L’algoritmo che manca: riconoscenza.

Siamo ossessionati da KPI, automazione e intelligenza artificiale, ma un gesto semplice come dire “grazie” rischia di diventare merce rara. Eppure proprio la riconoscenza, la gratitudine espressa verso colleghi e collaboratori, ma anche tra amici e in famiglia, è un collante invisibile che tiene insieme le persone nel lungo termine.

Un esempio emblematico viene da Indra Nooyi, ex CEO di PepsiCo, che inviava ogni anno oltre 400 lettere ai genitori dei suoi dirigenti per ringraziarli del “dono dei loro figli” all’azienda. Un gesto insolito e potente di leadership riconoscente, in netto contrasto con un mondo aziendale iper-tecnologico.

Del resto, anche Cicerone definiva la gratitudine “la madre di tutte le virtù”. In modo più moderno, lo psicologo Emmons osserva che senza gratitudine “organizzazioni, famiglie, società crollerebbero”.

E allora perché sul lavoro sembra così difficile praticarla? Forse perché la frenesia dei target e l’onnipresenza degli algoritmi ci fanno perdere di vista questo valore umano fondamentale. Nell’era delle macchine intelligenti e delle metriche spietate, la gratitudine è il “codice” umano sempre più raro ma cruciale per il successo duraturo.

Il potere di un “grazie”

Essere riconoscenti non è solo buona educazione. Per un leader dovrebbe essere una vera strategia di management. Studi dimostrano che un ringraziamento frequente, anche nel contesto lavorativo, motiva più di un bonus economico. La gratitudine alimenta la motivazione e la lealtà molto più delle sole metriche di performance. E non è un dettaglio: il timing del grazie conta.

Esprimere riconoscenza prima di assegnare un compito difficile può attenuare l’ansia, far sentire le persone valorizzate e spingerle ad affrontare la sfida con maggiore tenacia. Un leader che dice “apprezzo ciò che farai” prepara il terreno per resilienza e risultati migliori, più di un grazie frettoloso a posteriori. Vale con i colleghi, e vale anche con i figli.

Eppure, paradossalmente, più si sale nella scala gerarchica e meno si tende a ringraziare. Chi detiene potere sviluppa spesso una miopia di gratitudine: molti dirigenti si sentono in diritto di ricevere impegno, senza avvertire il bisogno di riconoscerlo. Il risultato? Un vuoto emotivo, una perdita di fiducia, una cultura organizzativa fragile. Diversi studi mostrano che il ringraziamento sincero, espresso da una posizione di comando, ha un impatto doppio: i collaboratori lo percepiscono come gesto potente e umano, che costruisce rispetto reciproco.

Crescere insieme grazie alla riconoscenza

La riconoscenza è il vero motore delle relazioni di mentorship. Un mentore investe tempo, esperienza e visione; chi riceve questo supporto lo traduce in impegno e voglia di dimostrarsi all’altezza. Ma il valore è reciproco: il mentor vede crescere chi ha supportato, riceve energia, nuove prospettive e spesso feedback che arricchiscono anche il suo modo di guidare.

Harvard Business Review parla di “valuta relazionale”: è esattamente questo. La gratitudine genera uno scambio che va oltre il singolo rapporto: chi ha ricevuto tende a restituire, creando un effetto a catena. Le carriere si intrecciano, si rafforzano, si trasmette cultura. È un ciclo virtuoso di crescita condivisa. Un “grazie” autentico oggi può attivare leadership migliori domani.

Questo meccanismo di restituzione è parte di una cultura che da anni personalmente ho fatto mia: il give back. Non è solo un gesto di cortesia, è una responsabilità attiva. Chi ha ricevuto ha il dovere, non scritto, ma potente, di far avanzare qualcun altro. È così che si crea un’onda lunga di competenze, visione, possibilità. In fondo, non cresci davvero se non restituisci qualcosa a chi viene dopo di te.

Il clima del grazie nelle organizzazioni

Se la gratitudine del singolo leader o del singolo mentor è importante, ancor più lo è farne un valore di cultura aziendale diffusa. Una cultura dove il grazie circola liberamente produce effetti misurabili su clima, engagement e risultati. Al contrario, la mancanza di riconoscenza crea ambienti tossici. Emmons lo scriveva già che l’assenza di gratitudine è un fattore determinante di turnover, burnout e insoddisfazione.

La buona notizia è che ringraziare rigenera il clima: migliora la fiducia, riduce il conflitto, aumenta il senso di appartenenza. Un ambiente in cui le persone si ringraziano a vicenda viene percepito come sicuro sul piano psicologico, stimolando collaborazione e innovazione. Un semplice “ottimo lavoro, grazie” può valere molto più di un aumento dato in un momento di crisi. E crea lealtà, coesione, desiderio di contribuire.

Il riconoscimento come algoritmo morale

Il riconoscimento è un algoritmo, o almeno a me piace pensare così: un codice morale fatto di attenzione, empatia e memoria condivisa. Ma è un algoritmo che oggi si esegue sempre meno, perché non produce un dato immediatamente monetizzabile. L’AI riconosce pattern, segnali, risultati. L’essere umano può, e dovrebbe, riconoscere persone, sforzi, progressi invisibili. Per questo dico spesso che la gratitudine è “l’algoritmo che manca”: quello che ci connette anche quando non serve, che dà senso anche a ciò che non è ottimizzato, ma è profondamente giusto.

L’AI e il riconoscimento freddo

Dashboard che misurano produttività, intelligenze artificiali che analizzano dati e sistemi automatici di “riconoscimento” dei risultati: in un contesto così, in cui algoritmi valutano ogni aspetto delle performance, poi emerge un altro tema da affrontare, ossi che la riconoscenza autentica è un gesto umano, impossibile da automatizzare completamente.

Sì, le AI possono supportare processi di riconoscimento più equi, aiutare a non dimenticare contributi importanti. Ma un messaggio automatizzato, se non è pensato, risulta freddo. Una nota scritta a mano, una parola detta al momento giusto, cambia tutto. Gli strumenti servono a completare, non a sostituire.

Un manager empatico sa riconoscere non solo il risultato, ma lo sforzo, la resilienza, la crescita. E quando una persona si sente valorizzata, entra in circolo un potenziale enorme: più coinvolgimento, più collaborazione, più innovazione.

Gratitudine e nuove generazioni

Mi capita spesso di notare come nelle nuove generazioni il tema della gratitudine sia più sottile, a volte quasi assente ( o per lo meno diversa ). Non perché manchi sensibilità, ma perché per molti ragazzi la gratitudine è vista come un riflesso del debito, e il debito non lo vuole nessuno. Molti sentono più forte il peso di ciò che è mancato, che la gratitudine per ciò che c’è stato. Hanno imparato a difendersi, non a dire grazie.

Ma la riconoscenza non è un atto di sudditanza, è consapevolezza. È capacità di leggere i passaggi, le persone, i contributi, anche minimi, che ci hanno permesso di fare un salto. E forse, anche tra generazioni, andrebbe riscoperta come codice di connessione, più che come gesto formale.

L’algoritmo mancante

La riconoscenza può sembrare un valore d’altri tempi, quasi ingenuo in un’era dominata da analytics e dati. Ma è forse più rivoluzionaria che mai. È il filo umano che collega individui iper-digitalizzati, l’“algoritmo mancante” che dà senso ai risultati oltre i numeri. Coltivare la gratitudine non significa rinunciare alla performance: significa sbloccare un livello più alto di performance sostenibile, perché basata su fiducia, passione, reciprocità.

Un ambiente di lavoro, una famiglia, una squadra dove ci si sente rispettati e ringraziati è un luogo in cui le persone crescono, osano, innovano. Come un ecosistema che si auto-rigenera, la cultura della riconoscenza porta frutti umani e organizzativi.

Dire grazie non è solo buona educazione. È un atto di celebrazione. Come ho scritto in una delle mie Interferenze, celebriamo troppo poco: passiamo da un obiettivo all’altro senza onorare il percorso. Invece un “grazie”, detto bene, può essere un piccolo rito che segna un passaggio, che costruisce memoria collettiva. Celebrare è un modo per rallentare il tempo e dire: “questo momento merita”.

E se non celebriamo nulla, tutto si appiattisce in una routine produttiva senza profondità. Dopotutto, non c’è innovazione più grande che riscoprirsi umani. E la gratitudine è il codice più semplice per riuscirci.

L’essenza del Web3, in un racconto per bambini

Dietro ogni cambiamento c’è una storia.

Questa è la storia sintetica, ripresa da varie letture fatte in questi anni / giorni , che ieri viaggiando in macchina con i miei figli, di ritorno da un week end in montagna, ho raccontato per far capire cosa cambierebbe con il web3 e come questo potrebbe portare nuovi benefici, dopo la domanda di mio figlio “Ma cosa è il web3?”

C’era una volta un mondo di navigatori ed esploratori, che amavano viaggiare, scoprire, creare e inventare.
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Nel loro percorso scoprirono una nuova terra e con il tempo la resero abitabile per molti. Una terra in cui era possibile viaggiare lontano, anche per chi non poteva viaggiare realmente, informarsi e condividere conoscenza. Mentre la popolazione dei visitatori aumentava, alcune grandi tribù costruirono delle città enormi in questa terra, e presero talmente tanto potere da riuscire a dividere questa terra in continenti . In tutte queste città i visitatori dovevano pagare una forma di affitto per rimanere lì e tutto ciò che i visitatori creavano o forgiavano non poteva essere rimosso, ed in molti casi diventava di proprietà della tribù. Anche gli scambi e le vendite tra persone venivano tracciate e tassate. Queste grandi tribù più passava il tempo più diventavano potenti e polarizzanti, creando un mercato non più florido ed in cui era difficile creare cose nuove.

Un giorno un visitatore appese una lettera sulla porta di un ricco castello: era una lettera che descriveva un nuovo tipo di commercio economico che poteva essere distribuito senza la necessità che ogni scambio o transazione fosse tassata e gestita. Una pratica affidabile e trasparente che rese possibile per i visitatori possedere realmente una proprietà su questa terra, per la prima volta. Improvvisamente, i visitatori diventarono proprietari e iniziarono a scambiare tra loro creando nuovi mercati dove poter scambiare e vendere diverse cose. La terra divenne fertile di nuovo e pronta una nuova esplorazione, dando vita ad una nuova fase di ricercatori e pionieri.

Da qui in poi la nascita di nuove tribù, auto-organizzate, con nuove missioni e interessi. La terra tornò di nuovo fertile, aperta a nuove possibilità di crescita.

….

Il visitatore sconosciuto, colui che iniziò la rivoluzione pubblicando la lettera, oggi è considerato ancora una leggenda.

La storia del web3 potrebbe esser questa e quello che volevo condividere ed enfatizzare erano sicuramente i valori e l’essenza che c’è dietro questo cambiamento imminente. La decentralizzazione è il cuore della storia, e non è un tema facile da raccontare a dei bambini. Ma è un tema che si porta dietro tematiche come trasparenza, fiducia, oggettività e equità. La decentralizzazione è molto più che un sistema tecnologico, è un movimento etico culturale che si sta propagando ed è giusto raccontarlo e farlo capire.

Il web si sta spostando ora dall’internet di “scambio di informazioni” a quello di “scambio di valore“. Ciò che mancava finora al web erano proprio i diritti di proprietà e quindi il modo per assegnare valore ai beni digitali ed il modo per scambiare la proprietà. Creators di contenuti, sviluppatori e costruttori di piattaforme, community e imprenditori sono tutti abitatori differenti di questo nuovo ecosistema che si sta creando.

Ovviamente la storia raccontata ai miei figli è andata oltre e abbiamo parlato di tanto altro, visto che il viaggio è durato – causa traffico – ben più di due ore. Quello che ho cercato di far capire è che non si tratta solo della prossima cosa interessante tecnologica da usare o di una piattaforma su cui costruire il prossimo gioco o il prossimo social, ma si tratta di un cambiamento in grado di poter dare a tutti maggior spazio di crescita, equità e tutela.

Ci sto lavorando veramente alla fiaba, vi aggiorno non appena la pubblico su amazon.

La crescita dell’uomo e gli stadi di sviluppo della community

La crescita del volume degli utenti di una community ed il suo sviluppo in termini di conversazione, secondo la mia esperienza di questi ultimi anni, è equiparabile allo sviluppo biologico, psicologico e sociale della crescita dell’uomo nelle sue varie fasi. La psicologia, gli effetti biologici e le dinamiche sociali sembrano esser le stesse, ma con una sola possibile variante finale.

In particolare, partendo dalla fase post nascita le fasi di sviluppo sono: Nascita, Infanzia, Pubertà, Maturità e Vecchiaia. Nel dettaglio:

Nascita

  • Incapacità di orientamento
  • Incapacità di movimento
  • Incapacità di alimentazione in autonomia

La community è appena nata: è nata dalla voglia di condividere qualcosa da parte di più persone. E’ stato scelto il primo strumento disponibile e sono state utilizzate le minime tecniche a disposizione. Definirla ancora community è presto e non esistono ancora temi caratterizzanti (incapacità di orientamento). Il flusso di discussioni è ancora acerbo ed è alimentato da thread dei fondatori del gruppo (incapacità di movimento). . La community è strettamente dipendente dal contesto e dal mondo esterno. L’assenza delle azioni di conversazione, moderazione ed organizzazione da parte dei fondatori, il gruppo / community potrebbe anche morire (incapacità di alimentazione in autonomia).

Infanzia

  • Capacità di controllo dell’orientamento della testa
  • Capacità di camminare, prima a gattoni, poi in posizione eretta
  • Capacità di parlare

In questa fase la community è ancora molto piccola ed ancora immatura dal punto di vista dell’organizzazione: si evolve per step, si costruiscono piccole regole e netiquette a supporto per prevenire ed organizzare meglio i contenuti (capacità di camminare). I partecipanti sono tutti legati ad un valore comune, sono in grado di parlare e dialogare mantenendo toni pacati (capacità di parlare): i membri sono tendenzialmente pochi e con legami forti. Tutti sono coscienti di aver creato un gruppo di discussione, un luogo in cui condividere informazioni e sono in grado di orientare la discussione secondo i temi condivisi (orientamento e controllo). L’identità del gruppo è ancora debole.

Pubertà

  • Cambiamento della voce
  • Comparsa di peli
  • Sviluppo dei caratteri sessuali secondari

La community inizia a crescere: il livello di conversazione va aumentando ed il numero di contributi nuovi iniziano a modificare anche il livello di autorevolezza e profondità della discussione (cambiamento della voce). I nuovi membri e la presenza di più persone con punti di vista differenti determinano l’inizio delle prime discussioni e delle prime controversie: da una parte incrementano le discussioni più accese e dall’altra avvengono i primi abbandoni della community derivanti dal disinteresse per le discussioni più profonde (sviluppo dei caratteri sessuali secondari). Nella community in questa fase arrivano i primi professionisti interessati all’utilizzo per altri fini (comparsa di peli) e la conversazione diventa più dura e spesso velenosa anche grazie alla crescente identità del gruppo.

Maturità

  • Fase di stabilità dello sviluppo
  • Meccaniche immunitarie sviluppate
  • Capacità di relazione e linguaggio completo

Questa è una fase importante per la community. La conversazione è alimentata dalla stessa community e non più solo dai primi membri. Le discussioni sono in tema e gli stessi utenti invitano altri utenti ad unirsi alla conversazione (fase di stabilità dello sviluppo). La community è in grado di automoderarsi, segnalare e gestire casi critici e abilitare comportamenti difensivi (meccaniche immunitarie sviluppate) in caso di flame, abusi o spam. In particolare la community inizia ad avere forti relazione extra community, coinvolgendo altre reti e network in iniziative, ed è in grado di influenzare o abilitare comportamenti anche fuori dal suo perimetro di discussione (capacità di relazione e linguaggio completo). La community guarda verso l’esterno e non più solo a se stessa. In questa fase è crescente l’esigenza da parte della community di iniziare anche a comunicare, rivedere e adeguare la netiquette, le regole di condivisione anche in funzione della crescita, delle dinamiche e dei temi su cui si è focalizzata l’attenzione. L’interesse di terze parti, grazie alla verticalizzazione dei temi trattati e dei membri partecipanti, diventa sempre più frequente.

Vecchiaia

  • Comparsa di capelli bianchi e perdita di capelli
  • Invecchiamento della pelle

Consapevolezza e debolezza sono i termini più adeguati per definire questa fase della community. La consapevolezza (comparsa di capelli bianchi) si manifesta con la crescita continua ed il coinvolgimento progressivo di altri nuovi membri e nuove persone in grado di accendere discussioni e attivare dibattiti. L’arrivo di nuovi utenti con linguaggi nuovi, genera fisiologicamente anche l’abbandono di vecchi membri che, nelle nuove dinamiche, non si sentono più parte di quella identità (perdita di capelli). Le discussioni ed i temi tendono a cambiare e modellarsi e si vanno definendo nuovi argomenti di dibattito (invecchiamento della pelle). In questo momento specifico la community è nel suo punto maggiore di debolezza: in questa fase possono verificarsi due casi: uno è biologicamente naturale, uno è biologicamente innaturale. Nel primo caso, biologico naturale, la community tende a frammentarsi: il contenuto si va deteriorando rispetto all’aspetto che aveva alla fase della nascita, il tasso di abbandono è alto ed il percorso porta alla morte della community. Nel secondo caso, quello biologicamente innaturale, la community rinasce e riparte un nuovo ciclo. Rinasce su valori diversi, evoluti e adattati alla presenza di nuovi interessi, tecnologie, metodologie ed approcci.

Questa è una riflessione nata di mattina, velocemente e sicuramente ancora superficiale e da approfondire. Lo sviluppo di una community è sicuramente fatta di evoluzioni, con andamenti alternati, punti di rottura e momenti di crescita che non seguono sicuramente una linearità: associare agli stadi evolutivi della community alcuni momenti della vita dell’uomo potrebbe aiutare a capirne dinamiche, aspetti e punti di miglioramento e gestione.

Voi cosa integrereste o modifichereste di questo ragionamento?

Fabio
Napoli, 10.11.2013

Six Thinking Hats, approccio alternativo al brainstorming

Qualche tempo fa ho avuto modo di leggere ed applicare in alcuni contesti la tecnica del Six Thinking Hats (qui uno dei libri che ho letto sul tema). Ne sono rimasto affascinato e mi ero ripromesso di scriverne un post di condivisione, soprattutto dopo aver scritto il post relativo alla Creazione di Cultura della Creatività e dell’Innovazione.

La tecnica del Six Thinking Hats è stata creata da Edward de Bono, lo stesso del Pensiero Laterale e nasce agli inizi degli anni ’80. De Bono inventò il suo sistema per condurre, in modo efficace, le riunioni con successo, mandando in pensione l’antiquato ed inefficiente “brainstorming”. Il sistema Six Thinking Hats, nella sua semplicità ed intuitività, è un potente metodo per migliorare la comunicazione, aumentare la produttività di un team, promuovere la creatività, e velocizzare il processo decisionale di un gruppo. La tecnica di Six Thinking Hats è un modello che viene utilizzato per esplorare prospettive differenti verso una situazione, un problema o una sfida complessa. Secondo De Bono, vedere le cose in vari modi è spesso una buona idea, utile sia nella formazione della strategia che nei processi decisionali complessi.

La STH o tecnica dei Sei Cappelli consiste nell’indossare metaforicamente un cappello colorato che identifica un pensiero, un ruolo, praticamente l’immedesimazione di se stessi in una prospettiva particolare, diversa da quella naturale. Per esempio, in una discussione si può decidere di fare appositamente “l’avvocato del diavolo“, anche se solamente per generare discussioni, ma con lo scopo di sfidare deliberatamente un’idea, essendo critici e cercando di capire cosa c’è di sbagliato.

Ciascuno dei Cappelli è identificato appunto con il nome di un colore che, mnemonicamente, descrive la prospettiva che dovrà esser adottata quando si verrà investiti di tale ruolo. Per esempio, se facciamo il ruolo del critico distruttivo, quello appunto dell’avvocato del diavolo, porteremo il Cappello di Pensiero Nero. Ogni cappello ha quindi un ruolo e un tipo di approccio:

  • Cappello Bianco (Osservatore). Carta bianca; Neutro; focalizzato sulle informazioni disponibili, i FATTI obiettivi, quello che è necessario, come può essere ottenuto
  • Cappello Rosso (Ego, Altro). Fuoco, calore; EMOZIONI, SENSAZIONI, intuizione, presentimenti; visioni attuali senza spiegazioni, giustificazioni
  • Cappello Nero (Ego, Altro). Giudice severo che indossa un abito nero; giudiziale; critico; perchè qualcosa è sbagliata; Visione LOGICA NEGATIVA
  • Cappello Giallo (Ego, Altro). Solare; ottimismo; Visione LOGICA POSITIVA; cerca i benefici, quello che c’è di buono.
  • Cappello Verde (Ego, Altro). Vegetazione; Piensiero CREATIVO; possibilità ed ipotesi; nuove idee
  • Cappello Blu (Osservatore). Cielo; freddo; visione generale; CONTROLLO del PROCESSO, delle FASI, degli ALTRI CAPPELLI; presidente, organizzatore; pensa al modo migliore di pensare (meta-analisi)

Ovviamente ogni cappello è indicativo sia degli stati che delle strutture mentali e della prospettiva da cui si dovrà osservare la dinamica della discussione. De Bono nella sua spiegazione precisa che “Le emozioni sono una parte essenziale della nostra abilità di pensare e non una cosa extra che confonde i nostri pensieri, (1985, p27). Uno stile di pensiero (o cappello) non è insitamente “migliore di un altro. Un team equilibrato riconosce la funzione necessaria di tutti i cappelli affinchè il team stesso possa considerare tutti gli aspetti di qualunque questione si debba affrontare.

I benefici principali dell’applicazione del metodo dei Six Thinking Hats, posso esser riassunti come segue:

  • Permette alle persone di parlare senza rischi e impedisce la Spirale di Silenzio
  • Crea la consapevolezza che esistono prospettive multiple della stessa problematica
  • Richiede uno sforzo creativo ed innovativo
  • Diminuisce le fasi dei mugugni degli oppositori e dei bastian contrari, nei momenti di disaccordo
  • Incoraggia i presenti a vedere tutti i lati positivi, ed i vantaggi, di quanto si sta discutendo
  • Focalizza i pensieri, fa risparmiare tempo, grazie alla diminuzione delle classiche dispersioni che nascono nelle contrapposizioni per partito preso
  • Migliora la comunicazione ed il processo decisionale
  • Rende maggiormente efficaci le riunioni con decisioni operative prese, quasi sempre, senza contrasti o lacerazioni

Nella maggior parte delle riunioni, sarà capitato a tutti, le persone sedute al tavolo tendono a sentirsi come costrette ad adottare costantemente una specifica prospettiva (ottimista, pessimista, obiettiva, ecc.). Questo comportamento limita i modi ed il grado di ogni individuo, e quindi la potenzialità del gruppo di esaminare una problematica. Attraverso l’utilizzo del Six Thinking Hats, ogni individuo non è limitato ad una singola prospettiva nel suo concetto, ma deve sforzarsi ad approcciare il problema in modo diverso.

I cappelli, come specificato nelle varie letterature riguardo a questo argomento, sono categorie del comportamento del pensiero e non categorie di persone, che è ben diverso. Lo scopo dei cappelli è quello di dirigere il pensiero verso un certo tipo di visione e approccio, non di classificare il pensiero o il pensatore. Indossando un cappello invece di un altro, ci si imbatte inaspettatamente in un gran numero di nuove idee, diverse, non focalizzate sul primo e naturale punto di vista. Indossare un cappello, sempre metaforicamente, significa deliberatamente adottare una prospettiva che non è necessariamente la nostra.

È fondamentale che tutti i membri del gruppo, presenti alla discussione e partecipanti attivi di questa modalità, ne siano consapevoli. Un membro del gruppo che si identifica chiaramente nel colore del cappello che sta portando, mentre fa una dichiarazione, dovrebbe riuscire a separare l’ego dalla performance e questo è un passaggio importante. Ciascun partecipante coinvolto è in grado di contribuire all’esplorazione e alla discussione del problema, a seconda del cappello indossato in quel momento, senza che il suo ego venga in alcun modo intaccato o coinvolto. In pratica il sistema SHT è stato sviluppato per incoraggiare le persone nello sviluppo della prestazione piuttosto che nella difesa dell’ego e far si che tutti siano in grado di poter contribuire sotto qualsiasi cappello, anche se con punti di vista completamente opposti.

Durante una riunione o un workshop è possibile utilizzare la tecnica dei sei cappelli con una certa sequenza strutturata secondo la natura della questione. Qui di seguito vi riporto un tipico approccio con il metodo del Six Thinking Hats:

  • Punto 1: Presentare i fatti del caso (Cappello Bianco)
  • Punto 2: Generare idee su come il caso potrebbe essere affrontato (Cappello Verde)
  • Punto 3: Valutare i meriti delle idee – elencare i benefici (Cappello Giallo), elencare gli svantaggi (Cappello Nero)
  • Punto 4: Scervellarsi sulle possibili alternative (Cappello Rosso)
  • Punto 5: Ricapitolare e sospendere la seduta (Cappello Blu)

Il concetto fondante della teoria del Six Thinking Hats è quindi la constatazione che il cervello umano lavora in modo diverso in funzione del tipo di prestazione che gli viene richiesta.

Qui alcuni libri interessanti: