Un libro in crowdsourcing per la Cultura Digitale

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Quello che mi ha sempre affascinato della rete è la modalità in cui, in questo meta-luogo, si conoscono e si vivono ruoli e identità diverse da quelle a cui siamo abituati. La rete ci ha dato la possibilità di imparare, conoscere, sbagliare e riprovare, ed è divenuto il catalizzatore della trasformazione e dell’innovazione sociale trasformandosi in quello spazio dove si può criticare, partecipare e condividere idee, progetti e pensieri per cambiare lo stato presente delle cose.

Tempo fa ho iniziato a scrivere post relativi alla Cultura Digitale al suo significato e all’impatto che ha avuto sulla nostra vita, sul modo di relazionarci, pensare ed agire. Argomento talmente tanto affascinante che è nata l’idea di scriverne un libro. Ad oggi, dopo qualche mese passato a scrivere, una buona parte del libro è pronta. Rileggendolo in questi giorni ho avuto però la sensazione che mancasse qualcosa di importante: il contributo della rete. Come si può scrivere un libro così, senza portarci dentro il contributo della rete stessa? E così ho pensato di ricorrere ad un pò di crowdsourcing. L’idea è quindi quella di raccogliere contributi dalla rete fino al 01 maggio 2011 e poi, riportare tutto nel libro a corredo di quanto già scritto.

E così in questi giorni, avendo la fortuna di essermi comprato il dominio CulturaDigitale.com già da un pò di tempo, ho tirato su un paio di pagine web per raccogliere un pò di pareri e pensieri dalla rete.

Se volete partecipare dovete semplicemente effettuare l’autenticazione con Facebook e compilare il modulo che si presenterà. Le informazioni sono poche: un indirizzo email, una risposta alla domanda “Cos’è per te la Cultura Digitale?” e 3 aggettivi che secondo voi sono associabili alla Cultura Digitale.

I dati verranno raccolti in un database e riportati sul sito in tempo reale:

  1. Sotto forma di Tag Cloud
  2. All’interno di una pagina dedicata a ciascun utente (come quella nell’immagine qui sotto)

Per correttezza e trasperenza, e visto che qualcuno mi ha chiesto come mai è stato utilizzato Facebook, vi avviso che i dati che verranno memorizzati, oltre alle informazioni che state inviando, saranno il sesso, la città e la data di nascita. Non appena il libro sarà pronto vi notificherò con una mail la pubblicazione.

Insomma, vi ho convinti? Partecipate con questo piccolo contributo? Proviamo a costruire un libro (o un eBook) in questo modo? Grazie a tutti quelli che parteciperanno 😉

PS: L’iniziativa la stiamo promovendo come Indigeni Digitali.

L’agenda digitale della Borghesia 2.0

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Qualche giorno fa ho scritto un post relativo ai principi dell’ Hacktivism e all’importanza della partecipazione attraverso gli strumenti della rete e la tecnologia e i valori dell’etica hacker. Uno dei passaggi che secondo me è più importante è:

La partecipazione, l’accesso a queste relazioni e la volontà di fare network è il presupposto dell’hacktivism ossia l’evoluzione delle forme dell’attivismo sociale che presuppongono un utilizzo efficace, basato sui principi dell’ etica hacker, degli strumenti di comunicazione, e in particolare dei computer e della rete. Questi ultimi smettono di essere soltanto strumenti di produttività e diventano mezzi attraverso i quali gli hacktivisti agiscono per produrre informazione indipendente e “dal basso” contrastando i modelli e i simboli della comunicazione dominante e, al tempo stesso, producendo i luoghi e gli strumenti di una comunicazione libera e orizzontale.

A proposito di iniziative della rete e di attivismo, proprio questa notte è partito un tam tam in rete relativo al progetto agenda digitale, un’iniziativa che invita i politici italiani a costruire una strategia strutturata per mettere il digitale al centro dell’agenda politica italiana , con l’obiettivo di ottenere la redazione, entro 100 giorni, di proposte organiche per un’Agenda Digitale per l’Italia coinvolgendo le rappresentanze economiche e sociali, i consumatori, le università e coloro che, in questo paese, operano in prima linea su questo tema.

Ho subito dato la mia adesione. Trovo che queste forme di attivismo, che si propongono di migliorare la società e lo stato delle cose attraverso l’utilizzo costruttivo della rete, debbano esser sostenute perché, attraverso queste, si può diffondere conoscenza, scatenare curiosità dei meno addetti ai lavori e far crescere un pò la cultura digitale.

Ultimamente però sono un pò diffidente verso certe iniziative, e anche se sono tra quelli che pensano possa esistere un marketing buono, ritengo che progetti di importanza sociale come questo debbano partire si dal basso, come è successo anche in questo caso, ma sfruttando il valore della rete, la partecipazione e la conoscenza (o l’esigenza!?) di tutti e non solo di alcuni, secondo i veri principi del crowdsourcing .

Mi sembra che qui invece si sia fatta l’agendina per gli appuntamenti e le iniziative che interessano ai soliti comunicatori digitali e nomi noti della rete – la Borghesia 2.0 della nostra rete, come l’ha definita Nicola De Carne in un commento sul blog di Nicola Mattina – , che ritengono di poter parlare a nome di molti, portando a conoscenza di tutti un qualcosa di già scelto e definito attraverso una campagna Viral, e chiedendo l’adesione ma non permettendo però un interazione, una partecipazione e una discussione aperta attraverso strumenti collaborativi tipici del web 2.0.

Il vero problema che dovrebbe esser affrontato è relativo al bisogno reale di eventi ed iniziative che inneschino il meme del cambiamento e dell’innovazione e rompano le barriere del culture divide. Affinchè si diffonda la cultura digitale e l’uso delle tecnologie e della rete per scopi sociali, dobbiamo raggiungere la consapevolezza che le opportunità sono date prima dalla comprensione dei nuovi paradigmi sociali, e poi dalla tecnologia, che è si importante, ma rimane un fattore abilitante. Il digital divide per esempio, non è solo un problema infrastrutturale. E’ soprattutto una barriera culturale e se non costruiamo le condizioni per infrangerla, focalizzandoci solo sull’aspetto tecnologico,  generiamo un muro e una divisione ancora più forte.

Ovviamente in rete se ne sta già discutendo parecchio, dal blog di Nicola che ne identifica alcuni e pro e contro, al post di Mantellini, e Stefano Vitta che manifesta la sua adesione e raccoglie alcuni post della rete, fino alle discussioni su Friendfeed.

Getting Things Done: l’arte dell’efficienza

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Un annetto fa dopo aver scritto un post sul Culto del Fare ho conosciuto casualmente, in rete, un sistema di produttività personale chiamato Getting Things Done (GTD) di David Allen. A differenza di altre metodologie di time management e idee rivoluzionarie di metodi di lavoro in cui vengono fatte fantomatiche premesse inneggianti alla possibilità di “lavorare di meno“, “esser meno stressati” e cose similari, questa metodologia dal titolo “The Art of Stress-Free Productivity” o anche l’arte del “Fare in modo che le cose vengano fatte” mi ha stuzzicato l’attenzione e l’interesse. In breve tempo questa metodologia mi ha talmente attratto che ne sono diventato un fervido fautore e quando posso cerco di utilizzare questa metodologia per mettere ordine alle mille idee che mi vengono continuamente in testa.

Il concetto fondamentale del GTD è basato sulla necessità che ha una persona di sgombrare le cose da fare dalla propria mente e di registrarle ed organizzarle da qualche parte. Il metodo consiste nel «liberare la mente dal lavoro di ricordare ogni cosa che deve essere fatta» e, quindi, concentrarsi pienamente sull’ «eseguire questi compiti».

Getting Things Done nasce dal titolo del libro del 2001 nel quale David Allen ha descritto e definito la metodologia a seguito di anni di lavoro in qualità di consulente aziendale. Il libro è un breve trattato relativo a questa metodologia e rimane semplice e chiaro proprio perchè spiega in modo concreto e pratico i cardini e le caratteristiche di questo metodo, evitando voli pindarici ed esempi inutili.

A primo impatto la GTD potrebbe sembrare un metodo chiuso con le sue regole da seguire ed applicare, ma nella realtà, una volta applicato e messo in pratica, ci si accorge rapidamente che si tratta di un insieme di linee guida molto flessibili che possono essere adattate a diversi stili, tipi di lavoro individuali e professionalità e plasmata secondo la propria sensibilità personale e alcune proprie caratteristiche. A differenza di altre metodologie e altri approcci di esperti di gestione del tempo, David Allen nel suo libro non pone la sua attenzione sulle priorità dei compiti, ma raccomanda di creare delle liste di compiti, concernenti una situazione e suggerisce di eseguire immediatamente dei compiti se questi richiedono meno di 2 minuti.

La psicologia del GTD è basata su tre azioni principali: memorizzare, tracciare e ripescare dalla memoria. In questo modo riusciamo facilmente e piacevolmente a recuperare tutte le informazioni relative alle cose da fare limitandone lo sforzo cognitivo-emotivo. Allen asserisce inoltre che molti dei blocchi che noi generalmente incontriamo riguardo al portare a termine determinate attività sono causati da una insufficiente chiarezza di cosa si vuole ottenere e quali sono le specifiche azioni necessarie per ottenere il risultato. Secondo Allen il nostro ‘sistema di promemoria’ mentale è piuttosto inefficiente e raramente si ricorda che cosa dobbiamo fare, nel momento e nel luogo in cui dobbiamo farlo. Di conseguenza, il ‘sistema a fiducia‘ di memorizzazione in base al contesto delle ‘prossime azioni’ da fare (ancore mentali) agisce come un supporto esterno, che ci assicura che si presentino i giusti ricordi e al momento giusto. Nel libro sono riportati molti trucchi che possono aiutare a mettere in pratica il flusso di lavoro descritto da Allen.

Una sintetica descrizione del GTD tratta dal libro di Allen Ready for Anything e ripresa da Wikipedia:

Get everything out of your head. Make decisions about actions required on stuff when it shows up — not when it blows up. Organize reminders of your projects and the next actions on them in appropriate categories. Keep your system current, complete, and reviewed sufficiently to trust your intuitive choices about what you’re doing (and not doing) at any time.

che si potrebbe tradurre con:

Fai uscire ogni cosa dalla tua mente. Prendi le decisioni riguardo le azioni necessarie quando il problema si presenta – non quando esplode. Organizza i promemoria dei tuoi progetti e le loro prossime azioni in categorie appropriate. Tieni il tuo sistema aggiornato, completo e rivisto sufficientemente per dare fiducia alle scelte su quello che stai facendo (e quello che non stai facendo) in ogni momento.

Il principi fondamentali su cui si basa la GTD sono una rivisitazione del ciclo di trasmissione dell’informazione del Knowledge management: nello specifico i cinque termini che identificano le fasi sono Raccolta, Metodo, Organizzazione, Revisione e Fare.

Insomma, applicando questi 5 principi e le relative azioni, secondo la tesi di David Allen ed il suo metodo Getting Things Done, si può rendere semplice, facile e divertente lo svolgimento di attività che bisogna svolgere, ed essere meno incline a procrastinare o ad essere sopraffatto da troppi ‘anelli aperti’. Io lo sto facendo.

Internet, libertà e Costituzione

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Leggere articoli relativi alla libertà di internet, alla sua gratuità, alla necessità di modificare la costituzione ed altre riflessioni riguardo alla sua utilità o meno, mi fa pensare. Mi fa pensare che siamo ancora parecchio indietro, non solo tecnologicamente e strutturalmente, ma soprattutto culturalmente.

Alcune analisi recenti riportano che oggi soltanto il 20% delle persone presenti sul nostro pianeta accede ad Internet. Secondo Tim Berners-Lee questi numeri possono esser letti guardando l’altro lato della medaglia, ossia, il restante 80% della popolazione attraverso l’utilizzo di internet potrebbe riuscire ad avere beni e servizi di primaria necessità come acqua e sanità, che oggi non riesce ad avere.

L’attenzione, secondo questa lettura, ricade sul fatto che internet sia, per queste popolazioni, non solo un mezzo aggiuntivo o una commodities, ma un valido strumento per migliorare anche le condizioni di vita: la rete aiuterebbe le popolazioni nello sviluppo culturale, alla condivisione di informazioni, permetterebbe la crescita della consapevolezza e tutti potrebbero beneficiare dell’intelligenza collettiva. Sbloccare l’accesso alla rete, anche a velocità minime o anche solamente locali, sarebbe quindi già un passo avanti di enorme importanza.

Il padre del World Wide Web, durante l’intervento alla conferenza del Nokia World, ha promosso la diffusione di Internet in tutto il mondo ed ha espresso la propria filosofia in merito a quel che dovrebbe essere un diritto invece di un lusso. Secondo Berners-Lee sarebbe sufficiente offrire connessioni a banda stretta così da offrire a tutti la possibilità di collegarsi al Web e sfruttare tutti i vantaggi offerti dalla rete. La chiave per arrivare ad una diffusione massiva ed in larga scala di Internet, secondo Berners-Lee sta nelle connessioni mobili e nella copertura mondiale che potrebbe infatti essere sufficiente ad offrire una connessione limitata in qualsiasi area del globo. Tutti dovrebbero avere la possibilità di accedere ad Internet. A titolo gratuito.

E mentre nel resto del mondo si dibatte sulla gratuità della rete affinchè si possa dare a chiunque, in Italia ci preoccupiamo di modificare la Costituzione per rendere Internet un diritto.

Stefano Rodotà, costituzionalista che già nel 2006 aveva accennato alla Carta dei Diritti per Internetqualche giorno fa a Roma durante l’Internet Governance Forum, ha lanciato la proposta dell’ articolo 21 bis della Costituzione, dedicato a difendere e promuovere il diritto dei cittadini di accedere a Internet:

Tutti hanno eguale diritto di accedere alla Rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale.

Anche Wired si è schierata a favore dell’articolo 21 bis, aprendo addirittura una petizione on line per far diventare internet un diritto costituzionale.

Mmm. Cioè ci stiamo dicendo che per poter accedere a qualcosa che è nato gratuito, neutrale, aperto ed accessibile, c’è bisogno di modificare la Costituzione?

Al di là della posizione presa da Wired che ritengo l’ennesima azione di Marketing buono al limite tra eccessivo fanatismo a supporto della rete e azione commerciale per la rivista, mi sono letto un bel pò di post per provare a farmi un idea più precisa riguardo a questa proposta.

Tra i vari post che ho letto, oltre quelli di Roberto Dadda e Massimo Melica che ho trovato particolarmente approfonditi e condivisibili, mi è piaciuta molto la nota di Vittorio Bertola su facebook e la discussione che si è generata. Nello specifico ho trovato interessanti un paio di passaggi di Vittorio quando dice:

“…credo che sia importante capire che ciò che si vuole difendere non è uno specifico sistema di telecomunicazione – altrimenti ci si dovrebbe chiedere perché la Costituzione non parli del telefono – ma il modello di interazione sociale, primo nella storia delle comunicazioni, che è sotteso al concetto originario di Internet…”

e ancora

“…ciò che si vuole difendere non è una tecnologia ma una pratica democratica di condivisione e organizzazione dal basso, che permette la realizzazione delle persone e dei loro diritti in modo mai visto prima, e che provvede a una redistribuzione del potere dall’alto verso il basso…”

Ritengo che Internet possa esser utilizzato come forma di tutela della Democrazia e della Costituzione e non il contrario. Pensare di chiudere internet in un articolo della Costituzione o in una legge, sarebbe, secondo me, come dire che lo Stato Italiano si prenda, ingiustamente, un esclusivo ed indipendente potere sulla rete.

Articolo 21bis, no grazie. Io amo internet. Libero e responsabile.

Etica hacker

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Ho riletto da poco il libro “L’etica hacker e lo spirito dell’età dell’informazione” di Pekka Himanen, un libro che ho scoperto dopo aver letto “Galassia Internet” di Manuel Castells. Due letture affascinanti ed impegnative che non potevano effettivamente mancare e che non dovrebbero mancare di nessun Indigeno Digitale.

Durante la lettura molte persone si sono stupite semplicemente guardando il titolo del libro e mi hanno domandato: “Hacker? Ma che roba ti leggi, che vuoi diventare un pirata informatico?“. Ma no, no, tranquilli, non è come pensate. Purtroppo oggi quando si parla di hacker il pensiero corre subito alla visione del pirata informatico, quello dedito a cybercrimini e ad ogni forma di furto digitale, password o codici di carte di credito e non è assolutamente facile spiegare il contrario. Colpa della irresponsabile disinformazione mediatica.

In realtà il termine “hacker” ha una origine molto più “antica” (risale agli anni ’50 e ’60 circa, al MIT – Massachussets Institute of Technology ), nato prima dei pc presenti nelle nostre case e della rete internet, ed è stato coniato con un significato completamente opposto a quello attualmente si conosce e che è più diffuso. Nulla di criminale. Anzi.L’hacker, nel suo senso più nobile, è chiunque voglia mettere il proprio sapere e le proprie conoscenze a disposizione di chi sia interessato, col molteplice scopo di diffondere il sapere su una certa materia, suscitare interesse a riguardo e promuovere una discussione costruttiva in grado di portare a nuovi miglioramenti in un dato campo.

Questa definizione è estremamente interessante e mi ha colpito moltissimo, perchè, malgrado non avessi mai approfondito la cultura hacker, è la base dei valori che hanno dato vita agli Indigeni Digitali, network del quale sono fondatore e che spero continui a crescere come sta succedendo in questi mesi. Secondo Himanen, l’essenza dell’hacker è sintetizzata e definita nella “Legge di Linus“, scritta da Linus Torvalds durante un convegno all’Università di Berkeley in California, nella quale emerge che un uomo è spinto a fare qualcosa da 3 motivazioni: sopravvivenza, vita sociale e intrattenimento. Per esser felici nella vita, bisogna soddisfare tutte e tre le condizioni.

Nel libro Himmanen analizza e mette a confronto l’etica hacker e l’etica protestante, presentata da Max Weber nel libro “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” basando tutto il confronto su sette principi fondamentali: Passione, Libertà, Valore Sociale, Apertura, Attività, Responsabilità e Creatività.

  • La Passione è quella che Trovalds ha definito come “intrattenimento”. La passione non è altro che qualcosa che diverte l’hacker mentre la sta mettendo in pratica. Quando un hacker fa qualcosa che l’ho diverte è perchè lo ritiene interessante e degno di tutto il suo impegno.
  • La Libertà hacker è il principio secondo cui chi lavora sa sempre cosa significa avere scadenze da rispettare, non ha orari rigidi ai quali attenersi ma è fortemente orientato al raggiungimento dell’obiettivo.
  • Il Valore Sociale è quello che rende coinvolgente l’essere hacker, ossia il senso di appartenenza a gruppi grandi, piccoli, famosi, ignoti o riservati, quella capacità sentirsi parte di una comunità, accettato e riconosciuto.
  • Apertura e condivisione è il principio secondo cui l’hacker fa qualcosa non solo per se, ma anche e soprattutto per la comunità e quello che fa è condiviso perchè ritenuto valore e accrescimento per gli altri.
  • Attività è l’esatto contrario di passività. L’hacker non è mai un utente passivo di Internet e della tecnologia in generale. Cerca sempre di migliorare ciò che usa.
  • Responsabilità , anche se sembra strano, e altruismo. Per un hacker responsabilità significa occuparsi degli altri, aiutare il prossimo e rendere migliore la Rete.
  • Creatività saper fare in modo diverso, alternativo ciò che si può fare normalmente, saper creare qualcosa di veramente bello, anche dal punto di vista artistico.

L’etica hacker, come descritto dell’autore nel libro, è stata alla base dei grandi miglioramenti in campo informatico che si sono avuti negli ultimi decenni. L’informatica, la rete internet, i programmi opensource come Linux sono nati e si sono sviluppati proprio grazie all’impegno continuo di migliaia di persone che hanno messo a disposizione della comunità il proprio impegno, il proprio tempo, hanno condiviso in maniera aperta il sapere e hanno lasciato che altri potessero apportare dei miglioramenti liberamente, con la sola limitazione di riconoscere i crediti del lavoro precedente e di permettere successive libere modifiche anche ad altri sviluppatori.

Pekka Himanen ritiene che la società nella sua interezza e complessità dovrebbe recepire l’etica hacker, contrapponendo questo approccio a quello “dell’etica protestante” che ha dominato e domina tuttora questo momento storico ed il nostro modo di approcciare il lavoro. Himanem ritiene inoltre che oggi siamo schiavi del modo di concepire il lavoro e questo deriva dal fatto che ci riteniamo degni solo se abbiamo un lavoro che ci qualifica socialmente, se ci dedichiamo ad esso in modo continuo, e se la nostra intera vita ruota attorno al lavoro, con pochi spazi per liberare la creatività ed il divertimento. Questa cultura ci porta a lavorare senza divertirci. Spesso abbiamo sentito dire che c’è un momento per il piacere ed uno per il dovere, ma nella realtà della vita quotidiana viviamo per lavorare e soprattutto per guadagnare, invece di lavorare per vivere. Secondo l’etica hacker non è così: il lavoro dovrebbe essere divertente e coinvolgente. Dovrebbe essere la cosa che ci piace più fare e che ci dà più soddisfazione, con spazio per la creatività.

Questo libro ha il pregio di mostrare un nuovo modello di sviluppo, quello delle risorse condivise, della partecipazione, della trasparenza e dell’etica sociale: il modello dell’era dell’informazione.

Se l’etica hacker venisse applicata in tutti i settori, alla politica e alla società, le potenzialità sarebbero immense: un sapere aperto permetterebbe un progresso infinitamente più rapido ed efficiente dell’attuale. Sarebbe aperto non solo alle modifiche in grado di migliorarlo, ma sopratutto alle critiche in grado di evitare errori e forse disastri.

Six Thinking Hats, approccio alternativo al brainstorming

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Qualche tempo fa ho avuto modo di leggere ed applicare in alcuni contesti la tecnica del Six Thinking Hats. Ne sono rimasto affascinato e mi ero ripromesso di scriverne un post di condivisione, soprattutto dopo aver scritto il post relativo alla Creazione di Cultura della Creatività e dell’Innovazione.

La tecnica del Six Thinking Hats è stata creata da Edward de Bono, lo stesso del Pensiero Laterale e nasce agli inizi degli anni ’80. De Bono inventò il suo sistema per condurre, in modo efficace, le riunioni con successo, mandando in pensione l’antiquato ed inefficiente “brainstorming”. Il sistema Six Thinking Hats, nella sua semplicità ed intuitività, è un potente metodo per migliorare la comunicazione, aumentare la produttività di un team, promuovere la creatività, e velocizzare il processo decisionale di un gruppo. La tecnica di Six Thinking Hats è un modello che viene utilizzato per esplorare prospettive differenti verso una situazione, un problema o una sfida complessa. Secondo De Bono, vedere le cose in vari modi è spesso una buona idea, utile sia nella formazione della strategia che nei processi decisionali complessi.

La STH o tecnica dei Sei Cappelli consiste nell’indossare metaforicamente un cappello colorato che identifica un pensiero, un ruolo, praticamente l’immedesimazione di se stessi in una prospettiva particolare, diversa da quella naturale. Per esempio, in una discussione si può decidere di fare appositamente “l’avvocato del diavolo“, anche se solamente per generare discussioni, ma con lo scopo di sfidare deliberatamente un’idea, essendo critici e cercando di capire cosa c’è di sbagliato.

Ciascuno dei Cappelli è identificato appunto con il nome di un colore che, mnemonicamente, descrive la prospettiva che dovrà esser adottata quando si verrà investiti di tale ruolo. Per esempio, se facciamo il ruolo del critico distruttivo, quello appunto dell’avvocato del diavolo, porteremo il Cappello di Pensiero Nero. Ogni cappello ha quindi un ruolo e un tipo di approccio:

  • Cappello Bianco (Osservatore). Carta bianca; Neutro; focalizzato sulle informazioni disponibili, i FATTI obiettivi, quello che è necessario, come può essere ottenuto
  • Cappello Rosso (Ego, Altro). Fuoco, calore; EMOZIONI, SENSAZIONI, intuizione, presentimenti; visioni attuali senza spiegazioni, giustificazioni
  • Cappello Nero (Ego, Altro). Giudice severo che indossa un abito nero; giudiziale; critico; perchè qualcosa è sbagliata; Visione LOGICA NEGATIVA
  • Cappello Giallo (Ego, Altro). Solare; ottimismo; Visione LOGICA POSITIVA; cerca i benefici, quello che c’è di buono.
  • Cappello Verde (Ego, Altro). Vegetazione; Piensiero CREATIVO; possibilità ed ipotesi; nuove idee
  • Cappello Blu (Osservatore). Cielo; freddo; visione generale; CONTROLLO del PROCESSO, delle FASI, degli ALTRI CAPPELLI; presidente, organizzatore; pensa al modo migliore di pensare (meta-analisi)

Ovviamente ogni cappello è indicativo sia degli stati che delle strutture mentali e della prospettiva da cui si dovrà osservare la dinamica della discussione. De Bono nella sua spiegazione precisa che “Le emozioni sono una parte essenziale della nostra abilità di pensare e non una cosa extra che confonde i nostri pensieri, (1985, p27). Uno stile di pensiero (o cappello) non è insitamente “migliore di un altro. Un team equilibrato riconosce la funzione necessaria di tutti i cappelli affinchè il team stesso possa considerare tutti gli aspetti di qualunque questione si debba affrontare.

I benefici principali dell’applicazione del metodo dei Six Thinking Hats, posso esser riassunti come segue:

  • Permette alle persone di parlare senza rischi e impedisce la Spirale di Silenzio
  • Crea la consapevolezza che esistono prospettive multiple della stessa problematica
  • Richiede uno sforzo creativo ed innovativo
  • Diminuisce le fasi dei mugugni degli oppositori e dei bastian contrari, nei momenti di disaccordo
  • Incoraggia i presenti a vedere tutti i lati positivi, ed i vantaggi, di quanto si sta discutendo
  • Focalizza i pensieri, fa risparmiare tempo, grazie alla diminuzione delle classiche dispersioni che nascono nelle contrapposizioni per partito preso
  • Migliora la comunicazione ed il processo decisionale
  • Rende maggiormente efficaci le riunioni con decisioni operative prese, quasi sempre, senza contrasti o lacerazioni

Nella maggior parte delle riunioni, sarà capitato a tutti, le persone sedute al tavolo tendono a sentirsi come costrette ad adottare costantemente una specifica prospettiva (ottimista, pessimista, obiettiva, ecc.). Questo comportamento limita i modi ed il grado di ogni individuo, e quindi la potenzialità del gruppo di esaminare una problematica. Attraverso l’utilizzo del Six Thinking Hats, ogni individuo non è limitato ad una singola prospettiva nel suo concetto, ma deve sforzarsi ad approcciare il problema in modo diverso.

I cappelli, come specificato nelle varie letterature riguardo a questo argomento, sono categorie del comportamento del pensiero e non categorie di persone, che è ben diverso. Lo scopo dei cappelli è quello di dirigere il pensiero verso un certo tipo di visione e approccio, non di classificare il pensiero o il pensatore. Indossando un cappello invece di un altro, ci si imbatte inaspettatamente in un gran numero di nuove idee, diverse, non focalizzate sul primo e naturale punto di vista. Indossare un cappello, sempre metaforicamente, significa deliberatamente adottare una prospettiva che non è necessariamente la nostra.

È fondamentale che tutti i membri del gruppo, presenti alla discussione e partecipanti attivi di questa modalità, ne siano consapevoli. Un membro del gruppo che si identifica chiaramente nel colore del cappello che sta portando, mentre fa una dichiarazione, dovrebbe riuscire a separare l’ego dalla performance e questo è un passaggio importante. Ciascun partecipante coinvolto è in grado di contribuire all’esplorazione e alla discussione del problema, a seconda del cappello indossato in quel momento, senza che il suo ego venga in alcun modo intaccato o coinvolto. In pratica il sistema SHT è stato sviluppato per incoraggiare le persone nello sviluppo della prestazione piuttosto che nella difesa dell’ego e far si che tutti siano in grado di poter contribuire sotto qualsiasi cappello, anche se con punti di vista completamente opposti.

Durante una riunione o un workshop è possibile utilizzare la tecnica dei sei cappelli con una certa sequenza strutturata secondo la natura della questione. Qui di seguito vi riporto un tipico approccio con il metodo del Six Thinking Hats:

  • Punto 1: Presentare i fatti del caso (Cappello Bianco)
  • Punto 2: Generare idee su come il caso potrebbe essere affrontato (Cappello Verde)
  • Punto 3: Valutare i meriti delle idee – elencare i benefici (Cappello Giallo), elencare gli svantaggi (Cappello Nero)
  • Punto 4: Scervellarsi sulle possibili alternative (Cappello Rosso)
  • Punto 5: Ricapitolare e sospendere la seduta (Cappello Blu)

Il concetto fondante della teoria del Six Thinking Hats è quindi la constatazione che il cervello umano lavora in modo diverso in funzione del tipo di prestazione che gli viene richiesta.

La politica che vorrei

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Oggi ho ricevuto una mail da un amico che mi ha invitato a leggere la lettera aperta che ha scritto al partito, con lo scopo di discuterne, criticarla, magari integrarla e condividerla in rete. Di solito non mi piace scrivere di politica, fantapolitica, destra o sinistra. Ci sono argomenti che secondo me, malgrado siano borderline tra politica e cultura è giusto condividere e affrontare. Indipendentemente dallo schieramento politico.

Leggere il post mi ha fatto riflettere su alcuni temi, e sulla politica che vorrei.

Un sistema senza trasparenza non può costruire fiducia perché favorisce i furbi e costringe gli onesti in uno stato di illegalità latente; la trasparenza, al contrario, promuove la responsabilità e il merito. Nell’epoca della cultura digitale essere trasparenti significa adottare il modello dell’open government.

Lo Stato del ventunesimo secolo deve puntare alla co-produzione dei servizi pubblici, riconoscendo che i cittadini hanno competenze da mettere in campo e rappresentano delle risorse da coinvolgere. Gli individui, le famiglie, i vicinati, le comunità locali rappresentano il sistema operativo sul quale funzionano i servizi assicurati dalle pubbliche amministrazioni. Quando queste ultime operano in contrasto con i primi i risultati sono performance scadenti, un basso livello di fiducia, una scarsa volontà di partecipazione. Il riferimento al computer non è casuale perché il tipo di tecnologia che viene sviluppata e che si diffonde in una società ne plasma in modo decisivo la struttura materiale e la politica non può continuare a ignorare la cultura digitale, che sottolinea valori come la responsabilità, la collaborazione, l’innovazione e la libertà.

Nella politica attuale i cittadini hanno veramente poca influenza sulle decisioni prese nel loro nome dai rappresentanti eletti durante il lungo periodo del mandato.

Oggi, secondo me, è necessario creare dei canali di comunicazione e dei luoghi di aggregazione aggregazione, virtuali e reali, in cui il cittadino possa partecipare attivamente alle scelte, cancellando quel confine e quella distanza che si crea tra l’elettore e l’eletto: luoghi di deliberazione pubblica che, oltre al valore dato dalla condivisione della conoscenza e delle esperienze, diano la possibilità ai partecipanti di accrescere il proprio senso civico e il proprio senso di responsabilità verso ciò che è collettivo.

La partecipazione genera un maggior coinvolgimento, un maggior grado di informazione e trasparenza, la fiducia nelle informazioni condivise, un senso di responsabilità e lo sviluppo di momenti di riflessione partecipativa. Essere “costretti” a confrontarsi in pubblico, attenua tramite il pudore la ricerca dell’interesse personale, a vantaggio di comportamenti finalizzati al bene generale.

La politica che vorrei è fatta dei valori condivisi dal popolo della rete e che si trovano nei principi della Cultura Digitale: trasparenza, etica, fiducia, responsabilità, partecipazione e coinvolgimento.

Vi invito a leggere anche il post di Nicola.

Creare la Cultura della Creatività e dell’Innovazione

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Recentemente su PRNewsWire e su Harward Business Reviews, ho letto di uno studio effettuato da IBM. Sono stati intervistati circa 1.500 amministratori delegati di aziende di 60 paesi diversi, individuando, nel risultato finale, la creatività come fattore più importante per il successo di un azienda. E’ interessante leggere che circa l’80% dei CEO intervistati ritiene che in un mercato complesso e veloce come quello attuale,  è assolutamente necessario trovare nuovi modi di pensare e strade alternative ai modelli comuni. E’ anche interessante notare che più del 60% ha affermato che la propria azienda non ha ancora fatto nulla per affrontare efficacemente questa complessità crescente. Mmm.

La domanda che mi sono posto leggendo questo studio, anche dopo aver parlato con qualche azienda italiana, è: “Ma in Italia, ci sono amministratori delegati e dirigenti realmente disposti ad intervenire sulla propria azienda per promuovere la cultura della creatività e dell’innovazione?” E soprattutto “Cosa deve fare un imprenditore per dare il via a questa ri-evoluzione?”

Secondo la mia esperienza in Italia ci sono veramente pochi imprenditori con questa cultura e quelli che ci sono, non è facile trovarli. La maggior parte degli imprenditori è ancora influenzata da modelli economici e organizzativi, secondo me, obsoleti o comunque non più adeguati.

Per quanto riguarda invece la seconda domanda, la Cultura della Creatività e dell’innovazione, secondo me, può esser attivata in sei piccole, grandi, mosse.

1. Rispondere alle esigenze delle persone. Il primo passo da fare è mettere in discussione il modo in cui ci si aspetta che le persone lavorino. Per stimolare la creatività è necessario generare un ambiente sano, vicino alle abitudini e alle esigenze delle persone sia dal punto di vista fisico, che emozionale, mentale e spirtuale. Le persone devono esser soddisfatte del proprio posto di lavoro e non devono viverlo con insoddisfazione, poichè questo stato d’animo genera un minor impegno di energia. L’azienda potrebbe iniziare chiedendo al proprio dipendente di cosa ha bisogno per lavorare meglio e svolgere al massimo il proprio lavoro, e allo stesso tempo responsabilizzare le persone con obiettivi ben specifici.

2. Insegnare la creatività. La creatività, come spesso ha scritto anche Edward De Bono nei suoi libri relativi al pensiero laterale, non è innata ma può esser sviluppata attraverso esercizi ed allenamento. I 4 principi fondamentali del pensiero creativo che devono esser trasmessi sono i seguenti: rinviare il giudizio durante fase di generazione di idee, generare il maggior numero di idee possibile, prendere nota delle idee e sviluppare e migliorare le idee. La creatività va stimolata ed insegnata.

3. Coltivare la passione ed il talento. Il modo più veloce per uccidere la creatività è mettere le persone in ruoli che non stimolano la loro immaginazione. Le persone incoraggiate a seguire la loro passione ed abbinarla al lavoro,  sviluppa una maggiore disciplina, una profonda conoscenza delle proprie attività, e una maggiore resistenza di fronte agli insuccessi. L’azienda deve riuscire a mettere le persone nel posto più adeguato e vicino al talento e alla personale predisposizione.

4. Motivare e generare senso di appartenenza. E’ vero, il denaro è necessario ed è alla fine dei conti quello che tutti guardano. Non c’è dubbio. Le persone però si sentono meglio quando sanno di dare un contributo personale anche al di là dei soldi. Per sentirsi davvero motivate, le persone devono credere a quello che stanno facendo e devono sentirsi partecipi. Se l’azienda riesce a definire una missione irresistibile che trascende l’interesse personale, si genera una tale energia tale che sono garantite le migliori prestazioni, e anche il pensiero creativo riesce a superare gli ostacoli e generare nuove soluzioni.

5. Dare tempo. Il pensiero creativo richiede necessariamente di un momento di dedicato, ininterrotto e senza pressione. Non si devono esigere risposte immediate e soluzioni istantanee. Oggi tutte le aziende vivono con un solo ideale: “more, bigger, faster“. Sicuramente il tempo è denaro, ed è sicuramente sempre poco, ma per generare creatività ed innovazione è necessario tempo. Ovviamente non infinito, ma sicuramente dedicato.

6. Stimolare il cambiamento. La maggior parte delle soluzioni, secondo le teoria del pensiero creativo, vengono fuori dopo la fase detta dell’incubazione ed è definita con il termine di Illuminazione. L’illuminazione non sempre è immediata, e molto spesso è necessario distogliere l’attenzione dal problema affinché, il cervello a livello inconscio lavori sul problema e fornisca una risposta. Le aziende devono esser in grado di stimolare questa fase di illuminazione, dando alle persone la disponibilità di momenti di pausa, caffè, relax e aggregazione extra lavorativa.

Sono sicuro che in primo approccio questo post sembrerà strano, ma è proprio lì, l’alternativa.

E voi conoscete realtà simili o casi in cui l’azienda porta avanti una Cultura della Creatività? Cosa ne pensate?

MashupDrink, un modello alternativo

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Ho letto poco fa un post di Nicola Mattina relativo ai format applicati attualmente negli eventi: un post semplice e sintetico nel quale ha sintetizzato i format di moda, la loro modalità di esecuzione e la tipologia di utenti ai quali si rivolge.

In questi ultimi tempi mi sono occupato degli Indigeni Digitali e nei primi raduni ho testato modalità diverse di conduzione dell’evento. Ritengo che ogni format debba essere contestualizzato e calato sull’evento prendendo in considerazione due tipi di fattori: il primo è il pubblico ed il secondo è il tempo a disposizione.

Nel primo evento degli indigeni abbiamo utilizzato la modalità dell’aperitivo, semplice networking due chiacchiere ed un bicchiere di vino. Questa modalità va bene se l’incontro ha il solo fine di far conoscenza, rompere il ghiaccio e scambiare due chiacchiere in relax, senza troppo impegno, sia organizzativo sia del partecipante. Il contro e’ dato dal fatto che si creino gruppi di persone che già si conoscono lasciando poco spazio ad interazioni con terzi, non essendoci un momento condiviso.

Nel secondo evento abbiamo provato l’ignite, format che a me piace moltissimo, ma che, per la questione del target, genera la curiosità della platea che segue le presentazioni, ma lascia poco spazio alla discussione tra un intervento e l’altro. In questo caso, l’indigeno (che vuole e ricerca il confronto) si è “scaldato” dopo aver sentito alcune affermazioni, ma non riesce ad interagire e si fredda, non dando così seguito alla discussione, vero risultato del confronto.

Ho pensato al barcamp come format di un altro evento, ma il tempo a disposizione, secondo me, per un incontro che fondamentalmente avviene in serata, è troppo poco. Andrebbe bene in un evento, magari un IndigeniCamp, svolto di sabato, all’insegna di discussioni tecniche per argomenti [vi do un anteprima: lo stiamo ipotizzando per novembre2010] .

In alternativa si potrebbe utilizzare l’elevator pitch, tempi rapidi di presentazione e sessione di domande e risposte. Potrebbe andare bene, se non fosse che questo format è tendenzialmente legato al concetto di presentazione di un idea ai venture capitalist, cosa che ne nostro aperitivo invece non avviene. Non si tratta di presentazione ma di discussione.

Il format che vorrei raggiungere io si sviluppa fondamentalmente in tre fasi, non prendendo in considerazione la registrazione, il networking di ingresso, e due chiacchiere di apertura: assegnazione dei gruppi di discussione per argomenti, brain-storming e presentazione del risultato. L’assegnazione dei gruppi potrebbe esser fatta prima dell’evento attraverso il sito e gli argomenti potrebbero esser definiti da un investitore, uno sponsor o una azienda in cerca di un progetto di innovazione. Il brain-storming si svilupperebbe per 2 ore e verrebbe condotto da un facilitatore e dallo stesso “sponsor dell’argomento” e la presentazione verrebbe fatta in chiusura dallo stesso sponsor o da una persona eletta dal gruppo. Dopo di che networking e saluti, e se durante la serata è nata qualche idea, si spera che decollerà!

L’idea che mi son fatto e’ quella del mashup, un evento durante il quale persone con competenze diverse si confrontano a livello tecnico, marketing e processi per innovare e tirar fuori un ipotesi di progetto durante un momento di relax e discussione informale. Un mashup appunto di conoscenze ed esperienze, basato sul confronto, l’ascolto, la condivisione e la passione per l’innovazione. Una sorta di crowdsourcing fatto offline, intorno ad un tavolo.

E’ ovvio che questo tipo di esperienza vada affinata, ma l’idea di far confrontare teste, cervelli, culture e passione, mi coinvolge e mi fa pensare che si possano generare opportunità e innovazione. Tanta innovazione.

Perfetto, è deciso, lo chiamerò mashupdrink e sarà il modello di un tipo di raduno degli indigeni digitali.

Dobbiamo tutto agli Hippie – FOI10

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Non ho avuto modo di partecipare al Frontiers of Interaction che si è svolto a Roma il 3 e 4 di Giugno, ma ne ho seguito alcuni passaggi in diretta sullo streaming e tramite twitter. C’è stata una presentazione che mi ha colpito tantissimo, ed è stata la parentesi di Roberto Bonzio di Italiani di Frontiera. Un intervento di quelli che ti lascia con una voglia incredibile, e mille riflessioni.

Grande Roberto, complimenti veramente.

La cultura digitale, è roba da indigeni.

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Dell’Ignite e degli Indigeni ne avevo già parlato in un precedente post, ma adesso che in rete c’è il video, caricato da Elastic, non posso far altro che ricondividerlo anche sul mio blog. Fare un intervento dal vivo (il mio primo Ignite), su un argomento che ti sta così a cuore, non è facile, anzi. Ero un pò emozionato e si è visto un bel pò, ma spero che il messaggio e i valori degli Indigeni siano arrivati.

Colgo l’occasione per ringraziare tutti quelli che l’hanno commentato, LIKEato e ricondiviso e anche Ruben Voci per aver ricondiviso sul suo status di Facebook pochi minuti fa, un pezzo del mio discorso, esordendo così:

E’ ufficiale: mi sento un indigeno digitale!
Condivido e cerco spazi e momenti di incontro per condividere problemi, casi di successo e insuccesso, oltre che soluzioni tecniche. Un punto d’incontro fondamentale di condivisione faccia a faccia per sbrogliare un problema o comunque fare qualcosa insieme. (dall’Ignite di …Fabio Lalli su Indigeni Digitali)

A breve si replica con un aperitivo degli Indigeni sia a Roma che Milano. Stay Tuned!

Io Amo Internet. Ecco perchè.

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In questo ultimo periodo mi sono domandato più volte perchè amo internet e perchè ho questa innata passione per la tecnologia. Sono arrivato alla conclusione che tutto è legato alla domanda: Internet ed il digitale ha cambiato in meglio la nostra vita?

Internet , il web 2.0, i servizi mobile e tutto il mondo digitale che ci orbita intorno ci ha cambiato, non è un modo di dire. Dagli smartphone all’iPad, dagli sms alla mail, dai feedrss ai tweet, dalla connessione a banda larga, ai pagamenti on line e ai pagamenti con cellulare, dai servizi in mobilità fino ai social network location-based, siamo sempre più legati al mondo digitale e la nostra routine giornaliera è sempre più legata ad un click e alle informazioni interconnesse tra di loro.

Ogni giorno tutte questi click mettono in relazione realtà e virtuale, ci forniscono nuove informazioni, ci permettono di sviluppare idee e nuovi business ma soprattutto ci permettono di comunicare ed interagire con persone spesso sconosciute e lontane, allargando orizzonti ed opportunità.

Il Web 2.0 sta creando nuove forme artistiche, nuovi mestieri e nuove correnti culturali. La rete ha dato spazio, voce, consapevolezza ed autorevolezza a chi, in altro modo, non ne avrebbe mai avuta ed in particolare ha dato visibilità a guerre altrimenti sconosciute. Ha permesso di salvare delle vite umane e ha portato la cultura e l’informazione dove non ci sarebbe stata la possibilità. Ha smosso la voglia di sapere e ha dato vita a piccole grandi rivoluzioni.

Internet ha ampliato le relazioni e allo stesso tempo ha reso molto più piccolo il mondo. L’ha reso un piccolo paese, un pò provinciale, nel quale una notizia o un inciucio si propaga rapidamente da news in messaggio, da post a tweet fino al rimbalzo cross mediale, in tv, dove arriva all’orecchio e alle persone ancora non connesse.

Semplicemente, ha già cambiato la nostra vita. Lo ha già fatto e continua a farlo ogni momento.

Ecco perchè io amo internet ed il vivere digitale.

IndigeniDigitali e cultura digitale

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Giovedì sera si è svolto l’ Ignite + Indigeni Digitali presso il NEW Egon di Roma. Bell’evento veramente.

Durante la serata ho presentato per la prima volta in pubblico, in qualità di fondatore, gli Indigeni Digitali. Ho presentato la filosofia degli Indigeni ed il vivere digitale.

Sposare questa filosofia significa sapersi confrontare ed ascoltare, voler condividere la propria conoscenza e le proprie esperienze, avere la passione per il digitale, essere amanti della tecnologia, sentirsi ricercatori di innovazione ed avere quella costante ed innata curiosità che genera adrealina e voglia di non dormire e allo stesso divertirsi con le persone che condividono gli stessi valori e le stesse idee. Questa è cultura digitale.

Queste sono le slide che ho presentato e che riassumono gli Indigeni Digitali.

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