ajax/jquery), rispondono a tutti i sondaggi e giocano con le mille applicazioni che ogni giorno vengono rilasciate dagli sviluppatori e dalle aziende.

Bisogna perรฒ anche dire che il traffico verso facebook non รจ soltanto generato direttamenteย dall’utilizzo di facebook stesso, ma anche dalla navigazione su tutti quei siti che hanno embeddato (per i non addetti ai lavori, si intende inserito, incluso) il facebook-connect all’interno del proprio sito per permettere l’autenticazione o per la pubblicazione del widget dei fan. Molti blog e siti istituzionali di aziende ormai infatti hanno questo tipo di informazioni incluse per motivi di visibilitร  e marketing. Ovviamente non sto dicendo che il traffico รจ generato principalmente da questo, ma sicuramente dal punto di vista dei dati e delle connessioni verso il social network un numero importante di chiamate viene da qui.

Ora se da una parte c’รจ un aspetto “tecnico” di valutazione del traffico, dall’altra c’รจ un aspetto da valutare relativo alla cultura dell’ “informatico iperconnesso“, al tipo di utilizzo della rete e alla modalitร  di lavoro. I nuovi informatici sono abituati ad usare la rete ed i social network nella loro vita privata e trovano naturale poter usare gli stessi strumenti per gestire le relazioni professionali, la ricerca di informazioni di lavoro e per trovare soluzioni e risolvere problemi. Non avere a disposizione certi strumenti rende frustrante il lavoro e allo stesso tempo, secondo me, diminuisce le performance lavorative.

Infine c’รจ da tenere in considerazione la visione dell’azienda nei confronti del problema produttivitร  dei propri dipendenti. Un azienda che punta ad avere il massimo dai propri collaboratori e che non principalmente di web o soprattutto che non ha la cultura dell’importanza della rete per gli sviluppatori, vede l’utilizzo di Facebook o sistemi similari come una enorme perdita di tempo e nel caso della band come uno spreco di risorse . Di fronte ad un numero cosรฌ alto (75% del traffico!) in effetti รจ difficile non comprendere una politica di chiusura di tutto e soprattutto รจ difficile non farsi venire in mente la fatidica domanda “Ma gli serve veramente facebook ai programmatori?“. Secondo me, non serve, ma chiudere totalmente comunque รจ un problema e non รจ una politica che io personalmente attuerei: il divieto di usare i social network durante il lavoro lo ritengo un boomerang per lโ€™azienda.

In questi giorni ho letto un post, che mi รจ piaciuto molto, diย Josh Bernoff, analista di Forrester Research e co-autore diย Groundswell, nel quale viene chiarito il concetto di โ€œlavoratore iperconnessoโ€, definito in modo specifico nel concetto di HERO:ย Highly Empowered and Resourceful Operative, ossia quelย collaboratore che utilizza le risorse della rete e di internet ed รจ incoraggiato ad usare la rete a vantaggio dellโ€™azienda. Secondo l’ideaย degli autori di Groundswell, il management di un azienda non deve piรน controllare, limitare e applicare procedure rigide, ma, al contrario, deve creare un contesto in cui chi lavora รจ in grado, grazie alla tecnologia, di mantenere un rapporto vivo con clienti e consumatori, anchโ€™essi sempre piรน empowered, trovando soluzioni innovative e facendo viaggiare lโ€™azienda alla stessa velocitร  del suo mercato.

Riguardo alle politiche e policy attuabili in azienda, la chiusura drastica di tutto, come ho giร  detto, secondo me non รจ vincente. Principalmente sensibilizzerei le persone sull’importanza o meno dell’utilizzo dei social in determinati contesti o in determinati momenti della giornata, e se proprio la situazione non cambiasse, applicherei delle restrizioni in termini di banda e/o di tempo a disposizione per utente, garantendo magari quel 20% massimo da dedicare a svago e recupero tra un attivitร  e l’altra.

Personalmente utilizzo Facebook per rimanere prevalentementeย in contatto ed essere aggiornato sui rapporti con le persone e con gli amici, sapere cosa fanno e magari avere qualche bella notizia. Utilizzo Meemi,ย Twitter e Friendfeed per approfondimenti di temi specifici e condividere notizie ed informazioni, mentre utilizzo Linkedin per tenermi aggiornato sul percorso professionale di amici ed ex colleghi o trovare altre opportunitร  e contatti.

Concludendo ritengo che l’utilizzo dei social network in azienda sia un problema di cultura, di tutti: l’azienda deve aprire all’utilizzo dei social e capirne l’importanza, e i dipendenti devono apprenderne le potenzialitร  ed i limiti e moderarne l’utilizzo.

E voi, come utilizzate i social network? Ops, … magari non riuscite a navigare perchรจ avete tutto chiuso. ๐Ÿ˜‰

Internet is Freedom

Giovedi 11 marzo, come molte altre persone, ho partecipato al convegno Internet รจ Libertร  nella Sala della Regina a Montecitorio. Sono arrivato particolarmente presto e ho avuto cosรฌ la fortuna di evitarmi la fila formatasi all’ingresso del palazzo negli ultimi minuti prima dell’inizio. Il potere della rete รจ incredibile: un convegno che doveva esser ristretto a pochi, si รจ trasformato in una classica scena da discoteca, con gente rimasta fuori, in piedi e sotto la pioggia.

Ospite d’onore del convegno Lawrence Lessig, autore di REMIX, testo fondamentale per capire le nuove dinamiche relative al diritto dโ€™autore e alla fruizione di contenuti e informazione e colui che ha fondato Creative Commons : il suo intervento, molto originale e curato, ha descritto lo scenario della situazione della Rete nel mondo in modo molto chiaro. Ha parlato del problema della regolamentazione affrontato da molte nazioni, dei fattori critici che oggi rendono Internet un campo di battaglia e fonte di molte discussioni, e di come ย Internet ancora non sia un’entitร  totalmente definita, completa e regolamentata. Io aggiungerei non ancora compresa, da molti.ย Lessig ha invitato l’Italia a legiferare e regolamentare guardando al futuro e non al presente. C’รจ bisogno di vedere un pรฒ piรน avanti e discutere di cose concrete. Il convegno si รจ chiuso con una frase di Lessigย degna veramente di esser sottolineata: “Grazie per non avermi chiesto nome e cognome per collegarmi a Internet” .ย Ovviamente la battuta ironica del professore era rivolta all’unicum italianoย che prevede l’identificazione per navigare su una rete WiFi.

Cosa mi รจ rimasto di questo pomeriggio a Montecitorio?

Che fortunatamente in giro per il mondo c’รจ gente che pensa, fa (e non sta solo a guardare) e diffonde cultura.

Che in Italia, chi promuove un iniziativa importante come questa (fatto sottolineato anche da Lessig), se ne va dopo averla introdotta (video). Parlo di Fini.

Che in Italia chi fa le leggi, ha scoperto pochi minuti prima della conferenza chi รจ Lessig, che Youtube รจ di Google (e l’ha sottolineato 3 volte), che Youtube non ha un filtro preventivo (grazie a Riccardo Luna per averglielo spiegato), che il suicidio su Facebook si puรฒ fare e non รจ una diceria, e che se ha voglia di vedere porno puรฒ andare su Youporn invece di cercare su Youtube. Parlo di Romani.

Che anche di fronte ad un argomento cosรฌ importante e dopo 3 ore di convegno, la domanda piรน posta nei tweet รจ stata: “Ma quindi?”. Dimostrazione che non si parla mai di cose concrete, ma quasi sempre di fuffa.

Che il popolo della rete non si mobilita solo per cazzeggio: quello davanti all’ingresso di Montecitorio, per chi non l’avesse capito, non era un flashmob, era la voglia di partecipare e far sentire a gran voce che Internet รจ Libertร  e la rete va difesa.