Quando il clima influenza l’ecosistema delle API, c’è qualcosa che non va.

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Per chi non lo sapesse – ma non ci credo nemmeno un po’ – Instagram (e non solo loro) da questa mattina è completamente KO.

Colpa di Amazon, si dice.

Da quello che ho letto, tanti instagrammers hanno scoperto il problema di Instagram verso la mezza mattinata di oggi, quando, ripresi dalla serata del venerdì o ancora impegnati nella vita familiare del sabato mattina, dopo aver impugnato lo smartphone per scattare qualche foto, hanno trovato un messaggio che diceva che il servizio non era disponibile. Tutti hanno cominciato a twittare che qualcosa non andava, che non era possibile caricare foto e così, tra il turbamento, lo shock, l’ansia da scatto frenetico mancato e la sindrome da InstagrammersSenzaInstagram, si è diffusa la notizia del problema.

World wide, Instagram è down. E la colpa è di Amazon.

A me non è andata esattamente così. O meglio, lo shock l’ho avuto anche io, ma per colpa delle API. Quelle di Followgram.

Praticamente le notifiche del problema di Instagram le ho iniziate a ricevere dalle ore 5.30 di questa mattina, mentre dormivo: prima ricevo un DM su Twitter da un brasiliano che mi dice di avere problemi ad autenticarsi. Poi dalle ore 5.45 circa, iniziano ad arrivare in sequenza segnalazioni e mentions sull’account di Followgram da parte di utenti che segnalano malfunzionamenti sul sito e lamentano di non poter accedere.

E così, ancora cotto di sonno, mi alzo, controllo la posta, poi uservoice, guardo twitter e trovo una quantità industriale di segnalazioni relative al malfunzionamento di Followgram. Tra un tweet ed un altro, leggo che si tratta di un problema di Amazon che ha colpito anche altri siti (Pinterest, Netflix and Heroku). Faccio due verifiche, il server è su, il Db anche, il dominio si vede… e Amazon?!? Ma dai, è perfetto e non ha problemi. Siamo up e running: Amazon fino ad ora non ci ha mai tradito, è sempre su, e poi noi siamo tranquilli, abbiamo anche una VPS dove manteniamo un clone per sicurezza, perchè ci piace dormire tranquilli, non su Amazon.

Ma allora che problema c’è? In effetti, Amazon è giù. Ma non il nostro che si trova in un’altra area: è giù quello che sta in Virginia, dove è passata una mega tempesta che ha spento tutto. E si, Instagram è proprio lì. “Solo lì”.

Peccato che se noi siamo su, e loro sono giù, anche noi siamo giù. O meglio, un pò meno giù di loro (magra consolazione), ma allo stesso tempo incasinati perchè strettamente legati alle loro API: non cresciamo, non eroghiamo il servizio, non acquisiamo nuovi utenti, non fatturiamo.

Ed ecco qui la riflessione: quando il clima influenza l’ecosistema delle API, c’è qualcosa che non va.

C’è qualcosa che non va perchè se hai un modello di business o un servizio basato su altri (nel nostro caso tramite API di Instagram), sei praticamente come un apetta lavoratrice legata all’Ape regina. Se quella non funziona (o peggio ancora muore), tu sei nei casini. E non pochi.

C’è qualcosa che non va, soprattutto, perchè, come giustamente ha detto anche Alessio nel suo post, la Cloud sembra perfetta ma non lo è ancora e non ci si può ancora fidare al 100%. Ed il problema, secondo me, non è solo un problema tecnologico, ma di strategia, perchè ogni azienda, ogni applicazione, ogni progetto ha una sua struttura, un suo dna, un suo funzionamento e i suoi tempi di batch, allineamento, backup e gestione dei dati e nessuna infrastruttura potrà mai, singolarmente, sostituire in modo standard ogni singolo modello.

La dimostrazione l’abbiamo avuta oggi con Amazon e Instagram: un’applicazione comprata per milioni di dollari che non è raggiungibile per quasi 20h consecutive perchè il suo carrier è andato giù per una tempesta. Praticamente Amazon è stato il Single Point of Failure di Instagram.

All’inizio del post ho detto, non a caso, “Colpa di amazon, si dice”. Il si dice fa riferimento al fatto che tutti stanno guardando al problema di Amazon, ma nessuno (o quasi nessuno, leggete il post di Ingrid Lunden su techcrunch) sta pensando al fatto che Instagram, ribadisco, progetto pagato milioni di dollari, non abbia un piano di Disaster Recovery e Business Continuity tale da garantire il funzionamento anche a fronte di una tempesta e non abbia saputo garantire ai suoi utenti e al suo ecosistema di API e applicazioni, un ripristino immediato o in tempi ragionevoli.

Credo che questo tema, la business continuity, sia un tema caldo da affrontare su molti progetti di startup che sottovalutano ampiamente il concetto di continuità operativa.

Alla fine, la cosa positiva di oggi è che, non sapendo stare fermo ad aspettare, mi son messo a lavorare su altro.

“Stop alle conferenze, torniamo a lavorare”. Dipende.

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Ho ricevuto questa mattina la pillola puntuale di Startup Wikli di Marco dal titolo “Stop alle conferenze, torniamo a lavorare“. Il titolo mi ha fatto subito pensare ad una riflessione che recentemente condividevo con degli amici: “C’è un proliferare pazzesco di eventi e di investitori: tutti ci si stanno fiondando, anche chi di Startup e Digitale non ne ha mai parlato“.

E’ vero e non c’è dubbio che ci sia una moda in corso: si parla di startup ovunque, molte aziende si stanno catapultando nella creazione di conferenze, eventi, party, feste, corsi, competizioni e molte altre si stanno improvvisando angels o simil investitori (modello Las vegas… punto sul 15, non esce da 9 giri!) e via dicendo, tanto da generare una coltre di fumo nell’ecosistema startup italiano nel mezzo della quale bisogna stare attenti a selezionare le cose buone da quelle cattive. Non è facile districarsi.

Come al solito i post di Wikli mi fanno partire qualche riflessione. Partiamo da qui:

Un’esplosione di impegni da far invidia ai politici italiani, abituati a partecipare a qualsiasi evento senza avere mai il tempo di dedicarsi alle vere cose da fare.  Gli startupper del 2012 sono come i parlamentari? Tante chiacchiere e poca sostanza?

Non credo, o spero non sia così. Penso che il problema di fondo sia nella gestione del tempo semplicemente. C’è tanta euforia e voglia di fare in questo momento e questo porta a voler vedere e conoscere ogni nuova cosa. Non si è costretti a partecipare ad ogni evento, e se uno partecipa, immagino, abbia fatto le sue valutazioni: investimento, marketing, test della propria idea, necessità/voglia di conoscere persone, tempo disponibile, vicinanza dell’evento? Tra l’altro c’è da considerare che se uno startupper non partecipa e non impara a selezionare, come fa a capire cosa è realmente da considerare utile e cosa no? Se non si fa esperienza, anche in questo ambito – networking da conferenza -, si rischia di lasciarsi catturare dal primo canto delle sirene e farsi rapire da quello che sa cantare più forte. Sicuramente, ribadisco, bisogna gestire bene il proprio tempo, proprio perchè ne abbiamo sempre poco a disposizione ed il digitale, in particolare, ne divora molto.

A giudicare dai pochi eventi a cui ho partecipato negli ultimi mesi direi proprio di sì. I volti che si trovano sono sempre i soliti e la dinamica è la stessa di qualche anno fa, quando le “blogstar” erano al centro dell’attenzione e si parlavano addosso online e offline senza grandi risultati.

Senza voler generalizzare troppo, quello che mi sembra di capire è che il mondo dei giovani imprenditori del digitale si sia spaccato in due gruppi: uno in cui si trovano quelli che lavorano sodo al proprio prodotto e che non hanno tempo per seguire tutto questo brusio di fondo; e l’altro in cui l’obiettivo primario non è lo sviluppo della propria azienda, quanto il numero di eventi a cui si è partecipato.

Non parlo ovviamente di serate goliardiche o aperitivi dove incontrarsi e scambiare quattro chiacchiere. Quel tipo di appuntamenti è secondo me importante sia per tirare un po’ il fiato ma soprattutto per conoscere altre persone che magari ci possono dare una mano o con cui si può costruire qualcosa. Mi riferisco invece alle intere giornate perse alle conferenze dove i soliti 30 continuano a ripetere le stesse cose. 

Io ultimamente per via di Indigeni Digitali ho girato parecchi eventi e devo dire che in ogni evento, forse perchè ho avuto la fortuna di andare in più città e sempre diverse, ho trovato sempre una percentuale di “volti” già visti, ma ho anche apprezzato molto la presenza di persone nuove con idee ed esperienze che non conoscevo (non ultimo lo startup week di Torino, dove ho conosciuto un mucchio di idee e tecnici competenti). Credo sia normale, partecipando ad eventi “più istituzionali” come le startup competition organizzate dai player più grandi in Italia e localizzate principalmente su Roma, Milano o altri snodi importanti (vedi Catania), le facce siano sempre le stesse. L’Italia dopo tutto è un buco di nazione, le distanze non sono abissali e siamo ancora pochi che credono, investono, sviluppano e partecipano a questo tipo di iniziative e l’ecosistema delle startup in Italia è fatto di quattro gatti, ancora.

Sono d’accordo sul lavorare. Sono d’accordo sul concentrarsi sul prodotto. Ma sono anche convinto che quel “brusio” spesso nasconde suggerimenti e contatti utili e se non ascoltato completamente può esser un occasione persa. Se uno ha tempo di partecipare lo fa, se è preso dal progetto e ha bisogno di rimanere focalizzato non deve andare. Quindi “Stop alle conferenze, torniamo a lavorare“? Dipende.

Fino a poco tempo fa ci lamentavamo che nessuno sapeva nulla di startup, che erano presenti pochi eventi e che non c’erano investitori. Ora ci sono o per lo meno cominciano ad esserci e come in tutte le cose che fanno tendenza e moda, tutti ci si catapultano e nascono le copie, i marchi contraffatti, gli speculatori, i fuffologi, gli esperti, i formatori e chi ci sguazza per autoreferenzialità. Ci sta. Bisogna esser intelligenti, svegli, audaci e saper selezionare il rumore.

Il resto si autodistruggerà per mancata sostanza.

Ora torno al mio prodotto.

Photo Sharing + Social Discovery = Photo Discovery

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Il mondo della fotografia negli ultimi due anni ha subito una esponenziale evoluzione grazie allo sviluppo del photosharing, raggiungendo numeri importanti per numero di foto condivise, frequenza e qualità degli scatti. Evoluzione dovuta sicuramente al numero di smartphone sul mercato e alla diffusione della connettività da mobile ma anche, a mio avviso, all’esplosione di sistemi e piattaforma social come Instagram che, come ho detto più volte, ha generato una rivoluzione nel mondo della fotografia pari di quella degli Mp3 nell’ambito musicale.

Le persone hanno “imparato” a scattare foto da smartphone e non più da macchina fotografica seppur piccola e compatta, hanno migliorato i loro scatti attraverso l’applicazione di filtri che hanno reso le foto più belle ed emozionali, hanno imparato piccole-nuove tecniche di scatto seguendo altri utenti, hanno condiviso luoghi, momenti ed emozioni. Questa rivoluzione ha definitivamente generato una divisione netta tra il fotografo professionista, che scatta con strumenti professionali e molta tecnica, ed il fotografo amatoriale che scatta in mobilità, con strumenti alla portata di – quasi – tutti e con molta meno esperienza e professionalità.

Proprio come è successo tra l’ascoltatore di musica di qualità, e l’utilizzatore di Mp3. Meno tecnica, meno qualità, meno esperienza, strumenti meno sofisticati, ma alta frequenza di scatto, disponibilità dei contenuti on line, condivisione e socializzazione.

Socializzazione, questa è stata la chiave e l’ulteriore evoluzione del Photo sharing è nella direzione Social: persone e brand che attraverso le foto comunicano, condividono emozioni ed esperienze. E grazie ad affinità di scatti, luoghi e contenuti si incontrano e si conoscono.

Photo Sharing + Social Discovery = Photo Discovery.

Le foto possono questo e molto di più.

Instagram l’ha capito, Facebook lo sta rilasciandoFollowgram lo sta facendo già da qualche mese. 😉

Dalla cultura della polarizzazione alla cultura della rete

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La dimostrazione che in Italia siamo anni luce distanti dal concetto di fare rete é nella continua nascita e creazione di “poli” di eccellenza, “poli” di innovazione e qualsiasi altra definizione (o entità giuridica) di aggregazione unica e centrale, polarizzante e che ambisce ad avere un ruolo di dominio, superiorità e governo rispetto alle altre esistenti.

La polarizzazione, secondo me, non solo frammenta la rete e rende più difficile la cooperazione, ma diminuisce  il numero di combinazioni di relazione, aumenta i costi di gestione e soprattutto diminuisce l’influenza/conoscenza derivante dallo scambio continuo di più entità in una rete.

In questi giorni sto finendo di leggere “The Rainforest: The Secret to Building the Next Silicon Valley“. Ho trovato molto attinente a questa mia riflessione il capitolo 6 “How to build a Rainforest“, nel quale si parla della forza della decentralizzazione e del passaggio da Traditional “First DerivativeApproach al Rainforest “Third Derivative” Approach.  Hwang e Horowitt, autori del libro,  spiegano, matematicamente parlando, la differenza tra un modello in cui è presente una entità centrale e un modello a grafo. In particolare ho apprezzato il passaggio in cui viene spiegata l’importanza di un modello rispetto all’altro:

Innovation is chaotic, serendipitus, and uncontrollable, so processes that are linear and controlled are rarely self-sustaining. In contrast, what we strive for in a Rainforest is a system that yields immense impact, is low-cost, and generates internal sustainability. The only possible way to achieve these goals is to build a community of innovators where transaction costs have been reduced through the creation of trust, social norms, connectivity, and diversity. This model is based on what we call the “Third Derivative”. In a perfect world, the total potential relationships in such a system might look like this, what mathematicians call a complete graph

Every party can mix, mingle, and potentially transact with every other party. Such a perfectly efficient network would help people access the right expertise, customers, partners, and capital without the rigid and limited role of a central agency.

In Italia, dobbiamo modificare l’approccio dell’io alla base di qualsiasi ragionamento, e passare al concetto del noi. Dobbiamo iniziare a parlare di nodi di una rete più ampia, di connettori locali di persone e competenze, di hub a supporto e beneficio del sistema Italia.

Solo così possiamo generare un cambiamento vero.

Minimum Viable Post

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Non so se capita anche a voi, ma ultimamente per me è difficilissimo riuscire a scrivere con una certa costanza sul mio blog. E non è mancanza di spunti o idee.

Sarà il nuovo impegno lavorativo, saranno i progetti o semplicemente la frammentazione di tweet, post e commenti che continuamente lascio sui social,  ma mi sembra quasi impossibile scrivere, ma allo stesso tempo non vorrei trascurare il mio blog. Ci sono volte in cui mi appunto un link o un pensiero, così da svilupparlo successivamente, ma puntualmente mi passa l’attimo, l’ispirazione e mi rimane appeso in bozza.

Oggi, mentre ero al mare, tra uno scambio di email con un paio di amici che mi hanno stuzzicato, ho pensato di provare a trasformare i miei post in short post: più brevi, sintetici – alternati a post più lunghi di approfondimento –  con riflessioni su temi correnti o che mi passano sotto il naso.

Li chiamerò MVP, ma non “Minimum Viable Product” – lo so che l’avete pensato! – ma “Minimum Viable Post” 🙂

E così ho deciso: comincio subito. Buona lettura.