Baseten a 13 miliardi e il paradosso dell’inferenza a basso costo

Il 18 giugno il Wall Street Journal ha scritto che Baseten sta chiudendo un round da 1,5 miliardi di dollari, con una valutazione che arriva fino a 13. Quattro giorni dopo l’azienda lo ha confermato: Series F, guidato da Altimeter, Conviction e Spark Capital. A gennaio la stessa Baseten valeva 5 miliardi, a settembre 2025 ne valeva poco più di due. Sei volte tanto in nove mesi, per una società che non costruisce modelli e non vende intelligenza propria, ma si occupa di farli girare bene una volta che qualcun altro li ha addestrati.

Ecco quello che mi ha fermato, e non è la cifra. Il capitale si sta spostando dalla parte spettacolare dell’AI, l’addestramento dei modelli, a quella operativa, l’inferenza: il lavoro ripetitivo e poco fotogenico di rispondere, milioni di volte al giorno, a chi fa una domanda. La scommessa di Baseten è che lì, sul costo di quel lavoro, ci sia il margine. La domanda che mi porto dietro è un’altra: una valutazione da 13 miliardi su un’infrastruttura che vende risparmio è il segno che il mercato sta maturando, o l’ennesima curva troppo ripida di una corsa all’oro?

L’inferenza è il livello meno glamour dello stack

Nessuno apre una demo vantandosi della latenza. L’addestramento ha preso quasi tutta l’attenzione degli ultimi anni perché era spettacolare, cluster enormi, GPU introvabili, miliardi bruciati per tirare su un modello più grande del precedente. Poi il modello esce, arriva il primo cliente vero, e la bolletta comincia a contare. L’inferenza è quel momento lì, quando il modello smette di essere una promessa e deve produrre una risposta utile, in fretta, a un costo che regga. È lo strato in cui l’intelligenza tocca davvero la persona, ed è lo stesso strato in cui un’azienda scopre se i conti tornano. In Pelle Digitale ho provato a raccontare proprio questa frontiera, la pellicola sottile dove la tecnologia diventa esperienza per chi la usa. Baseten vive lì, prende modelli, spesso open source, e li serve su una rete multi-cloud che oggi processa più di un miliardo di chiamate al giorno, distribuite su 87 cluster e 18 cloud diversi.

Da 2,15 a 13 miliardi in nove mesi

La cadenza degli aumenti è da capogiro. Series D a settembre 2025, valutazione 2,15 miliardi. Series E a gennaio, 5 miliardi, con dentro anche Nvidia. A maggio si parlava già di un round vicino al miliardo a una pre-money di 11. A giugno il round si gonfia a 1,5 miliardi fino a 13. Il fatturato segue una traiettoria altrettanto verticale, dal run-rate annualizzato di circa 200 milioni a 600 nell’arco di un trimestre, una crescita che molti raccontano come ventiplicata anno su anno. Tra gli investitori storici ci sono Greylock, IVP, CapitalG e la stessa Nvidia, che a gennaio aveva messo 150 milioni. Resta che a 13 miliardi parliamo di un multiplo sui ricavi vicino a 22 volte, e un multiplo del genere racconta molto più le aspettative sul futuro che i conti di oggi.

Il prezzo per task conta più del prezzo per token

La tesi di chi mette i soldi è abbastanza diretta. I modelli open source sono diventati buoni abbastanza da rendere superfluo, per molti casi d’uso, pagare il sovrapprezzo di un modello proprietario. Alcuni clienti di Baseten, da Cursor a Mercor a OpenEvidence, dichiarano di spendere circa un terzo di quanto costerebbe loro un’API chiusa. Se quel dato regge, l’unità della competizione cambia: non è più il modello migliore a fare la differenza, è la capacità di consegnarlo veloce e a basso costo. Ne avevo scritto la settimana scorsa a proposito della guerra dei prezzi dell’AI certificata dal Wall Street Journal, dove i volumi corrono verso il basso costo mentre la spesa resta alla frontiera. Baseten è l’altra faccia di quella dinamica, il venditore di pale e picconi per chi non vuole restare incastrato dentro un solo fornitore. Together AI, Fireworks, Modal Labs giocano la stessa partita, e Fireworks starebbe trattando un round a 15 miliardi. Il fondatore Tuhin Srivastava la riassume così: se il cloud è stato la base della generazione precedente di grandi aziende tecnologiche, l’inferenza è la base della prossima. Intanto Baseten ha firmato un accordo di collaborazione con AWS e ha comprato Parsed, una startup di post-training, segno che vuole presidiare tutto il ciclo di vita del modello, non solo il momento della risposta.

Due prezzi nello stesso round

C’è un dettaglio nella struttura del round che dice più della cifra. È diviso in due fasce, alcuni investitori entrano a una valutazione di 11 miliardi, altri pagano 13. È un meccanismo diventato comune nei mega-round del 2026, serve a sbandierare il numero più alto tenendo dentro chi vuole un prezzo d’ingresso più cauto. Lo si può leggere in due modi. Come ingegneria finanziaria che gonfia il titolo, oppure come fotografia fedele di quanto sia diventato difficile mettere d’accordo investitori con appetiti di rischio diversi sullo stesso asset. Tra i nomi del round c’è Wellington Management, un gestore di lungo periodo, non esattamente la firma che ti aspetti quando si parla di schiuma speculativa. La sua presenza è la texture che complica la storia comoda della bolla. A 13 miliardi Baseten viene prezzata come un pezzo della macchina che i team di AI non possono permettersi di sbagliare, più che come un fornitore qualsiasi seduto tra i cloud e i modelli.

Una corsa all’oro è sempre una bolla?

Quindici anni fa scrivevo di un’altra ondata di valutazioni che sembravano slegate dai fondamentali, quella dei social network e delle prime startup mobile, e mi chiedevo se i numeri avessero senso. Molti di quei numeri non lo avevano, alcune di quelle aziende sono sparite, altre sono diventate l’infrastruttura su cui viviamo adesso. La storia della tecnologia raramente sceglie tra bolla e rivoluzione, di solito fa le due cose insieme, gonfia troppo e nello stesso movimento costruisce qualcosa che resta. L’inferenza ha però una caratteristica che la distingue dalla speculazione pura, assomiglia più a una bolletta che a una puntata, torna ogni volta che un utente fa una domanda, a prescindere dall’umore del mercato. Questo non mette al riparo Baseten dal rischio che gli iperscalari, Amazon su tutti, decidano di tirare l’inferenza dentro le proprie piattaforme e schiaccino i margini dello specialista. Spiega però perché un asset manager prudente sceglie di entrare adesso.

Il test vero arriva dopo, quando i soldi saranno atterrati e i clienti dovranno decidere, bolletta alla mano, se affidarsi a Baseten costa davvero meno che cavarsela da soli. A quel punto sapremo se quei 13 miliardi erano la misura di un’infrastruttura diventata essenziale o il prezzo di una puntata fatta nel momento più caldo del ciclo. Per adesso l’unica cosa certa è dove il mercato sta mettendo i soldi veri.


Fonti: TechCrunch, AI inference startup Baseten reportedly raising $1.5B; Baseten, Raises $1.5 Billion to Power the Next Era of AI Inference (comunicato ufficiale). Dati sul round riportati in origine dal Wall Street Journal.

Metriche vanitose, metriche pericolose

Chris Dixon ha pubblicato sul suo blog un post molto sintetico ma particolarmente efficace dal titolo Vanity Milestone .

Eric Ries uses the phrase “vanity metrics” to refer to metrics that founders cite to demonstrate progress but that are actually false signals. A related concept is “vanity milestones”: achievements that are more about making you feel good than helping your company. Vanity milestones include:

  1. Raising money from famous people/firms who aren’t really going to help your company (e.g. Hollywood celebrities).
  2. Partnerships with brand name organizations that aren’t really going to help your company.
  3. Getting press (e.g top lists) that focuses on founders and not your company.
  4. Almost all tech press (unless your product targets developers or tech companies).

This doesn’t mean it’s bad to hit vanity milestones. Good companies hit lots of vanity milestones along the way, and sometimes they can be a morale boost for employees. What is worrisome is when founders equate vanity milestones with success. The attention will go away very quickly if your company fails.

Ho commentato il post di Dixon aggiungendo a mio avviso altre due vanity milestone importanti da considerare:

  • l’accesso di VIP e celebrità che possono sicuramente dare una accelerazione e aumentare la diffusione del prodotto, ma che potrebbero non esser reali utilizzatori e sponsor del progetto
  • le nuove funzionalità rilasciate sul progetto, senza una reale progettazione, che non migliorano il progetto in se e per se, lo appesantiscono e lo rendono maggiormente inutilizzabile, e fanno perdere tempo sullo sviluppo di reali funzionalità necessarie.

Chiunque abbia portato avanti un proprio progetto, un esperimento, una startup o una azienda, può confermare con matematica certezza che alcuni risultati (e certi tipi di feedback) ti fanno sentire bene, ti esaltano e ti caricano talmente tanto, da continuare a lavorare al tuo progetto giorno e notte, instancabilmente, perdendo di vista tutto quello che gira intorno. E’ indiscutibile: l’adrenalina mixata alla passione, è la droga principale dello startupper.

E’ anche vero, e non va sottovalutato, che è molto facile che ci si possa far prendere dalla troppa euforia e si possa rimaner incantati da questi – potenziali – falsi segnali. Segnali forti come il canto delle sirene che non fanno altro che offuscare gli obiettivi prefissati, quelli veri

In questo caso più che mai, mantenere la lucidità, non perdere il controllo del progetto, e tornare a misurare quelle che anche Marco Magnocavallo, in alcune sue slide, ha definito “le metriche giuste” è fondamentale e salutare. L’ossessione da metriche deve esser “curata” con metriche tipo engagement, daily / monthly active users, returning users, viral factor, conversion e tutte quelle strettamente legate al progetto, utilizzando strumenti adeguati e non semplici misurazioni “quantitativo-ego-centriche“.

Attenzione però perchè questo non vuol dire che certi risultati, numeri ed eventi debbano esser tralasciati o sottovalutati: semplicemente vuol dire esser coscienti dell’utilità emotiva e per la spinta morale, ma che possono trasformarsi in un boomerang. L’attenzione raccolta fino a quel momento, in caso di fallimento, potrebbe svanire completamente in poco tempo.

Se avete tempo, vi consiglio di leggere il blog di Dixon e seguire le conversazioni che si sviluppano nei commenti dei suoi post: Dixon risponde tendenzialmente a tutti, interagisce e molto spesso da queste discussioni nascono approfondimenti sul tema, quasi più interessanti del post stesso.

Il valore degli investimenti fatti sui Social network e startup, è corretto?

Seguo ormai da tempo e con attenzione e passione il mondo delle startup straniere ed italiane e sto osservando le varie dinamiche del mercato e tutto ciò che ne influenza la crescita, le scelte, i comportamenti ed modelli di investimento. Da un pò di giorni in rete e nei gruppi di facebook si discute, in modo più o meno acceso e con punti di vista completamente opposti, le valutazioni astronomiche di alcune startup, social network e alcuni investimenti apparentemente insensati su modelli di business non chiari o su sistemi ancora in fase di studio o ancora nemmeno implementati.

Anche se è evidente che stiamo in un momento in cui sembrano esserci tanti soldi da investire, il dubbio al centro di queste discussioni è: ci troviamo di fronte ad una nuova bolla o realmente il valore degli investimenti fatti su questi Social network / startup è corretto?

Provo a buttare giù alcune considerazioni personali ed un pò di numeri che mi sono appuntato in questi giorni e che ho letto in altri post in rete e provo fare un pò di ragionamenti partendo da alcuni esempi noti che a mio avviso sono i primi segnali di un sistema che “sta funzionando in modo strano“.

Partiamo da Groupon, azienda particolarmente criticata in questo periodo per il suo modello di business ed il cui obiettivo è quello di organizzare acquisti di gruppo su prodotti fortemente scontati: rifiuta da Google 6 miliardi di dollari, prende altri 950 milioni di fundraising e raggiunti i 2700 dipendenti punta ad un IPO che intorno ai 20 miliardi di dollari. Nello stesso segmento di Groupon, la piattaforma cinese Lashou.com, ha preso nel suo ultimo foundraising 1,1 miliardi di dollari a fronte si di un fatturato in forte crescita, ma a dicembre supera di poco i 150 milioni di dollari.

Facebook, società nata nel 2004, all’inizio del 2011 viene valutata circa 50 miliardi. Il Wall Street Journal ai primi di maggio valuta che Facebook possa avere un valore di oltre 100 miliardi per un possibile IPO per il 2012. Il fatturato del social network è atteso intorno ai 4 miliardi ed un ebitda di quasi 2 miliardi.

Gli altri tre social network, Linkedin, Twitter e Foursquare hanno avuto anche loro una crescita del valore in modo esponenziale. Twitter, oggetto del desiderio di Google e Facebook (ma che a mio avviso, vista anche l’integrazione di iOS 5 , potrebbe diventare invece obiettivo di Apple come già si rumoreggiava nel 2009) viene valutata tra gli 8 ed 10 miliardi di dollari, mentre alla fine del 2010 valeva poco meno della metà, e con un fatturato atteso per il 2011 di circa 250 milioni.

Linkedin invece con il suo fatturato di circa 175 milioni di dollari, vede una quotazione a circa 6 miliardi di dollari. Infine l’ultimo arrivato tra i social di “livello” e che recentemente ha raggiunto la quota di 10 milioni di utenti, Foursquare, dicono possa valere 250 milioni di dollari, ma tranne i dati relativi al finanziamento ricevuto nel 2010 di circa 95 milioni di dollari, non pubblica da nessuna parte dati ufficiali relativi al fatturato (poca trasparenza o …?).

Nell’ambito del gaming il colosso Zynga, social gaming company nata nel 2007 e che nel 2008 ottenne 29 milioni di dollari da alcuni venture capitalist, tra ottobre 2010 e febbraio 2011 passa da una valutazione di 5 miliardi a quasi 10: nel 2010 il fatturato è stato di circa 850 milioni di dollari e un utile di 400 milioni.

Poi ci sono anche altri casi come per esempio Color, startup sulla quale a Marzo 2011 sono stati investiti 41 milioni di dollari ed oggi ancora non è altro che un applicazione incompleta e senza significato e con pochi utenti. Infine l’altro caso Renren, social network cinese nato nel 2005 e ad oggi valutato ben oltre 70 volte il suo fatturato 2010 di 76 milioni di dollari. Potrei continuare con molti altri casi, ma per il fine di questo post, credo siano sufficienti gli esempi fatti.

Insomma, quindi tornando alla domanda iniziale, siamo o no ad una nuova bolla 2.0? Rischiamo di rifare lo stesso botto del 2000?

Pur ascoltando e leggendo pareri più o meno esperti che dicono che la situazione di oggi sia ben diversa da quella del 2000 sia dal punto di vista di chi mette i soldi, che dal punto di vista del modello di business delle aziende, ma non pensate che i numeri appena esposti abbiano comunque qualcosa di strano?

Io non ho fatto moltissimi esami di economia e finanza, ma quello che ho sempre saputo è che uno dei parametri su cui poter valutare finanziariamente un azienda è partendo dall’analisi dell’ebitda e soprattutto dal suo margine operativo lordo. Correggetemi se sbaglio. Ma qui come siamo messi?

Io credo che il problema più grosso in questo momento sia legato alle dinamiche finanziarie e agli investitori stessi, che avendo tutto l’interesse nel vedere crescere i numeri delle aziende sulle quali hanno investito, drogano il mercato con ipervalutazioni. Come è già successo nella bolla immobiliare.

Quello che mi vien da pensare, è che non saranno molte le aziende che rimarranno in vita se non quelle che saranno in grado di rispondere alle aspettative del mercato con i numeri reali.