Enterprise 2.0: Modelli organizzativi e gestione dei social media per lโ€™innovazione in azienda

Qualche mese fa durante un aperitivo, Alessandro Prunesti, mi chiese se avevo voglia di contribuire al suo nuovo libro Enterprise 2.0. Vista la fresca esperienza fatta sulla progettazione di alcuni sistemi di Enterprise Social Network, l’idea emergente di un sviluppare una nuova logica di E2.0 e la passione e l’interesse per questo tipo di progetti, ho ovviamente accettato.

Il libro affronta una serie di argomenti che riguardano, oltre agli aspetti tecnologici, anche quelli organizzativi e di gestione. Oggi i sistemi di E20 sono infatti strumenti di innovazione dirompenti, capaci di generare un nuovo tipo di organizzazione aziendale, nuovi spazi di lavoro condivisi, community aziendali, ambienti digitali allโ€™interno dei quali dare vita ad attivitร  collaborative in grado di generare benefici reciproci per i dipendenti delle aziende, i clienti, i fornitori e i partner commerciali ย e rendere l’organizzazione aziendale aperta, flessibile e dinamica, nella quale la creativitร  delle persone diviene un fattore strategico per il raggiungimento degli obiettivi di business.

Il mio contributo, un paragrafo di qualche pagine nella parte finale del libro, affronta nello specifico la fase della progettazione tecnica ed i fattori critici, oggetto di una attenta analisi, progettazione e monitoraggio ed elenca le funzionalitร  tipiche e basilari di un progetto di Enterprise 2.0.

Il libro Enterprise 2.0: Modelli organizzativi e gestione dei social media per lโ€™innovazione in azienda, tra i primi a trattare integralmente l’argomento dell’Enterprise 2.0, รจ secondo me una buonissima base di partenza per tutte quelle aziende che decidono di affrontare un progetto di questo tipo.

Questa รจ la prima volta che contribuisco alla pubblicazione di un libro e devo dire che ho trovato veramente emozionante ricevere una copia del libro completo, stampato e con un bellissima dedica: grazie Ale.

Vi segnalo un elenco dei libri pubblicati da Alessandro su IBS, mentre la scheda di questo libro รจ sul sito della Franco Angeli. Altri approfondimenti e articoli li trovate sul sito Enterprise2. Buona lettura.

Six Thinking Hats, approccio alternativo al brainstorming

Qualche tempo fa ho avuto modo di leggere ed applicare in alcuni contesti la tecnica del Six Thinking Hats (qui uno dei libri che ho letto sul tema). Ne sono rimasto affascinato e mi ero ripromesso di scriverne un post di condivisione, soprattutto dopo aver scritto il post relativo alla Creazione di Cultura della Creativitร  e dell’Innovazione.

La tecnica del Six Thinking Hats รจ stata creata da Edward de Bono, lo stesso del Pensiero Laterale e nasce agli inizi degli anni ’80. De Bono inventรฒ il suo sistema per condurre, in modo efficace, le riunioni con successo, mandando in pensione l’antiquato ed inefficiente “brainstorming”. Il sistema Six Thinking Hats, nella sua semplicitร  ed intuitivitร , รจ un potente metodo per migliorare la comunicazione, aumentare la produttivitร  di un team, promuovere la creativitร , e velocizzare il processo decisionale di un gruppo.ย La tecnica di Six Thinking Hats รจ un modello che viene utilizzato per esplorare prospettive differenti verso una situazione, un problema o una sfida complessa. Secondo De Bono, vedere le cose in vari modi รจ spesso una buona idea, utile sia nella formazione della strategia che nei processi decisionali complessi.

La STH o tecnica dei Sei Cappelli consiste nell’indossare metaforicamente un cappello colorato che identifica un pensiero, un ruolo, praticamente l’immedesimazione di se stessi in una prospettiva particolare, diversa da quella naturale. Per esempio, in una discussione si puรฒ decidere di fare appositamente “l’avvocato del diavolo“, anche se solamente per generare discussioni, ma con lo scopo di sfidare deliberatamente un’idea, essendo critici e cercando di capire cosa c’รจ di sbagliato.

Ciascuno dei Cappelli รจ identificato appunto con il nome di un colore che, mnemonicamente, descrive la prospettiva che dovrร  esser adottata quando si verrร  investiti di tale ruolo. Per esempio, se facciamo il ruolo del critico distruttivo, quello appunto dell’avvocato del diavolo, porteremo il Cappello di Pensiero Nero. Ogni cappello ha quindi un ruolo e un tipo di approccio:

  • Cappello Bianco (Osservatore). Carta bianca; Neutro; focalizzato sulle informazioni disponibili, i FATTI obiettivi, quello che รจ necessario, come puรฒ essere ottenuto
  • Cappello Rosso (Ego, Altro). Fuoco, calore; EMOZIONI, SENSAZIONI, intuizione, presentimenti; visioni attuali senza spiegazioni, giustificazioni
  • Cappello Nero (Ego, Altro). Giudice severo che indossa un abito nero; giudiziale; critico; perchรจ qualcosa รจ sbagliata; Visione LOGICA NEGATIVA
  • Cappello Giallo (Ego, Altro). Solare; ottimismo; Visione LOGICA POSITIVA; cerca i benefici, quello che c’รจ di buono.
  • Cappello Verde (Ego, Altro). Vegetazione; Piensiero CREATIVO; possibilitร  ed ipotesi; nuove idee
  • Cappello Blu (Osservatore). Cielo; freddo; visione generale; CONTROLLO del PROCESSO, delle FASI, degli ALTRI CAPPELLI; presidente, organizzatore; pensa al modo migliore di pensare (meta-analisi)

Ovviamente ogni cappello รจ indicativo sia degli stati che delle strutture mentali e della prospettiva da cui si dovrร  osservare la dinamica della discussione. De Bono nella sua spiegazione precisa che โ€œLe emozioni sono una parte essenziale della nostra abilitร  di pensare e non una cosa extra che confonde i nostri pensieri, (1985, p27). Uno stile di pensiero (o cappello) non รจ insitamente โ€œmigliore di un altro. Un team equilibrato riconosce la funzione necessaria di tutti i cappelli affinchรจ il team stesso possa considerare tutti gli aspetti di qualunque questione si debba affrontare.

I benefici principali dell’applicazione del metodo dei Six Thinking Hats, posso esser riassunti come segue:

  • Permette alle persone di parlare senza rischi e impedisce la Spirale di Silenzio
  • Crea la consapevolezza che esistono prospettive multiple della stessa problematica
  • Richiede uno sforzo creativo ed innovativo
  • Diminuisce le fasi dei mugugni degli oppositori e dei bastian contrari, nei momenti di disaccordo
  • Incoraggia i presenti a vedere tutti i lati positivi, ed i vantaggi, di quanto si sta discutendo
  • Focalizza i pensieri, fa risparmiare tempo, grazie alla diminuzione delle classiche dispersioni che nascono nelle contrapposizioni per partito preso
  • Migliora la comunicazione ed ilย processo decisionale
  • Rende maggiormente efficaci le riunioni con decisioni operative prese, quasi sempre, senza contrasti o lacerazioni

Nella maggior parte delle riunioni, sarร  capitato a tutti, le persone sedute al tavolo tendono a sentirsi come costrette ad adottare costantemente una specifica prospettiva (ottimista, pessimista, obiettiva, ecc.). Questo comportamento limita i modi ed il grado di ogni individuo, e quindi la potenzialitร  del gruppo di esaminare una problematica. Attraverso l’utilizzo del Six Thinking Hats, ogni individuo non รจ limitato ad una singola prospettiva nel suo concetto, ma deve sforzarsi ad approcciare il problema in modo diverso.

I cappelli, come specificato nelle varie letterature riguardo a questo argomento, sono categorie del comportamento del pensiero e non categorie di persone, che รจ ben diverso. Lo scopo dei cappelli รจ quello di dirigere il pensiero verso un certo tipo di visione e approccio, non di classificare il pensiero o il pensatore. Indossando un cappello invece di un altro, ci si imbatte inaspettatamente in un gran numero di nuove idee, diverse, non focalizzate sul primo e naturale punto di vista. Indossare un cappello, sempre metaforicamente, significa deliberatamente adottare una prospettiva che non รจ necessariamente la nostra.

รˆ fondamentale che tutti i membri del gruppo, presenti alla discussione e partecipanti attivi di questa modalitร , ne siano consapevoli. Un membro del gruppo che si identifica chiaramente nel colore del cappello che sta portando, mentre fa una dichiarazione, dovrebbe riuscire a separare l’ego dalla performance e questo รจ un passaggio importante.ย Ciascun partecipante coinvolto รจ in grado di contribuire all’esplorazione e alla discussione del problema, a seconda del cappello indossato in quel momento, senza che il suo ego venga in alcun modo intaccato o coinvolto. In pratica il sistema SHT รจ stato sviluppato per incoraggiare le persone nello sviluppo della prestazione piuttosto che nella difesa dell’ego e far si che tutti siano in grado di poter contribuire sotto qualsiasi cappello, anche se con punti di vista completamente opposti.

Durante una riunione o un workshop รจ possibile utilizzare la tecnica dei sei cappelli conย una certa sequenza strutturata secondo la natura della questione. Qui di seguito vi riporto un tipico approccio con il metodo del Six Thinking Hats:

  • Punto 1: Presentare i fatti del caso (Cappello Bianco)
  • Punto 2: Generare idee su come il caso potrebbe essere affrontato (Cappello Verde)
  • Punto 3: Valutare i meriti delle idee – elencare i benefici (Cappello Giallo), elencare gli svantaggi (Cappello Nero)
  • Punto 4: Scervellarsi sulle possibili alternative (Cappello Rosso)
  • Punto 5: Ricapitolare e sospendere la seduta (Cappello Blu)

Il concetto fondante della teoria del Six Thinking Hats รจ quindi la constatazione che il cervello umano lavora in modo diverso in funzione del tipo di prestazione che gli viene richiesta.

Qui alcuni libri interessanti:

Internet sta cambiando il nostro modo di pensare?

Questa mattina rileggevo un post che ho tra i bookmark da parecchio tempo dal titolo Is Google Making Us Stupid? dopo averlo ritrovato citato in un articolo del Guardian e anche sul ilPost.

L’articolo parla di Internet e come questo abbia modificato il nostro modo di pensare.ย L’impatto delle tecnologie, della rete e di internet, i social network e la presenza di Google nella vita di tutti i giorni hanno avuto impatti fortissimi sulla societร  di oggi, nel modo di relazionarsi e di comunicare. Sono cambiate le abitudini, ed il modo di pensare.ย Le nostre menti sono state modificate dalla nostra crescente dipendenza dai motori di ricerca, dall’utilizzo dei social network e da tutte le tecnologie digitali.

Nicholas Carr, scrittore americano e autore di The Shallow – What the Internet Is Doing to Our Brains e autore del post Is Google Making Us Stupid?, descrive Internet come modificatore, non solo delle nostre vite e delle nostre abitudini quotidiane, ma anche di evoluzioni fisiche e nel suo libro descrive il processo di alterarazione del nostro cervello e del modo di pensare.ย Nell’articolo emergono diversi punti di vista e in quello di Carr si legge:

“Over the past few years, I’ve had an uncomfortable sense that someone, or something, has been tinkering with my brain, remapping the neural circuitry, reprogramming the memory. My mind isn’t going โ€“ so far as I can tell โ€“ but it’s changing. I’m not thinking the way I used to think. I can feel it most strongly when I’m reading. Immersing myself in a book or a lengthy article used to be easy. My mind would get caught up in the narrative or the turns of the argument and I’d spend hours strolling through long stretches of prose. That’s rarely the case anymore. Now my concentration often starts to drift after two or three pages. I get fidgety, lose the thread, begin looking for something else to do. I feel as if I’m always dragging my wayward brain back to the text. The deep reading that used to come naturally has become a struggle.”

Secondo Carr l’esposizione continua a nuovi sistemi digitali, alla rete e alle nuove tecnologie ha un impatto sui processi cognitivi e sull’evoluzione della mente con effetti che vanno da una concentrazione discontinua, all’esigenza di attivitร  parallele (multitasking), fino al modo di memorizzare informazioni: non abbiamo piรน bisogno di “registrare”, annotare o imparare perchรฉ sappiamo che esistono sistemi (google per esempio) che ci permettono di recuperare informazioni in real time. Il web ed Internet sono diventate delle protesi della memoria collettiva.

Di fronte a queste affermazioni รจ facile farsi prendere dal panico e dalle preoccupazioni e pensare subito la fatidica frase “era meglio prima” . Non รจ cosรฌ, secondo me. In fondo se ci pensate il timore dell’evoluzione tecnologica, e faccio riferimento anche a Platone,ย ha sempre accompagnato l’uomo in ogni fase evolutiva, dalla scrittura, alla stampa alla fotografia, dal fax al telefono fino a radio e televisione.

Non c’รจ dubbio che la tecnologia sia un attivatore di rivoluzioni e cambiamenti, ed รจ evidente che la societร  sia stata rimodellata dalla tecnologia e dall’evoluzione della comunicazione. Basta guardare l’impatto che la stampa ed i mezzi di diffusione hanno avuto sul nostro mondo. E’ interessante leggere nel post del Guardian come fino ad oggi l’attenzione sia stata focalizzata proprio sulla societร  e molto meno sulle modifiche all’uomo.ย Carr sostiene che la neuroscienza moderna, che ha rivelato la “plasticitร ” del cervello umano, ha dimostrato che le nostre pratiche abituali e la routine nelle attivitร  di tutti i giorni possono realmente cambiare e modellare anche le nostre strutture neuronali. Il cervello degli analfabeti, per esempio, รจ strutturalmente diverso da quello di persone che sanno leggere. Quindi, se la stampa e la relativa esigenza di imparare a leggere ha e ha avuto impatto sullo sviluppo del cervello umano, allora รจ anche logico supporre che la nostra dipendenza dalla tecnologia, dalla rete e da Internet abbia lo stesso effetto.

Non tutti i neuroscienziati sono perรฒ d’accordo con questa tesi: molti ritengono che l’uso di Internet abbia migliorato l’intelligenza umana, altri invece ritengono che le tecnologie si siano sviluppate proprio per supportare la capacitร  umana di metabolizzare sempre piรน informazioni e poter gestire al meglio il carico di sovraccarico di informazioni: Google per esempio non sarebbe un problema, ma l’inizio di una soluzione.

Io trovo che Internet abbia cambiato il modo di pensare, il modo di relazionarsi e anche il modo di sviluppare nuove forme di comunicazione. Ha stimolato e reso possibile l’utilizzo di alcune caratteristiche del cervello che probabilmente non erano mai state utilizzate completamente.

Internet ha modificato e sta ancora modificando il nostro modo di pensare.

Voi come la vedete?

Creare la Cultura della Creativitร  e dell’Innovazione

Recentemente su PRNewsWire e su Harward Business Reviews, ho letto di uno studio effettuato da IBM. Sono stati intervistati circaย 1.500 amministratori delegati di aziende di 60 paesi diversi, individuando, nel risultato finale,ย la creativitร  come fattore piรน importante per il successo di un azienda. E’ interessante leggere che circa l’80%ย dei CEO intervistati ritiene che in un mercato complesso e veloce come quello attuale, ย รจ assolutamente necessario trovare nuovi modi di pensare e strade alternative ai modelli comuni. E’ anche interessante notare che piรน del 60% ha affermato che la propria azienda non ha ancora fatto nulla per affrontare efficacemente questa complessitร  crescente. Mmm.

La domanda che mi sono posto leggendo questo studio, anche dopo aver parlato con qualche azienda italiana, รจ: “Ma inย Italia, ci sono amministratori delegati e dirigenti realmente disposti ad intervenire sulla propria azienda per promuovere la cultura della creativitร  e dell’innovazione?” E soprattutto “Cosa deve fare un imprenditore per dare il via a questa ri-evoluzione?”

Secondo la mia esperienza in Italia ci sono veramente pochi imprenditori con questa cultura e quelli che ci sono, non รจ facile trovarli. La maggior parte degli imprenditori รจ ancora influenzata da modelli economici e organizzativi, secondo me, obsoleti o comunque non piรน adeguati.

Per quanto riguarda invece la seconda domanda, la Cultura della Creativitร  e dell’innovazione, secondo me,ย puรฒ esser attivata in sei piccole, grandi, mosse.

1. Rispondere alle esigenze delle persone. Il primo passo da fare รจ mettere in discussione il modo in cui ci si aspetta che le persone lavorino. Per stimolare la creativitร  รจ necessario generare un ambiente sano, vicino alle abitudini e alle esigenze delle persone sia dal punto di vista fisico, che emozionale, mentale e spirtuale. Le persone devono esser soddisfatte del proprio posto di lavoro e non devono viverlo con insoddisfazione, poichรจ questo stato d’animo genera un minor impegno di energia. L’azienda potrebbe iniziare chiedendo al proprio dipendente di cosa ha bisogno per lavorare meglio e svolgere al massimo il proprio lavoro, e allo stesso tempo responsabilizzare le persone con obiettivi ben specifici.

2. Insegnare la creativitร . La creativitร , come spesso ha scritto anche Edward De Bono nei suoi libri relativi al pensiero laterale, non รจ innata ma puรฒ esser sviluppata attraverso esercizi ed allenamento. I 4 principi fondamentali del pensiero creativo che devono esser trasmessi sono i seguenti:ย rinviare il giudizio durante fase di generazione di idee, generare il maggior numero di idee possibile, prendere nota delle idee e sviluppare e migliorare le idee. La creativitร  va stimolata ed insegnata.

3. Coltivare la passione ed il talento. Il modo piรน veloce per uccidere la creativitร  รจ mettere le persone in ruoli che non stimolano la loro immaginazione. Le persone incoraggiate a seguire la loro passione ed abbinarla al lavoro, ย sviluppa una maggiore disciplina, una profonda conoscenza delle proprie attivitร , e una maggiore resistenza di fronte agli insuccessi. L’azienda deve riuscire a mettere le persone nel posto piรน adeguato e vicino al talento e alla personale predisposizione.

4. Motivare e generare senso di appartenenza. E’ vero, il denaro รจ necessario ed รจ alla fine dei conti quello che tutti guardano. Non c’รจ dubbio. Le persone perรฒ si sentono meglio quando sanno di dare un contributo personale anche al di lร  dei soldi. Per sentirsi davvero motivate, le persone devono credere a quello che stanno facendo e devono sentirsi partecipi. Se l’azienda riesce a definire una missione irresistibile che trascende l’interesse personale, si genera una tale energia tale che sono garantite le migliori prestazioni, e anche il pensiero creativo riesce a superare gli ostacoli e generare nuove soluzioni.

5. Dare tempo. Il pensiero creativo richiede necessariamente di un momento di dedicato, ininterrotto e senza pressione. Non si devono esigere risposte immediate e soluzioni istantanee. Oggi tutte le aziende vivono con un solo ideale: “more, bigger, faster“. Sicuramenteย il tempo รจ denaro, ed รจ sicuramente sempre poco, ma per generare creativitร  ed innovazione รจ necessario tempo. Ovviamente non infinito, ma sicuramente dedicato.

6. Stimolare il cambiamento. La maggior parte delle soluzioni, secondo le teoria del pensiero creativo, vengono fuori dopo la fase detta dell’incubazione ed รจ definita con il termine di Illuminazione. L’illuminazione non sempre รจ immediata, e molto spesso รจ necessario distogliere l’attenzione dal problema affinchรฉ, il cervello a livello inconscio lavori sul problema e fornisca una risposta. Le aziende devono esser in grado di stimolare questa fase di illuminazione, dando alle persone la disponibilitร  di momenti di pausa, caffรจ, relax e aggregazione extra lavorativa.

Sono sicuro che in primo approccio questo post sembrerร  strano, ma รจ proprio lรฌ, l’alternativa.

E voi conoscete realtร  simili o casi in cui l’azienda porta avanti una Cultura della Creativitร ? Cosa ne pensate?

Se lโ€™IT va in cloud e diventa un servizio

Negli ultimi tempi ho avuto modo di analizzare ed approfondire tematiche relative alย concetto di SaaS (Sofware as a Service) e mi sono convinto di una cosa: i tempi sonoย maturi per il passaggio definitivo, di alcune realtร , al completo utilizzo del software in cloud e outsourcing. Secondo me a partire dalla metร  del 2010 e per i prossimi due anni, vedremo crescere il mercato del SaaS inย modo considerevole, ben oltre il software tradizionale. Anzi, vedremo un radicale abbandono delle applicazioni tradizionali client, anche su sistemi Mobile.

Della modalitร  SaaS se ne parla da tempo e spesso, sotto forme e nomi diversi, da servizi in ASP fino al software on demand. Anche se piccole sfaccettature e diverse caratteristicheย rendevano differenti queste modalitร , il concetto di fondo era sempre lo stesso: si trattavaย comunque di software non residente su sistemi aziendali, ma su server terzi, e fruibile viaย web.

Il limite piรน grande che ha fermato la crescita di questa modalitร  in questi anni รจ secondo meย riconducibile fondamentalmente a 2 fattori:

  1. La continuitร  del servizio: le infrastrutture non garantivano la possibilitร  di fruire di servizi presso terzi. I principi diย business continuity , ridondanza ed alta affidabilitร , fino a poco tempo fa, non erano alla portata di tutti, mentre oggi vengono affrontatiย con molta piรน attenzione dalle aziende, e da fornitori di servizi;
  2. La sicurezza delle informazioni:ย la scarsa conoscenza dei marchi non rendeva facile la scelta delleย aziende. “Depositare” i propri dati presso terzi non era (e non lo รจ anche oggi) una decisione semplice.

Oggi queste problematiche sono state tendenzialmente superate e le aziende sono molto piรน predisposte: da una parte le tecnologie permettonoย di essere sempre always-on, i fornitori sono in grado di fornire servizi in continuitร ย con livelli di efficienza elevata, i dati possono esser cifrati con sistemi sofisticati, i produttori di software in accordo con gli ISV hannoย iniziato a proporre soluzioni in partnership o co-branding, guadagnando in credibilitร  e fiducia.

Negli ultimi anni alcune software house e alcuni produttori di software hanno iniziato aย mettere a disposizione soluzioni di ERP, strumenti di Business Intelligence e CRM completamente utilizzabili e fruibili via web. Il targetย individuato e maggiormente attento a questo tipo di soluzioni รจ stato quello delle PMI che, non avendo internamente alta competenza tecnica, avendo budget ridotti e non avendo l’IT come Core Business, hanno potuto ridurre gli investimenti in Information Technology affidandosi a servizi completamente in outsourcing, in cloud.

In Italia siamo ancora indietro da questo punto di vista e mentre noi stiamo a guardare e aspettiamo, nel resto del mondo รจ invece molto interessanteย vedere come il mercato del cloud computing stia evolvendo: oltre alle soluzioni SaaS si parla anche di Platform-as-a-Service (PaaS) e Infrastructure-as-a-Service (IaaS). Il Platform-as-a-Service, per esempio, ha una logica simile al SaaS, ma in questo caso non viene utilizzato in remoto un singolo programma, ma una piattaforma software che puรฒ essere costituita da diversi servizi, programmi o librerie.

Se il trend – come immagino – sarร  crescente, assisteremo ad unย cambiamento radicale della fruizione dei servizi IT, avremo sempre piรนย servizi ed applicazioni utilizzabili on line,ย vedremo sempre piรน diminuire il numero delle macchine e dei server, e i data center (sempre piรน virtualizzati e distribuiti) non saranno quelli di oggi.

Questo significa che le aziende che non hanno nell’IT il proprio Core Business, potranno esternalizzare sempre di piรน servizi, infrastrutture e applicativi andando sempre piรน verso il concetto di It-as-a-Service . Le responsabilitร  relative alla continuitร  del business e alla sicurezza saranno demandate al fornitore e gli investimenti dell’azienda potrannoย focalizzarsi sull’innovazione della propria attivitร .

Della serie, ad ognuno il proprio mestiere.

MashupDrink, un modello alternativo

Ho letto poco fa un post di Nicola Mattina relativo ai format applicati attualmente negli eventi: un post semplice e sintetico nel quale ha sintetizzato i format di moda, la loro modalitร  di esecuzione e la tipologia di utenti ai quali si rivolge.

In questi ultimi tempi mi sono occupato degli Indigeni Digitali e nei primi raduni ho testato modalitร  diverse di conduzione dell’evento. Ritengo che ogni format debba essere contestualizzato e calato sull’evento prendendo in considerazione due tipi di fattori: il primo รจ il pubblico ed il secondo รจ il tempo a disposizione.

Nel primo evento degli indigeni abbiamo utilizzato la modalitร  dell’aperitivo, semplice networking due chiacchiere ed un bicchiere di vino. Questa modalitร  va bene se l’incontro ha il solo fine di far conoscenza, rompere il ghiaccio e scambiare due chiacchiere in relax, senza troppo impegno, sia organizzativo sia del partecipante. Il contro e’ dato dal fatto che si creino gruppi di persone che giร  si conoscono lasciando poco spazio ad interazioni con terzi, non essendoci un momento condiviso.

Nel secondo evento abbiamo provato l’ignite, format che a me piace moltissimo, ma che, per la questione del target, genera la curiositร  della platea che segue le presentazioni, ma lascia poco spazio alla discussione tra un intervento e l’altro. In questo caso, l’indigeno (che vuole e ricerca il confronto) si รจ “scaldato” dopo aver sentito alcune affermazioni, ma non riesce ad interagire e si fredda, non dando cosรฌ seguito alla discussione, vero risultato del confronto.

Ho pensato al barcamp come format di un altro evento, ma il tempo a disposizione, secondo me, per un incontro che fondamentalmente avviene in serata, รจ troppo poco. Andrebbe bene in un evento, magari un IndigeniCamp, svolto di sabato, all’insegna di discussioni tecniche per argomenti [vi do un anteprima: lo stiamo ipotizzando per novembre2010] .

In alternativa si potrebbe utilizzare l’elevator pitch, tempi rapidi di presentazione e sessione di domande e risposte. Potrebbe andare bene, se non fosse che questo format รจ tendenzialmente legato al concetto di presentazione di un idea ai venture capitalist, cosa che ne nostro aperitivo invece non avviene. Non si tratta di presentazione ma di discussione.

Il format che vorrei raggiungere io si sviluppa fondamentalmente in tre fasi, non prendendo in considerazione la registrazione, il networking di ingresso, e due chiacchiere di apertura: assegnazione dei gruppi di discussione per argomenti, brain-storming e presentazione del risultato. L’assegnazione dei gruppi potrebbe esser fatta prima dell’evento attraverso il sito e gli argomenti potrebbero esser definiti da un investitore, uno sponsor o una azienda in cerca di un progetto di innovazione. Il brain-storming si svilupperebbe per 2 ore e verrebbe condotto da un facilitatore e dallo stesso “sponsor dell’argomento” e la presentazione verrebbe fatta in chiusura dallo stesso sponsor o da una persona eletta dal gruppo. Dopo di che networking e saluti, e se durante la serata รจ nata qualche idea, si spera che decollerร !

L’idea che mi son fatto e’ quella del mashup, un evento durante il quale persone con competenze diverse si confrontano a livello tecnico, marketing e processi per innovare e tirar fuori un ipotesi di progetto durante un momento di relax e discussione informale. Un mashup appunto di conoscenze ed esperienze, basato sul confronto, l’ascolto, la condivisione e la passione per l’innovazione. Una sorta di crowdsourcing fatto offline, intorno ad un tavolo.

E’ ovvio che questo tipo di esperienza vada affinata, ma l’idea di far confrontare teste, cervelli, culture e passione, mi coinvolge e mi fa pensare che si possano generare opportunitร  e innovazione. Tanta innovazione.

Perfetto, รจ deciso, lo chiamerรฒ mashupdrink e sarร  il modello di un tipo di raduno degli indigeni digitali.

Dobbiamo tutto agli Hippie – FOI10

Non ho avuto modo di partecipare al Frontiers of Interaction che si รจ svolto a Roma il 3 e 4 di Giugno, ma ne ho seguito alcuni passaggi in diretta sullo streaming e tramite twitter. C’รจ stata una presentazione che mi ha colpito tantissimo, ed รจ stata la parentesi di Roberto Bonzio di Italiani di Frontiera. Un intervento di quelli che ti lascia con una voglia incredibile, e mille riflessioni.

Grande Roberto, complimenti veramente.

IndigeniDigitali e cultura digitale

Giovedรฌ sera si รจ svolto l’ย Ignite + Indigeni Digitali presso il NEW Egon di Roma. Bell’evento veramente.

Durante la serata ho presentato per la prima volta in pubblico, in qualitร  di fondatore, gli Indigeni Digitali. Ho presentato la filosofia degli Indigeni ed ilย vivere digitale.

Sposare questa filosofia significa sapersi confrontare ed ascoltare, voler condividere la propria conoscenza e le proprie esperienze, avere la passione per il digitale, essere amanti della tecnologia, sentirsi ricercatori di innovazione ed avere quella costante ed innata curiositร  che genera adrealina e voglia di non dormire e allo stesso divertirsi con le persone che condividono gli stessi valori e le stesse idee. Questa รจ cultura digitale.

Queste sono le slide che ho presentato e che riassumono gli Indigeni Digitali.

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Indigeni Digitali

L’indigeno digitale, riprendendo in parte una frase trovata in rete (credo di Luca Sartoni) e riportata sul blog di Nicola Mattina, รจ colui che vive da sempre il digitale in tutti i suoi aspetti: crea le nuove applicazioni, testa e approfondisce nuove le nuove tecnologie, partecipa attivamente alla conversazione in Rete, diffida di un certo peloso marketing online, non si occupa di divulgare la conoscenza anche agli analogici perchรจ sono grandi abbastanza per sapersi arrangiare ma li aiuta se questi manifestano interesse. Un indigeno รจ un appassionato di tecnologie e mette a disposizione degli altri indigeni il proprio kwon how, le proprie capacitร  ed il proprio network.

Gliย Indigeni Digitali non sono un nuovo Linkedin nรฉ tanto meno un social network. E’ un gruppo di persone che voglionoย confrontarsi e condividere esperienze, casi di successo ed insuccesso, avere un parere tecnico e una soluzione in momenti critici e non, e bersi un bicchiere di vino dopo una giornata di lavoro chiacchierando di bit e byte in modo rilassato.

Indigeni Digitali ย รจ un iniziativa che ha l’obiettivo di generare un punto di incontro e di confronto tra professionisti e tecnici che vogliono interagire collaborare e creare opportunitร , sia online che offline.

L’idea degli Indigeni Digitali รจ nata in questi ultimi anni di lavoro, tra un gantt e un rilascio in produzione, tra un caffรจ e un sushi a pranzo, tra un aperitivo e una birra,ย ma soprattutto durante i vari confronti avuti con tutte le persone che ho incontrato sui vari progetti e che mi hanno permesso di maturare alcuni principi per me ormai fondamentali:ย il confronto, l’ascolto, la condivisione e la passione per la tecnologia e l’innovazione. Questi sono i principi di base degli Indigeni Digitali.

Se volete seguire ed entrare in contatto con gli indigeni, ecco alcuni link:

Il Business Plan per fare impresa

Come ho detto in altri post, la creativitร , l’entusiasmo e la fantasia sono le caratteristiche fondamentali per qualunque iniziativa che si vuole definire imprenditoriale. Il rischio e la possibilitร  di sbagliare , quando si fa impresa, sono dietro l’angolo. Uno strumento fondamentale per non andare allo sbaraglio ed affrontare un attivitร  in modo piรน strutturato รจ il business plan, un documento di programmazione e pianificazione indispensabile per determinare obiettivi e strategie ed evidenziare gli eventuali pericoli che si potrebbero manifestare.

Cos’รจ un Business Plan?
Il business plan รจ un documento dettagliato, che approfondisce ed esamina tutte le aree e le tematiche di un’impresa. Puรฒ essere pensato come una sorta di documento d’identitร  dell’impresa, attraverso il quale si formalizzano tutte le componenti del piano imprenditoriale: dall’analisi del mercato e dei concorrenti al progetto finanziario, dala ย gestione delle risorse umane fino al marketing. Questo documento piรน รจ dettagliato e piรน facilita la comprensione e la valutazione del valore dell’impresa e del progetto. Le funzioni del business plan vanno al di lร  del semplice biglietto da visita: se ben fatto serve ad approfondire i problemi che si dovranno affrontare e gli strumenti da utilizzare per farlo.

La preparazione richiede tempo e dedizione e purtroppo spesso si cade nell’errore di pensare di poterlo fare in poco tempo. Non รจ cosรฌ. Non si tratta di un semplice riassunto delle competenze e delle idee che si intendono avviare, nรฉ di un excel contenente le spese da affrontare. Il business plan รจ un progetto studiato, approfondito, strutturato e dettagliato che da vita alla nuova impresa. Piรน il documento รจ fatto bene, piรน l’azienda avrร  delle radici forti.

E’ importante fare un Business Plan?
Come ho giร  detto, purtroppo si pensa troppo spesso che la pianificazione scritta sia una perdita di tempo. Ci sono molti casi in cui รจ dimostrato che รจ meglio perdere qualche giorno in piรน, piuttosto che trovarsi a chiudere l’azienda, poco dopo averla avviata,ย perchรฉย qualche “imprevisto” si รจ manifestato e non eravamo pronti ad affrontarlo. L’elaborazione e la creazione di un piano dettagliato per la propria idea di business richiede dedizione e sottopone il futuro imprenditore ad uno sforzo intellettuale non indifferente e di gran lunga superiore alla sua immaginazione.

L’entusiasmo iniziale che si ha allo startup spesso induce le persone a minimizzare e sottovalutare i dati non favorevoli e i possibili punti deboli, se non addirittura a non considerarli… Gravissimo e pericoloso!

In termini di comunicazione, il documento di impresa รจ un manifesto, รจ la carta d’identitร  del progetto. Il Business Plan parla dell’azienda che sarร , parla dell’idea e del modello di business, definisce le modalitร  di monetizzazione e parla dell’imprenditore, della sua serietร  e del suo impegno. E’ uno strumento fondamentale che deve esser utilizzato anche ai fini comunicativi: serve a farsi conoscere ed eventualmente finanziare. Il Business Plan รจ importante anche nelle fasi successive all’avvio del progetto:ย ย ha un grande importanza anche come strumento di gestione e controllo e permette all’imprenditore di non perdere mai di vista gli obiettivi dell’azienda, di controllarne l’andamento e in alcuni casi serve di capire che รจ il giusto momento di ri-tarare il proprio business.

Come si fa un Business Plan?
Ci sono alcune linee guida da fissare a mente. La redazione del business plan deve essere sintetica ma non troppo, deve convincere in poco tempo senza esser prolissa. Deve utilizzare un linguaggio tecnico ma non specialistico, altrimenti rischia di non essere comprensibile a tutti. Deve fornire dettagli e informazioni specifiche ma non dati superflui e ininfluenti alla valutazioni del business. Detta cosรฌ, sembra tutto scontato e banale, ma tra il dire ed il fare, come sempre, c’รจ di mezzo un immensitร . Il consiglio che si posso dare รจ legato al buon senso: si deve valutare l’entitร  del progetto in base ai destinatari, alle esigenze e alla specificitร  della propria attivitร . In un Business Plan รจย sicuramente importante enfatizzare alcuni fattori che riepilogo in tre macro categorie:

  1. gli obiettivi , devono esser strutturati per motivare gli altri e se stessi;
  2. il piano di marketing e la comunicazione, per dimostrare che il progetto puรฒ funzionare e ha uno spazio in cui muoversi;
  3. i numeri, per la definizione di costi e ricavi, modello di business e piano di rientro di un investimento iniziale.

Queste tre macro informazioni rendono facilmente intuibile l’idea di business ed il piano che si vuole portare avanti all’interlocutore con il quale ci troveremo a confronto.

Esiste una struttura standard per un Business Plan?
Esistono ormai dei modelli di Business Plan piรน o meno noti, ma tendenzialmente un documento di questo tipo dovrร  sempre contenere:

  1. La copertina del progetto con le informazioni dell’imprenditore (nome, cognome, sede, riferimenti);
  2. La descrizione del progetto, sintetica ma allo stesso tempo esaustiva contenenteย caratteristiche tecniche, materiali, punti di forza e debolezza, aspetti innovativi, politiche di pricing e confronto con il mercato;
  3. La forma giuridica della societร  e gli la struttura in termini di persone, profili e qualifiche professionali. E’ buona norma definire ruoli e competenze;
  4. Analisi del mercato, dati raccolti in fase di ricerca, target, concorrenza e descrizione del servizio offerto;
  5. Piano di marketing (si puรฒ utilizzareย la regola delle quattro P del marketing: prodotto, prezzo, place, promozione);
  6. Obiettivi imprenditoriali e dettaglio del progetto;
  7. Aspetti organizzativi della societร  (struttura, uffici, personale,ย curriculum, tipologie contrattuali, piano di assunzione di nuovo personale, orari di lavoro);
  8. Piano finanziario comprensivo diย informazioni di startup, fonti di finanziamento, i metodi e tempi di rimborso,ย piano di ammortamento dell’investimento iniziale,ย previsione dei costi di gestione, flussi di cassa e ipotesi di ricavo;
  9. Promozione e piani di comunicazione pubblicitaria
  10. Motivazione e descrizione personale. L’imprenditore ci deve mettere la faccia e deve quindi mettersi in gioco descrivendo le ragioni che lo spingono a scegliere la strada del rischio imprenditoriale. Anche se puรฒ sembrare inutile dichiarare la propria motivazione, รจ in realtร  un’indicazione importante per chi di investire e finanziare il progetto.

Una StartUp che si rispetti, deve avere un Business Plan? Secondo me si, e personalmente (sarร  un limite) non riesco a capire quei progetti che partono senza avere un modello di business tendenzialmente delineato e una logica di monetizzazione non definita e chiara.