Intervista con Ninja Marketing

Per chi se la fosse persa, vi segnalo l’intervista pubblicata su Ninja Marketing fatta dalla grandissima Emanuela Zaccone relativamente ad Indigeni Digitali.

Come ninja e come cool hunters siamo sempre interessati alle communities ed all’innovazione connessa al digitale. Per questo siamo costantemente in contatto con gruppi e protagonisti del cambiamento per restituirvi un po’ del fervore e delle idee che animano il nostro Web e che, spesso, si traducono in eventi e situazioni concrete. Oggi dunque vogliamo presentarvi la tribù di Indigeni Digitali: chi sono e com’è nata questa idea? Ne parliamo con uno dei fondatori, Fabio Lalli.

1) Ciao Fabio, vuoi presentarti al nostro clan?
Ciao a tutti i Ninja prima di tutto. Classe 1977, geek! Da oltre 10 anni mi occupo di ICT. Ho lavorato per diverse aziende dalla consulenza, alla sicurezza ai system integrator e spaziando su progetti eterogenei: ecommerce, erp, crm, business intelligence, info security management e social media. Ho acquisito una buona esperienza nell’analisi, progettazione ed ottimizzazione di processi, sistemi, architetture ed applicativi web e mobile. Sono appassionato di comunicazione e marketing. Nel tempo libero bloggo, twitto, comunico, telefono, programmo, navigo, cerco, penso e innoveggio. Ovviamente faccio tutto contemporaneamente. Qualcuno mi definisce startupparo compulsivo.

2) Chi sono gli Indigeni Digitali?
L’indigeno digitale, secondo noi, è colui che vive il digitale in tutti i suoi aspetti: crea le nuove applicazioni, testa e approfondisce le nuove tecnologie, ricerca continuamente nuove soluzioni tecniche, partecipa attivamente alla conversazione in Rete, sperimenta ed applica nuovi strumenti, aiuta chi manifesta interesse per la tecnologia, mette a disposizione degli altri indigeni il proprio know how, le proprie capacità ed il proprio network. E’ pronto al confronto e alla discussione. L’Indigeno Digitale si riconosce nei valori dell’Etica Hacker. Detto tutto questo chi, tu mi chiederai, in pratica chi sono realmente… Semplice, sono tutti studenti, neo laureati, professionisti, dirigenti, startupper di tutte le età, appassionati di tecnologia e social media. Secondo me anche tu lo sei… un Ninja Indigeno Digitale

3) Com’è nata l’idea di Indigeni Digitali?
Qualche anno fa, assieme ad un ristretto gruppo di amici organizzavo serate nelle quali si discuteva di argomenti più o meno tecnici, semplicemente per il gusto di confrontarci e discutere di tematiche tecnologiche. Insomma una cricca di nerd. Da questi incontri è maturata l’idea che sta alla base del nostro network e che ha preso ufficialmente forma a febbraio del 2010. Insieme a David (@ingidavidino), Antonio (@zepod), Giuliano (@giuliano84) e altri abbiamo allargato il gruppo e successivamente disegnato il logo ufficiale: un indigeno con due orecchini, 4 penne arancioni. Le quattro penne sono i valori principali degli indigeni: passione per il digitale, voglia di confrontarsi, saper ascoltare e predisposizione alla condivisione. Il gruppo ha iniziato ad incontrarsi con cadenza regolare sperimentando di volta in volta un format differente dai precedenti: c’è stato l’aperitivo, nel quale non viene definito alcun focus e l’argomento principale è conoscere persone, e l’Ignite, nel quale ciascun presente espone progetti e casi di successo avendo a disposizione unicamente 20 slides da consumare in soli 5 minuti. Per i prossimi proveremo anche altri format: uno di quelli che vorremmo utilizzare e che abbiamo sperimentato con una cerchia ristretta di persone è quello che io ho chiamato MashupDrink, nel quale persone con competenze diverse affrontano temi e tirano fuori ipotesi di progetto e collaborazioni, presentandole agli altri nella stessa serata.

4) Quali sono le vostre attività principali?
Il network è nato con l’obiettivo di confrontarsi e condividere esperienze, casi di successo ed insuccesso, avere un parere tecnico e una soluzione in momenti critici e non, e bersi un bicchiere di vino dopo una giornata di lavoro chiacchierando di bit e byte in modo rilassato. La nostra principale attività è proprio questa: generare un punto di incontro e di confronto tra professionisti e tecnici che vogliono interagire, collaborare e creare opportunità, sia online che offline. Da questo stanno veramente nascendo delle opportunità, delle startup e per alcuni degli sbocchi lavorativi. Baby20.me, Ibiqi.com sono progetti che stanno nascendo proprio da gruppi di Indigeni che si sono conosciuti durante gli aperitivi.

5) Che sviluppi prevedi nel futuro di indigeni Digitali?
Beh prima di tutto mi auguro che la “filosofia” degli indigeni digitali si diffonda molto più di quello lo è già oggi: c’è bisogno di un bel po’ di sana cultura digitale e partecipazione affinchè ci sia un futuro di innovazione. Per quanto riguarda gli Indigeni noi ci stiamo muovendo in più direzioni. Prima di tutto abbiamo una nuova organizzazione territoriale e questo ci permetterà di avere dei riferimenti locali in ogni città e che potranno gestire ed intensificare il numero di aperitivi ed incontri. Anzi, colgo l’occasione per fare un primo appello: se pensate di poter attivare un network nella vostra città e volete portare un po’ di filosofia indigena, parliamone! Mi trovate on line. Stiamo inoltre programmando delle lezioni e alcuni interventi nelle università per entrare in contatto con gli studenti e fare da ponte verso il mercato e le aziende. Infine ci stiamo muovendo per dare supporto alle startup. Sempre più spesso sentiamo parlare di Venture Capitalist e investitori, che certo sono importanti per una startup, ma noi siamo dell’idea che ai giovani nuovi imprenditori, serva una forte mentorship che li instradi e gli dia metodologie e strumenti per poter migliorare il modo di lavorare. Questo noi possiamo farlo, perché nel network ci sono persone che hanno già fatto imprisa e possono condividere la loro esperienza.

Insomma mi avevi chiesto un’intervista, ma è venuto un mega post! Grazie a tutti i Ninja per la disponibilità e lo spazio di questa intervista. A presto, magari facciamo qualcosa insieme no?

Grazie a te Fabio e a tutti gli Indigeni! E voi ninja cosa ne pensate?

Che dire, oltre ad essere emozionato e soddisfatto, vi consiglio di leggere assiduamente il blog dei Ninja e seguire gli Indigeni Digitali!

Ci hanno fatto il Pacco di Natale

L’Italia politicamente non cambia. E nemmeno culturalmente. La fiducia per il Governo c’è ancora, e ci hanno fatto il Pacco di Natale. Per 3 voti, come aveva previsto Totò, malgrado tutto il casino e tutte le pippe che ci siamo sorbiti questi giorni.

Ogni volta rimango senza parole. E’ incredibile. Quello che succede in Italia è veramente ridicolo: voti comprati come al mercato, offese tra parlamentari, politici che esultano come avessero vinto la coppa del mondo, ribaltoni improvvisi e deputati che hanno paura di votare contro l’attuale governo per la paura di perdere l’immunità e con lei, la copertura e la tranquillità di poter continuare a fare i proprio interessi.

Pensare che tutto quello che fanno è legittimato dal fatto che loro rappresentano il popolo italiano, mi fa rabbrividire. Perchè io, non sono quel popolo lì.

Mentre scrivevo questo post anche Kawakumi ha pubblicato un post dal titolo Povera Patria, e ha riportato il testo della canzone di Battiato, che esprime, in modo attualissimo lo stato d’animo di molte persone. Compreso il mio.

Sono d’accordo con Nicola che scendere in piazza oggi è anacronistico e questo risultato ce lo dimostra. Bisogna lavorare su un livello diverso, con strumenti diversi, con un informazione diversa. Dobbiamo lavorare sulla cultura, creare contenuto di valore, motivare e incentivare al cambiamento, puntare ad una politica più giusta e libera.

Io insisto che vorrei una politica diversa e sto lavorando per questo.

Six Thinking Hats, approccio alternativo al brainstorming

Qualche tempo fa ho avuto modo di leggere ed applicare in alcuni contesti la tecnica del Six Thinking Hats (qui uno dei libri che ho letto sul tema). Ne sono rimasto affascinato e mi ero ripromesso di scriverne un post di condivisione, soprattutto dopo aver scritto il post relativo alla Creazione di Cultura della Creatività e dell’Innovazione.

La tecnica del Six Thinking Hats è stata creata da Edward de Bono, lo stesso del Pensiero Laterale e nasce agli inizi degli anni ’80. De Bono inventò il suo sistema per condurre, in modo efficace, le riunioni con successo, mandando in pensione l’antiquato ed inefficiente “brainstorming”. Il sistema Six Thinking Hats, nella sua semplicità ed intuitività, è un potente metodo per migliorare la comunicazione, aumentare la produttività di un team, promuovere la creatività, e velocizzare il processo decisionale di un gruppo. La tecnica di Six Thinking Hats è un modello che viene utilizzato per esplorare prospettive differenti verso una situazione, un problema o una sfida complessa. Secondo De Bono, vedere le cose in vari modi è spesso una buona idea, utile sia nella formazione della strategia che nei processi decisionali complessi.

La STH o tecnica dei Sei Cappelli consiste nell’indossare metaforicamente un cappello colorato che identifica un pensiero, un ruolo, praticamente l’immedesimazione di se stessi in una prospettiva particolare, diversa da quella naturale. Per esempio, in una discussione si può decidere di fare appositamente “l’avvocato del diavolo“, anche se solamente per generare discussioni, ma con lo scopo di sfidare deliberatamente un’idea, essendo critici e cercando di capire cosa c’è di sbagliato.

Ciascuno dei Cappelli è identificato appunto con il nome di un colore che, mnemonicamente, descrive la prospettiva che dovrà esser adottata quando si verrà investiti di tale ruolo. Per esempio, se facciamo il ruolo del critico distruttivo, quello appunto dell’avvocato del diavolo, porteremo il Cappello di Pensiero Nero. Ogni cappello ha quindi un ruolo e un tipo di approccio:

  • Cappello Bianco (Osservatore). Carta bianca; Neutro; focalizzato sulle informazioni disponibili, i FATTI obiettivi, quello che è necessario, come può essere ottenuto
  • Cappello Rosso (Ego, Altro). Fuoco, calore; EMOZIONI, SENSAZIONI, intuizione, presentimenti; visioni attuali senza spiegazioni, giustificazioni
  • Cappello Nero (Ego, Altro). Giudice severo che indossa un abito nero; giudiziale; critico; perchè qualcosa è sbagliata; Visione LOGICA NEGATIVA
  • Cappello Giallo (Ego, Altro). Solare; ottimismo; Visione LOGICA POSITIVA; cerca i benefici, quello che c’è di buono.
  • Cappello Verde (Ego, Altro). Vegetazione; Piensiero CREATIVO; possibilità ed ipotesi; nuove idee
  • Cappello Blu (Osservatore). Cielo; freddo; visione generale; CONTROLLO del PROCESSO, delle FASI, degli ALTRI CAPPELLI; presidente, organizzatore; pensa al modo migliore di pensare (meta-analisi)

Ovviamente ogni cappello è indicativo sia degli stati che delle strutture mentali e della prospettiva da cui si dovrà osservare la dinamica della discussione. De Bono nella sua spiegazione precisa che “Le emozioni sono una parte essenziale della nostra abilità di pensare e non una cosa extra che confonde i nostri pensieri, (1985, p27). Uno stile di pensiero (o cappello) non è insitamente “migliore di un altro. Un team equilibrato riconosce la funzione necessaria di tutti i cappelli affinchè il team stesso possa considerare tutti gli aspetti di qualunque questione si debba affrontare.

I benefici principali dell’applicazione del metodo dei Six Thinking Hats, posso esser riassunti come segue:

  • Permette alle persone di parlare senza rischi e impedisce la Spirale di Silenzio
  • Crea la consapevolezza che esistono prospettive multiple della stessa problematica
  • Richiede uno sforzo creativo ed innovativo
  • Diminuisce le fasi dei mugugni degli oppositori e dei bastian contrari, nei momenti di disaccordo
  • Incoraggia i presenti a vedere tutti i lati positivi, ed i vantaggi, di quanto si sta discutendo
  • Focalizza i pensieri, fa risparmiare tempo, grazie alla diminuzione delle classiche dispersioni che nascono nelle contrapposizioni per partito preso
  • Migliora la comunicazione ed il processo decisionale
  • Rende maggiormente efficaci le riunioni con decisioni operative prese, quasi sempre, senza contrasti o lacerazioni

Nella maggior parte delle riunioni, sarà capitato a tutti, le persone sedute al tavolo tendono a sentirsi come costrette ad adottare costantemente una specifica prospettiva (ottimista, pessimista, obiettiva, ecc.). Questo comportamento limita i modi ed il grado di ogni individuo, e quindi la potenzialità del gruppo di esaminare una problematica. Attraverso l’utilizzo del Six Thinking Hats, ogni individuo non è limitato ad una singola prospettiva nel suo concetto, ma deve sforzarsi ad approcciare il problema in modo diverso.

I cappelli, come specificato nelle varie letterature riguardo a questo argomento, sono categorie del comportamento del pensiero e non categorie di persone, che è ben diverso. Lo scopo dei cappelli è quello di dirigere il pensiero verso un certo tipo di visione e approccio, non di classificare il pensiero o il pensatore. Indossando un cappello invece di un altro, ci si imbatte inaspettatamente in un gran numero di nuove idee, diverse, non focalizzate sul primo e naturale punto di vista. Indossare un cappello, sempre metaforicamente, significa deliberatamente adottare una prospettiva che non è necessariamente la nostra.

È fondamentale che tutti i membri del gruppo, presenti alla discussione e partecipanti attivi di questa modalità, ne siano consapevoli. Un membro del gruppo che si identifica chiaramente nel colore del cappello che sta portando, mentre fa una dichiarazione, dovrebbe riuscire a separare l’ego dalla performance e questo è un passaggio importante. Ciascun partecipante coinvolto è in grado di contribuire all’esplorazione e alla discussione del problema, a seconda del cappello indossato in quel momento, senza che il suo ego venga in alcun modo intaccato o coinvolto. In pratica il sistema SHT è stato sviluppato per incoraggiare le persone nello sviluppo della prestazione piuttosto che nella difesa dell’ego e far si che tutti siano in grado di poter contribuire sotto qualsiasi cappello, anche se con punti di vista completamente opposti.

Durante una riunione o un workshop è possibile utilizzare la tecnica dei sei cappelli con una certa sequenza strutturata secondo la natura della questione. Qui di seguito vi riporto un tipico approccio con il metodo del Six Thinking Hats:

  • Punto 1: Presentare i fatti del caso (Cappello Bianco)
  • Punto 2: Generare idee su come il caso potrebbe essere affrontato (Cappello Verde)
  • Punto 3: Valutare i meriti delle idee – elencare i benefici (Cappello Giallo), elencare gli svantaggi (Cappello Nero)
  • Punto 4: Scervellarsi sulle possibili alternative (Cappello Rosso)
  • Punto 5: Ricapitolare e sospendere la seduta (Cappello Blu)

Il concetto fondante della teoria del Six Thinking Hats è quindi la constatazione che il cervello umano lavora in modo diverso in funzione del tipo di prestazione che gli viene richiesta.

Qui alcuni libri interessanti:

La politica che vorrei

Oggi ho ricevuto una mail da un amico che mi ha invitato a leggere la lettera aperta che ha scritto al partito, con lo scopo di discuterne, criticarla, magari integrarla e condividerla in rete. Di solito non mi piace scrivere di politica, fantapolitica, destra o sinistra. Ci sono argomenti che secondo me, malgrado siano borderline tra politica e cultura è giusto condividere e affrontare. Indipendentemente dallo schieramento politico.

Leggere il post mi ha fatto riflettere su alcuni temi, e sulla politica che vorrei.

Un sistema senza trasparenza non può costruire fiducia perché favorisce i furbi e costringe gli onesti in uno stato di illegalità latente; la trasparenza, al contrario, promuove la responsabilità e il merito. Nell’epoca della cultura digitale essere trasparenti significa adottare il modello dell’open government.

Lo Stato del ventunesimo secolo deve puntare alla co-produzione dei servizi pubblici, riconoscendo che i cittadini hanno competenze da mettere in campo e rappresentano delle risorse da coinvolgere. Gli individui, le famiglie, i vicinati, le comunità locali rappresentano il sistema operativo sul quale funzionano i servizi assicurati dalle pubbliche amministrazioni. Quando queste ultime operano in contrasto con i primi i risultati sono performance scadenti, un basso livello di fiducia, una scarsa volontà di partecipazione. Il riferimento al computer non è casuale perché il tipo di tecnologia che viene sviluppata e che si diffonde in una società ne plasma in modo decisivo la struttura materiale e la politica non può continuare a ignorare la cultura digitale, che sottolinea valori come la responsabilità, la collaborazione, l’innovazione e la libertà.

Nella politica attuale i cittadini hanno veramente poca influenza sulle decisioni prese nel loro nome dai rappresentanti eletti durante il lungo periodo del mandato.

Oggi, secondo me, è necessario creare dei canali di comunicazione e dei luoghi di aggregazione aggregazione, virtuali e reali, in cui il cittadino possa partecipare attivamente alle scelte, cancellando quel confine e quella distanza che si crea tra l’elettore e l’eletto: luoghi di deliberazione pubblica che, oltre al valore dato dalla condivisione della conoscenza e delle esperienze, diano la possibilità ai partecipanti di accrescere il proprio senso civico e il proprio senso di responsabilità verso ciò che è collettivo.

La partecipazione genera un maggior coinvolgimento, un maggior grado di informazione e trasparenza, la fiducia nelle informazioni condivise, un senso di responsabilità e lo sviluppo di momenti di riflessione partecipativa. Essere “costretti” a confrontarsi in pubblico, attenua tramite il pudore la ricerca dell’interesse personale, a vantaggio di comportamenti finalizzati al bene generale.

La politica che vorrei è fatta dei valori condivisi dal popolo della rete e che si trovano nei principi della Cultura Digitale: trasparenza, etica, fiducia, responsabilità, partecipazione e coinvolgimento.

Vi invito a leggere anche il post di Nicola.

Creare la Cultura della Creatività e dell’Innovazione

Recentemente su PRNewsWire e su Harward Business Reviews, ho letto di uno studio effettuato da IBM. Sono stati intervistati circa 1.500 amministratori delegati di aziende di 60 paesi diversi, individuando, nel risultato finale, la creatività come fattore più importante per il successo di un azienda. E’ interessante leggere che circa l’80% dei CEO intervistati ritiene che in un mercato complesso e veloce come quello attuale,  è assolutamente necessario trovare nuovi modi di pensare e strade alternative ai modelli comuni. E’ anche interessante notare che più del 60% ha affermato che la propria azienda non ha ancora fatto nulla per affrontare efficacemente questa complessità crescente. Mmm.

La domanda che mi sono posto leggendo questo studio, anche dopo aver parlato con qualche azienda italiana, è: “Ma in Italia, ci sono amministratori delegati e dirigenti realmente disposti ad intervenire sulla propria azienda per promuovere la cultura della creatività e dell’innovazione?” E soprattutto “Cosa deve fare un imprenditore per dare il via a questa ri-evoluzione?”

Secondo la mia esperienza in Italia ci sono veramente pochi imprenditori con questa cultura e quelli che ci sono, non è facile trovarli. La maggior parte degli imprenditori è ancora influenzata da modelli economici e organizzativi, secondo me, obsoleti o comunque non più adeguati.

Per quanto riguarda invece la seconda domanda, la Cultura della Creatività e dell’innovazione, secondo me, può esser attivata in sei piccole, grandi, mosse.

1. Rispondere alle esigenze delle persone. Il primo passo da fare è mettere in discussione il modo in cui ci si aspetta che le persone lavorino. Per stimolare la creatività è necessario generare un ambiente sano, vicino alle abitudini e alle esigenze delle persone sia dal punto di vista fisico, che emozionale, mentale e spirtuale. Le persone devono esser soddisfatte del proprio posto di lavoro e non devono viverlo con insoddisfazione, poichè questo stato d’animo genera un minor impegno di energia. L’azienda potrebbe iniziare chiedendo al proprio dipendente di cosa ha bisogno per lavorare meglio e svolgere al massimo il proprio lavoro, e allo stesso tempo responsabilizzare le persone con obiettivi ben specifici.

2. Insegnare la creatività. La creatività, come spesso ha scritto anche Edward De Bono nei suoi libri relativi al pensiero laterale, non è innata ma può esser sviluppata attraverso esercizi ed allenamento. I 4 principi fondamentali del pensiero creativo che devono esser trasmessi sono i seguenti: rinviare il giudizio durante fase di generazione di idee, generare il maggior numero di idee possibile, prendere nota delle idee e sviluppare e migliorare le idee. La creatività va stimolata ed insegnata.

3. Coltivare la passione ed il talento. Il modo più veloce per uccidere la creatività è mettere le persone in ruoli che non stimolano la loro immaginazione. Le persone incoraggiate a seguire la loro passione ed abbinarla al lavoro,  sviluppa una maggiore disciplina, una profonda conoscenza delle proprie attività, e una maggiore resistenza di fronte agli insuccessi. L’azienda deve riuscire a mettere le persone nel posto più adeguato e vicino al talento e alla personale predisposizione.

4. Motivare e generare senso di appartenenza. E’ vero, il denaro è necessario ed è alla fine dei conti quello che tutti guardano. Non c’è dubbio. Le persone però si sentono meglio quando sanno di dare un contributo personale anche al di là dei soldi. Per sentirsi davvero motivate, le persone devono credere a quello che stanno facendo e devono sentirsi partecipi. Se l’azienda riesce a definire una missione irresistibile che trascende l’interesse personale, si genera una tale energia tale che sono garantite le migliori prestazioni, e anche il pensiero creativo riesce a superare gli ostacoli e generare nuove soluzioni.

5. Dare tempo. Il pensiero creativo richiede necessariamente di un momento di dedicato, ininterrotto e senza pressione. Non si devono esigere risposte immediate e soluzioni istantanee. Oggi tutte le aziende vivono con un solo ideale: “more, bigger, faster“. Sicuramente il tempo è denaro, ed è sicuramente sempre poco, ma per generare creatività ed innovazione è necessario tempo. Ovviamente non infinito, ma sicuramente dedicato.

6. Stimolare il cambiamento. La maggior parte delle soluzioni, secondo le teoria del pensiero creativo, vengono fuori dopo la fase detta dell’incubazione ed è definita con il termine di Illuminazione. L’illuminazione non sempre è immediata, e molto spesso è necessario distogliere l’attenzione dal problema affinché, il cervello a livello inconscio lavori sul problema e fornisca una risposta. Le aziende devono esser in grado di stimolare questa fase di illuminazione, dando alle persone la disponibilità di momenti di pausa, caffè, relax e aggregazione extra lavorativa.

Sono sicuro che in primo approccio questo post sembrerà strano, ma è proprio lì, l’alternativa.

E voi conoscete realtà simili o casi in cui l’azienda porta avanti una Cultura della Creatività? Cosa ne pensate?

Dobbiamo tutto agli Hippie – FOI10

Non ho avuto modo di partecipare al Frontiers of Interaction che si è svolto a Roma il 3 e 4 di Giugno, ma ne ho seguito alcuni passaggi in diretta sullo streaming e tramite twitter. C’è stata una presentazione che mi ha colpito tantissimo, ed è stata la parentesi di Roberto Bonzio di Italiani di Frontiera. Un intervento di quelli che ti lascia con una voglia incredibile, e mille riflessioni.

Grande Roberto, complimenti veramente.

La cultura digitale, è roba da indigeni.

Dell’Ignite e degli Indigeni ne avevo già parlato in un precedente post, ma adesso che in rete c’è il video, caricato da Elastic, non posso far altro che ricondividerlo anche sul mio blog. Fare un intervento dal vivo (il mio primo Ignite), su un argomento che ti sta così a cuore, non è facile, anzi. Ero un pò emozionato e si è visto un bel pò, ma spero che il messaggio e i valori degli Indigeni siano arrivati.

Colgo l’occasione per ringraziare tutti quelli che l’hanno commentato, LIKEato e ricondiviso e anche Ruben Voci per aver ricondiviso sul suo status di Facebook pochi minuti fa, un pezzo del mio discorso, esordendo così:

E’ ufficiale: mi sento un indigeno digitale!
Condivido e cerco spazi e momenti di incontro per condividere problemi, casi di successo e insuccesso, oltre che soluzioni tecniche. Un punto d’incontro fondamentale di condivisione faccia a faccia per sbrogliare un problema o comunque fare qualcosa insieme. (dall’Ignite di …Fabio Lalli su Indigeni Digitali)

A breve si replica con un aperitivo degli Indigeni sia a Roma che Milano. Stay Tuned!

Io Amo Internet. Ecco perchè.

In questo ultimo periodo mi sono domandato più volte perchè amo internet e perchè ho questa innata passione per la tecnologia. Sono arrivato alla conclusione che tutto è legato alla domanda: Internet ed il digitale ha cambiato in meglio la nostra vita?

Internet , il web 2.0, i servizi mobile e tutto il mondo digitale che ci orbita intorno ci ha cambiato, non è un modo di dire. Dagli smartphone all’iPad, dagli sms alla mail, dai feedrss ai tweet, dalla connessione a banda larga, ai pagamenti on line e ai pagamenti con cellulare, dai servizi in mobilità fino ai social network location-based, siamo sempre più legati al mondo digitale e la nostra routine giornaliera è sempre più legata ad un click e alle informazioni interconnesse tra di loro.

Ogni giorno tutte questi click mettono in relazione realtà e virtuale, ci forniscono nuove informazioni, ci permettono di sviluppare idee e nuovi business ma soprattutto ci permettono di comunicare ed interagire con persone spesso sconosciute e lontane, allargando orizzonti ed opportunità.

Il Web 2.0 sta creando nuove forme artistiche, nuovi mestieri e nuove correnti culturali. La rete ha dato spazio, voce, consapevolezza ed autorevolezza a chi, in altro modo, non ne avrebbe mai avuta ed in particolare ha dato visibilità a guerre altrimenti sconosciute. Ha permesso di salvare delle vite umane e ha portato la cultura e l’informazione dove non ci sarebbe stata la possibilità. Ha smosso la voglia di sapere e ha dato vita a piccole grandi rivoluzioni.

Internet ha ampliato le relazioni e allo stesso tempo ha reso molto più piccolo il mondo. L’ha reso un piccolo paese, un pò provinciale, nel quale una notizia o un inciucio si propaga rapidamente da news in messaggio, da post a tweet fino al rimbalzo cross mediale, in tv, dove arriva all’orecchio e alle persone ancora non connesse.

Semplicemente, ha già cambiato la nostra vita. Lo ha già fatto e continua a farlo ogni momento.

Ecco perchè io amo internet ed il vivere digitale.

Crowdsourcing si, crowdsourcing no

La crescente diffusione di Internet e della mobilità degli ultimi anni ci ha permesso di assistere negli ultimi anni alla crescita dei servizi virtuali come alternativa ai servizi fisici. Siamo passati dalla posta alla email, dallo shopping all’ecommerce, passando per la didattica e l’e-learning arrivando ai libri e gli e-book e così via.  La “virtualizzazione” dei servizi e delle informazioni ha dato vita a molteplici declinazioni e forme, tra cui il Crowdsourcing, fenomeno che recentemente ha iniziato a farsi conoscere.

Il termine, coniato da Jeff Howe, nell’articolo The Rise of Crowdsourcing, deriva dalla fusione di due parole, ovviamente, non italiane: da un lato crowd (collettività) e dall’altra outsourcing (esternalizzazione). La coppia di parole spiega facilmente e in modo sintetico il significato di questo fenomeno: le aziende propongono dei progetti o delle esigenze (anche problematiche) sul Web e la collettività, la rete fatta di addetti ai lavori e liberi professionisti interessati, attraverso il proprio contributo, propongono soluzioni e collaborano alla realizzazione del progetto. La particolarità di questa “metodologia” sta nel fatto che non è detto che ci sia un solo vincitore, anzi. Molto spesso, proprio perchè si tratta di una fucina di idee, proposte e collaborazioni, la soluzione arriva da più fronti e non è una sola.

Dal mio punto di vista il Crowdsourcing è una grandissima opportunità che va pianificata, gestita e governata con la coscienza che ha dei vantaggi ma anche degli svantaggi. Se da una parte infatti si ha un effetto di forte riduzione del tempo di lavoro, il taglio dei costi e la partecipazione collettiva della comunità (alla quale non sempre per budget si avrebbe la possibilità di accedere),  dall’altra parte c’è da tenere in considerazione anche alcuni rischi. In primis, come è noto, al basso costo non corrisponde sempre un’ottima qualità e secondo luogo che non è detto che la creatività proveniente dalla rete dia sempre nelle soluzioni migliori. Infatti, c’è da tenere in considerazione che non è facile gestire più persone e risorse contemporaneamente, geograficamente dislocate distanti ed ognuna con una propria metodologia di lavoro ed i propri tempi. Un ambiente lavorativo di un’impresa, in cui il gruppo più omogeneo è dislocato in un solo punto e con un coordinamento diretto, è certamente più semplice.

C’è da tenere in considerazione anche un altro effetto non meno importante. I professionisti che partecipano ad un progetto di crowdsourcing sono a rischio di perdita di tempo: partecipare ad una competizione con “troppi concorrenti” provenienti dalla rete, rischia di rendere un idea o una soluzione poco visibile e quindi non eleggibile, con il conseguente effetto che un lavoro non sia poi ripagato.

IndigeniDigitali e cultura digitale

Giovedì sera si è svolto l’ Ignite + Indigeni Digitali presso il NEW Egon di Roma. Bell’evento veramente.

Durante la serata ho presentato per la prima volta in pubblico, in qualità di fondatore, gli Indigeni Digitali. Ho presentato la filosofia degli Indigeni ed il vivere digitale.

Sposare questa filosofia significa sapersi confrontare ed ascoltare, voler condividere la propria conoscenza e le proprie esperienze, avere la passione per il digitale, essere amanti della tecnologia, sentirsi ricercatori di innovazione ed avere quella costante ed innata curiosità che genera adrealina e voglia di non dormire e allo stesso divertirsi con le persone che condividono gli stessi valori e le stesse idee. Questa è cultura digitale.

Queste sono le slide che ho presentato e che riassumono gli Indigeni Digitali.

View more presentations from Fabio Lalli.