Vedersi vs Guardarsi: la vera “innovazione” visiva dei visori Vision Pro di Apple

Nel mondo dell’XR (Extended Reality) ogni uscita degli ultimi tempi – di hardware e software che sia – rappresenta un ulteriore passo avanti in un viaggio che negli ultimi anni è sembrato difficile da far partire e che apparentemente è andato a rilento, malgrado la tecnologia abbia fatto evoluzioni a ritmi vertiginosi.

Dalle prime fasi embrionali con Oculus Rift, alla realtà virtuale roomscale di HTC Vive, siamo stati testimoni (e sperimentatori) di un progresso costante che ha continuamente spostato i confini di ciò che sarebbe stato possibile fare con un occhiale sulla testa. Fino ad oggi.

L’arrivo del Quest 3.

In questi giorni ho avuto il piacere di accogliere nella mia collezione casalinga privata il Quest3 di Meta, un dispositivo che si aggiunge alla lunga lista di visori che ho avuto l’opportunità di testare nel corso degli anni e che tutt’ora “colleziono” gelosamente (permettetemi di flexare un po’ 🙂 ): Oculus Rift DK1 e DK2, Oculus Go, Quest, Quest 2 e il – non più recente – Quest Pro, oltre a diversi altri visori di altre marche.

Ogni nuovo arrivo porta con sé una serie di aspettative e potenzialità ed il Quest3 devo dire la verità non mi ha deluso affatto, mostrando sensibili (ed importanti) miglioramenti rispetto ai suoi predecessori.

La prova di Vision Pro.

Però… una delle esperienze più belle (e aggiungerei sorprendente) dell’ultimo periodo , tanto che ci ho messo qualche giorno a metabolizzare, è stata la prova del Vision Pro di Apple.

Ho avuto l’opportunità di testarlo in anteprima – aaargh non ho potuto fare foto purtroppo – con un cliente durante un workshop privato che aveva lo scopo di capire le potenzialità per lo sviluppo di progetti per quelli che saranno “i dipendenti aumentati“, un concetto introdotto da me nell’incontro per spiegare cosa, come e (da) dove collaboreranno le persone in azienda in un futuro ormai non troppo remoto.

La reazione (di tutti) alla prova del visore è stata di stupore (e credo che questo non descriva a sufficienza l’effetto provato) e non vi nascondo di avere avuto la stessa emozione e fibrillazione del mio primo passaggio da Nokia/Blackberry ad IPhone. Malgrado il suo prezzo enorme annunciato di $3.500 e la promessa di disponibilità solo per l’inizio del prossimo anno (2024), il Vision pro rappresenta a mio avviso un ulteriore salto in alto e l’ingresso col botto di Apple nell’innovazione di questo ambito.

Vedersi vs Guardarsi

L’elemento che ha colpito di più la mia attenzione e le mie riflessioni – e che da giorni mi fa riflettere di Vision Pro rispetto agli altri visori sul mercato – riguarda l’interazione occhi-utente.

Mentre la maggior parte dei dispositivi permette di “vedere” il contesto grazie all’introduzione del passthrough e al potenziamento delle telecamere interne, Vision Pro introduce la caratteristica innovativa del “pass-through bidirezionale“, permettendo ad altri di vedere una rappresentazione degli occhi dell’utente e quindi di “guardare” e di “essere guardato“, con un display micro-OLED 4K per occhio. E lo fa appunto anche grazie allo schermo OLED frontale presente sul visore rivolto verso l’esterno.

Per capirci, è come la differenza che c’è nel parlare con qualcuno che indossa occhiali scuri da sole o con qualcuno che ha invece lenti trasparenti: con il primo, c’è una barriera, mentre con il secondo, lo sguardo si fonde in un’interazione autentica e diretta, rendendo l’occhiale praticamente “invisibile” alla percezione dell’utente.

Apple con questo “dettaglio” non si è limitata a migliorare l’esperienza di Mixed Reality: l’ha reinventata. Passare dal vedersi al guardarsi è una rivoluzione apparentemente banale, ma fondamentale. Questo approccio trasforma il visore da un semplice strumento tecnologico a una vera e propria estensione dei nostri sensi, avvicinandolo al concetto di lente piuttosto che a quello di dispositivo.

Leggerezza, design e semplicità.

Ma non è tutto. Vision Pro è incredibilmente semplice. E lo fa con la stessa semplicità di quando Apple ha introdotto per la prima volta lo swipe. Il processo di calibrazione è fluido e intuitivo, come accedere a un iPhone appunto.

Il metallo leggero ed il vetro sul dispositivo – rispetto alla plastica di altri visori – lo rendono uno strumento percepibile come di maggiore qualità e pregio. La leggerezza del design, che si presenta in particolare più come “un visore con fascia” che un “casco” (sensazione che la maggior parte dei visori danno per via dell’elastico sopra al centro della testa… e che spettina capelli e ciuffo di chi si pettina come me), e l’assenza di controller esterni rendono l’esperienza incredibilmente immersiva.

Grazie a una serie di sensori e telecamere (scanner LiDAR, fotocamera TrueDepth) presenti nel visore, si può controllare il dispositivo usando solo mani, occhi e voce. L’eye tracking, in particolare, permette di interagire con l’ambiente virtuale in modo naturale e intuitivo. Il “touch” delle dita sulle icone ha una sensibilità talmente fluida che la sensazione, interagendo, è che con oggetti virtuali siano li, realmente, seppur in assenza però di feedback aptico.

Meta Quest 3 da non sottovalutare.

Nonostante le numerose qualità del Vision Pro, e per quanto non abbia ancora avuto modo di sperimentarlo più in profondità (in fondo ci ho giocato un oretta in tutto), non posso non riconoscere i passi avanti fatti anche dal Quest3, che invece in questi giorni ho potuto testare, usare, giocare e… girarci per casa, passando per pazzo agli occhi di tutta la famiglia!

La sensibilità del Quest3 è migliorata e l’efficacia nel riconoscimento dell’ambiente circostante è notevole ed efficace, e si presta molto per il mondo del gaming, dell’entertainment e dell’immersività più a tutto tondo. Non c’è dubbio che sia un dispositivo che, come ho detto e scritto più volte, può creare cultura e adozione maggiormente massiva anche per via del suo prezzo non proibitivo.

Nel futuro sicuramente c’è Extended Reality (XR)

Certo, non c’è dubbio comunque che Vision Pro abbia alzato il livello, ridefinendo le aspettative per il futuro dell’XR. Ora gli altri dovranno velocemente accelerare e probabilmente riconsiderare alcuni concetti introdotti da Apple che ha dalla sua parte anche un ecosistema unico integrato ed una community / aziende mature e pronte a migrare e sviluppare nuove app.

Tra qualche tempo, un decennio (o forse anche molto meno), ci guarderemo indietro, e la tecnologia di Mixed Reality di oggi ci sembrerà arcaica proprio come la tecnologia di 10 anni fa appare oggi obsoleta.

Una cosa è certa comunque. Quello a cui stiamo assistendo sta mettendo le basi profonde di un cambiamento dell’interazione uomo contesto, e le possibili implementazioni per il futuro sono infinite.

Instagram Marketplace NFT: è ufficiale il lancio in USA

Alla ricerca costante dell’ultimo trend da integrare (o da cui prendere ispirazione) e nella continua evoluzione dell’esperienza utente sempre più semplice, efficace e “fidelizzante”, Meta annuncia oggi ufficialmente che la piattaforma di foto diventerà anche Instagram Marketplace NFT.

Nei prossimi mesi la piattaforma consentirà ai creators di pubblicare i propri NFT e venderli direttamente ai propri follower. Il progetto lanciato oggi con alcuni creators (Amber Vittoria, Ilsa Valfrè, Isaac Drift Wright, e altri) negli Stati Uniti, selezionati dalla stessa Meta, promette che non addebiterà commissioni aggiuntive fino al 2024 poiché la società coprirà le tariffe del gas (costo delle transazioni).

Al momento del lancio, Instagram utilizzerà la blockchain #polygon per il minting NFT. Meta sta anche lavorando inoltre per includere video digitali da collezione su Instagram, aggiungendo il supporto per #Solana e Phantom Wallets.

Dal mio punto di vista lo shift culturale che può creare una piattaforma come Instagram (alla quale sono certo che seguiranno altre) è sicuramente importante per accelerare il processo di adozione ed utilizzo di massa, seppur in questo caso Instagram non avrà la sua blockchain ed il suo wallet, ma si appoggerà all’esterno.

L’utiilizzo della blockchain all’interno di piattaforme social sarà sicuramente di grande supporto allo sviluppo di quella che ormai viene chiamata Creator Economy (qui un articolo interessante https://lnkd.in/dn6JPD4C), ma a mio avviso sarà necessario arrivare ad integrarla realmente e non solo esternamente.Le grandi piattaforme non possono rimanere indietro: Linkedin, come altre, presto introdurranno le loro modalità per dare ulteriore valore e servizio agli utenti, anche integrando piattaforme terze, ma portando su di se la centralizzazione dell’utente e dei servizi.

Intanto Meta è già partito con il suo primo passo nella direzione di Instagram Marketplace NFT.

Disney ed il Metaverso: approccio, strategia e percorso

Disney brand leader dell’intrattenimento, decide di muoversi nel mondo del virtuale, e lo fa in una certa direzione, non è (e non può esser un caso) un caso.

Negli ultimi mesi, la Disney ha già sviluppato diverse iniziative, in particolare:

  • Lanciato diverse raccolte NFT in contemporanea con l’uscita di film
  • Ha lanciato l’acceleratore tecnologico e ha dato rilevanza – all-in – su NFT e VR/AR nell’ultimo batch di investimento
  • Ha creato una nuova divisione interna denominata “Next-gen storytelling

Il CEO della Disney Bob Chapek ha definito il Metaverse come “La prossima grande frontiera dello storytelling”. Perché la Disney si appoggia così pesantemente a questo trend?

  • Posizionarsi in modo anticipato per prendere l’onda e seguire l’hype
  • Muoversi nella direzione dei loro futuri segmenti di pubblico chiave (GenZ e non solo)
  • Esplorare, sperimentare e apprendere ora le migliori pratiche da applicare in un secondo momento di maggiore maturità
  • Sviluppare le prime iniziative NFT sui brand maggiori e rilevanti

Rimanere interessanti oggi per i giovani consumatori è forse la parte più importante e critico-strategica per i brand: il mantra sta diventando sempre di più adattarsi per rimanere rilevanti e attirare ed estendere alle nuove generazioni di giovani mantenendo anche quelli esistenti.

La Disney è esperta in questo approccio, da sempre: basti pensare al servizio di streaming Disney+ che vediamo oggi e che è il risultato di una decisione strategica di oltre 8 anni fa. E questa è la strategia che sta adottando anche adesso, nel “nuovo” lungo termine.

 

Zuckerberg presenta Meta Platform: il lato oscuro del Metaverso

Il Metaverso sarà un mondo fantastico, fatto di nuove ambientazioni incredibili, superpoteri applicati a noi stessi, modellazione delle dinamiche fisiche, alterazione della realtà e della percezione ed una ulteriore spinta all’iperconnessione, aumentata, al discovery e alla creatività. Sono convinto che porterà nuove opportunità, non c’è dubbio e tante nuove modalità di interazione, spunti e possibili sub-evoluzioni che nemmeno immaginiamo.

Sono scettico (e preoccupato) però su alcuni impatti di questo sviluppo, dal punto di vista psicologico e sociale, e che a mio avviso, già in passato, hanno generato storpiature comportamentali e cognitive.

Saremo ancora più mascherati da un avatar, intermediati da una piattaforma nelle relazioni, nascondendo totalmente noi stessi, i nostri difetti e unicità, le nostre modalità di comunicazione reale, fatte di atteggiamenti, movimenti del corpo, degli sguardi e del tono, riducendo ancora di più l’effetto della comunicazione paraverbale e non verbale, con un impatto sull’empatia e conseguentemente sulla fiducia, sul trust e sull’attenzione al prossimo.

Sarà più facile farci una idea del non reale, e molto più complesso capire chi abbiamo di fronte, realmente.

Saremo portati a vivere dinamiche sociali interattive e completamente aumentate, coinvolgimenti e piene di stimoli all’attenzione, con un effetto potenziale sulla diminuzione dell’attrattività della realtà “nuda e cruda”: ci annoieremo sempre di più di un rapporto privo di super-poteri, super-ambientazioni, super-interazioni, notifiche ed interazioni.

Saremo portati a vivere luoghi distanti, portandoli a noi, rendendo il concetto del viaggio lontano da raggiungere, il viaggio di discovery fatto di causalità e di momenti, meno importante.
Saremo sempre più portati a vedere quello che “dobbiamo” vedere perché potenzialmente interessante e in overlay sullo spazio visuale, rispetto a quello che potremmo vedere perché distratti, perché attenti a qualcosa di diverso e che ci ha incuriosito casualmente.

Lo ammetto, è un post di “provocazione” (nemmeno troppo credo) per discussione e confronto: non vuole esser l’applicazione di concetti visti in black mirror o similari, o una discussione fatta di dietrologia o non accettazione del cambiamento, ma una condivisione di spunti e riflessioni per discussione appunto.

Guardo personalmente alle dinamiche reali di tutti i giorni dei miei figli, dei ragazzi in metro o nei ristoranti e sono preoccupato da una parte di quanto già oggi il digitale abbia fagocitato completamente l’attenzione e distolto l’attenzione da molte dinamiche reali (come guardare fuori dal finestrino durante un viaggio in macchina per esempio).

Chi ha figli sicuramente si starà ponendo molte domande, almeno quante le mie rispetto a questo tema: il lato oscuro del Metaverso.