La nuova AppleTV è l’inizio del futuro della TV. Perché?

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Vi parlo di AppleTV, ma parto da una serie di riflessioni. Son sempre stato uno di quelli che la tecnologia nuova la compra subito, appena uscita, quando costa ancora uno sproposito, per provarla, capirla e valutarne le potenzialità.

Mi ricordo ancora il mio primo dispositivo mobile e la prima volta che ho provato l’iPad: feci follie per averlo, ma soprattutto mi ricordo ancora la sensazione che mi ha dato l’IPhone, il mio primo iPhone e non parlo di uno smartphone in generale. Era più o meno la fine del 2009. Ero un po’ in ritardo rispetto all’uscita del primo smartphone Apple e la mia esperienza con Apple non era ancora iniziata: ero un fedele possessore di dispositivi differenti come Qtek e HTC. Quell’anno mi arrivarono contemporaneamente un iPhone e un Macbook: a primo impatto il Macbook mi fece un effetto strano, una sorta di destabilizzazione a livello operativo, mentre l’iPhone fu una scoperta. Mi emozionai riconoscendo nelle potenzialità di quel prodotto futuro che avrebbe cambiato molte cose.

E non scherzo quando parlo di emozione, non fatemi però passare per matto o per troppo nerd. Lo sono in parte, lo ammetto, ma dico sul serio. Iniziai ad usarlo e a sviluppare applicazioni, intuendo presto che cosa ci avrei potuto davvero fare: sperimentazione, tanta sperimentazione con la voglia di continuare a provare nuove tecnologie, integrandole e rendendole sempre meno invasive e più adatte a suscitare il coinvolgimento dell’utente.

Mi son sempre domandato: “Come puoi parlare, progettare e studiare le migliori esperienze e soluzioni, se tu per primo non hai provato qualcosa?”

In questi anni di tecnologie nuove, spendendo ed investendo soldi in acquisti che in qualche caso sono andati bruciati, ne ho provate anche troppe prima che sul mercato diventassero “per tutti”. Partendo da prodotti non necessariamente Apple – ovviamente – come Google Glass, Oculus, e tantissimi altri, passando da Apple Watch, fino ad arrivare all’iPad Pro, alla sua Pencil e alla AppleTV.

Fino a qualche giorno fa, per quanto molti prodotti provati mi hanno fatto capire la tendenza e dove sta andando il mercato (vedi Oculus per esempio), nessun prodotto, come quando ho provato la prima volta l’iPhone, mi ha dato quella stessa sensazione.

E’ successo con la nuova AppleTV di quarta generazione. Di nuovo.

La sensazione è quella dell’arrivo di un cambiamento e di tante opportunità, sia per chi sviluppa software, sia per chi produce e vende servizi, ma anche e soprattutto per l’utente. Non mi soffermo sulle caratteristiche tecniche del prodotto, perché quelle informazioni le trovate ovunque. Questo post, inoltre, non è una recensione di prodotto ma un mio punto di vista su quello che vedo in questo prodotto, nel suo ecosistema e nelle sue potenzialità.

La domanda che mi sono posto, e che ora condivido con voi, è questa:

Perché la nuova AppleTV è l’inizio del futuro della TV?

Le risposte a questa domanda sono tante, e le motivazioni girano tutte intorno ad un punto: la convergenza. E quando parlo di convergenza intendo tutto: esperienza utente, connessione, dati, interattività, ecosistema di applicazioni, gaming, entartainment e hub per la smarthome. Tutto, in un sistema connesso ad un dispositivo alla portata di tutti (la TV), semplice, e che può tornare a catturare l’attenzione delle persone e della famiglia, come succedeva una volta con la TV, in una sorta di focalizzatore domestico,  il mezzo “comodo” per fruire di un contenuto da salotto con un pubblico eterogeneo.

In un report su Tv e Media di ConsumerLab di Ericsson (report 2014 e report 2015) di poco tempo fa, è emerso che il 59% degli italiani ha un tv connessa al web (smart tv, console,…). In particolare quello che gli italiani dicono di avere a casa connesso e collegato alla Tv (o a più TV) è:

  • 46% una console (PlayStation Sony, Xbox Microsoft, Wii Nintendo)
  • 10% Google Chromecast
  • 9% Apple tv
  • 8% Decoder Sky o altri dispositivi
  • 27% Nessun dispositivo

È sicuramente interessante vedere che Chromecast ed AppleTV superano già i decoder. Ma la cosa interessante che emerge, è l’intenzione d’acquisto dei consumatori italiani. I primi due punti del risultato sono molto interessanti, e sono così distribuiti:

  • 18% Google Chromecast;
  • 16% Apple Tv;
  • 13% Decoder Sky o altri dispositivi;
  • 10% una console (Wii Nintendo, PlayStation Sony, Xbox Microsoft);
  • 43% Nessun dispositivo.

Quello che non appare in questo report, e che però si trova in giro per la rete, sono i dati relativi alle SmartTv, alla loro diffusione e soprattutto al reale utilizzo. Alcune proiezioni dicono che la smartTV avrà una distribuzione di oltre il 44% rispetto al totale degli schermi acquistati a livello globale, destinata ad aumentare fino al 73% per il 2017/2018.

Ora, a parte qualche report e dato alla mano, utile per comprendere meglio tutto, provo a sintetizzare alcuni punti di vista per rispondere alla domanda che mi sono posto sopra.

SmartTV vs AppleTV (e scatolotti esterni)
Avete mai comprato una smartTV? Immagino di si. Avete mai provato ad usarla realmente, connetterla ad internet, scaricare le app? Secondo me l’esperienza è pessima, spesso non funziona ed il numero di applicazioni non è molto ampio. L’interazione stessa, con le poche app presenti una volta installate, è veramente scarsa a causa del telecomando che notoriamente fa il telecomando di mestiere, e non il joypad. Su questo punto si potrebbe inoltre aprire un mondo: le persone comprano una TV per le caratteristiche qualitative della TV (luminosità, grandezza, qualità, design), e non per le funzioni internet, almeno attualmente. Dal mio punto di vista vincerà la “scatoletta” di Apple con una esperienza studiata per esser semplice ed offrire i miglior servizi, un “telecomando” più semplice e usabile e fortemente integrato nell’esperienza dell’utente; sopratutto essa offre la possibilità di poter continuare ad utilizzare lo stesso apparato set-top-box indipendentemente dal dispositivo TV che, inoltre, l’utente tende a cambiare con più frequenza per via di necessità e caratteristiche tecniche differenti.

Ecosistema APP e developer
Le app, nel progetto Apple, sono al centro dell’esperienza utente e sono la base su cui costruire con lui una relazione privilegiata: dall’iPhone all’iPad, dal Mac all’Apple Watch. Ed ora arrivano anche le app per la nuova AppleTV. E’ particolarmente interessante notare che all’interno di questa non ci sia il browser: stanno cercando di forzare la mano come hanno fatto con Floppy, CD e standard vari. Ecco, questo credo sia un punto fondamentale della strategia: le APP. E se ci pensate è quello che ha reso l’ecosistema Apple migliore rispetto all’ecosistema Android fin dall’inizio. App, community di developer, le linee guida più rigide e allo stesso tempo più strutturate, una minor frammentazione di dispositivi e soprattutto una diversa predisposizione di acquisto da parte degli utenti. Il limite attuale dello sviluppo delle app nelle SmartTV è proprio questo: diversi produttori di TV rilasciano TvOS più o meno differenti, il linguaggio di sviluppo delle applicazioni in questo ecosistema più complesso e meno completo, una community meno attiva e fedele, sistemi di revenue per developer meno coinvolgenti ed una utenza non predisposta (o cosciente) completamente all’utilizzo delle funzionalità internet/app della TV.

Home Entertainment
Nell’attuale App Store Mobile, il numero di applicazioni di gaming e lifestyle è molto alto ed il gaming ha già dei numeri molto alti, sia in termini di tempo speso, che di transazioni e spesa per utente. Gli utenti giocano, è palese. Considerando che il vantaggio dell’ecosistema Apple sta proprio nella community di developer e – in questo caso – anche nello stesso linguaggio di programmazione ( a differenza di altri OS ), ritengo che il passaggio dei giochi esistenti da smartphone / tablet a tvOS sarà fatto in uno schiocco di dita (e non a caso, già attualmente, il numero di giochi pubblicati nell’app store per Apple TV è molto alto). Apple vuole posizionare il suo dispositivo nel segmento delle console low cost e dell’ home entertainment alla portata di tutti. E questo proprio grazie al passaggio alla versione televisiva delle app per smartphone e tablet. Nell’esperienza utente Apple, inoltre, un ruolo importante per attrarre soprattutto i nuovi giocatori occasionali è proprio nel nuovo telecomando, dotato di funzioni touch e sensibile al movimento.

OnDemand ed interattività
Sono anni che si parla di TV On Demand e Tv Interattiva. Immaginate una televisione, connessa, in cui i canali sono semplici APP. Lo zapping non lo faremo più tra canali, ma tra contenitori e app in cui potremo interagire, personalizzare il contenuto e ricevere contenuti più in linea con le nostre preferenze, sempre più specifiche e sempre più aggiornate. Netflix ne è un esempio.

AppleTV come nuovo pc casalingo
La domanda che mi sono posto più volte, e che già al tempo dell’arrivo dell’iPad mi posi, è “Quanto è importante un computer desktop a casa oggi?”. In effetti la risposta è nel tipo di utilizzo e lavoro che si fa, ma se penso a mia nonna o a tante altre persone che utilizzano il computer di casa come strumento di lettura, informazione e ricerca, ritengo che una AppleTV con le giuste APP di base (Facebook in primis, oltre a un client per la posta elettronica) e qualche applicazione specifica possa essere il giusto compromesso. Se poi questo fosse integrato con Tablet e Smartphone, allora direi che siamo al completo e possiamo fare indicativamente tutto. Ecco, diciamo che mia nonna, mia mamma o mia suocera, sarebbero utenti perfetti per un dispositivo del genere.

SmartHome e HomeKit: Apple TV come hub casalingo
Qualche tempo fa Apple ha presentato HomeKit, un framework per la gestione e lo sviluppo di applicazioni IoT ed il controllo degli accessori collegati alla rete domestica. A mio avviso Apple punterà presto anche all’integrazione totale di HomeKit : rendere la Apple TV l’accentratore dell’esperienza domestica in tutto e per tutto, oltre all’entertainment e alla TV On Demand potrebbe essere la chiave per abbracciare tutti i momenti di comfort casalingo. Poi c’è Siri, il perfetto maggiordomo di casa che risponderebbe a tutto, dal meteo alla posta, dalla musica ai film, fino alle ricette, alla temperatura di casa, allo stato di pagamento delle bollette o l’accesso all’home banking.

Dove vedo le opportunità?

Credo sia abbastanza semplice capirlo. Non rispondo dicendo “in tutto” per non esagerare, ma se ci penso, direi che potrei rispondere in quasi tutti i settori in cui c’è la necessità di attivare canali di interazione e informazione con l’utente finale. Pensate da aziende del mondo fashion, automotive, banking, sport, gaming o anche ad aziende che producono servizi / prodotti IOT.

Ora, non vorrei passi il messaggio che la Apple TV sarà l’unico dispositivo esterno connesso alla tv che farà una rivoluzione nell’Home Entertainment. Sto dicendo che questo prodotto, connesso all’ecosistema Apple, con l’esperienza Apple, sarà il vero inizio della rivoluzione del futuro della TV. Rivoluzione al pari del cambiamento introdotto all’epoca dall’iPhone. Poi, giustamente, mi auguro che ci saranno anche altri sistemi che si contenderanno il mercato, come è successo con Android nel mondo degli smartphone.

In IQUII abbiamo già iniziato a lavorarci da qualche mese. E a voi, vengono in mente progetti ed opportunità?

Buona visione ed intrattenimento.

 

Quando il clima influenza l’ecosistema delle API, c’è qualcosa che non va.

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Per chi non lo sapesse – ma non ci credo nemmeno un po’ – Instagram (e non solo loro) da questa mattina è completamente KO.

Colpa di Amazon, si dice.

Da quello che ho letto, tanti instagrammers hanno scoperto il problema di Instagram verso la mezza mattinata di oggi, quando, ripresi dalla serata del venerdì o ancora impegnati nella vita familiare del sabato mattina, dopo aver impugnato lo smartphone per scattare qualche foto, hanno trovato un messaggio che diceva che il servizio non era disponibile. Tutti hanno cominciato a twittare che qualcosa non andava, che non era possibile caricare foto e così, tra il turbamento, lo shock, l’ansia da scatto frenetico mancato e la sindrome da InstagrammersSenzaInstagram, si è diffusa la notizia del problema.

World wide, Instagram è down. E la colpa è di Amazon.

A me non è andata esattamente così. O meglio, lo shock l’ho avuto anche io, ma per colpa delle API. Quelle di Followgram.

Praticamente le notifiche del problema di Instagram le ho iniziate a ricevere dalle ore 5.30 di questa mattina, mentre dormivo: prima ricevo un DM su Twitter da un brasiliano che mi dice di avere problemi ad autenticarsi. Poi dalle ore 5.45 circa, iniziano ad arrivare in sequenza segnalazioni e mentions sull’account di Followgram da parte di utenti che segnalano malfunzionamenti sul sito e lamentano di non poter accedere.

E così, ancora cotto di sonno, mi alzo, controllo la posta, poi uservoice, guardo twitter e trovo una quantità industriale di segnalazioni relative al malfunzionamento di Followgram. Tra un tweet ed un altro, leggo che si tratta di un problema di Amazon che ha colpito anche altri siti (Pinterest, Netflix and Heroku). Faccio due verifiche, il server è su, il Db anche, il dominio si vede… e Amazon?!? Ma dai, è perfetto e non ha problemi. Siamo up e running: Amazon fino ad ora non ci ha mai tradito, è sempre su, e poi noi siamo tranquilli, abbiamo anche una VPS dove manteniamo un clone per sicurezza, perchè ci piace dormire tranquilli, non su Amazon.

Ma allora che problema c’è? In effetti, Amazon è giù. Ma non il nostro che si trova in un’altra area: è giù quello che sta in Virginia, dove è passata una mega tempesta che ha spento tutto. E si, Instagram è proprio lì. “Solo lì”.

Peccato che se noi siamo su, e loro sono giù, anche noi siamo giù. O meglio, un pò meno giù di loro (magra consolazione), ma allo stesso tempo incasinati perchè strettamente legati alle loro API: non cresciamo, non eroghiamo il servizio, non acquisiamo nuovi utenti, non fatturiamo.

Ed ecco qui la riflessione: quando il clima influenza l’ecosistema delle API, c’è qualcosa che non va.

C’è qualcosa che non va perchè se hai un modello di business o un servizio basato su altri (nel nostro caso tramite API di Instagram), sei praticamente come un apetta lavoratrice legata all’Ape regina. Se quella non funziona (o peggio ancora muore), tu sei nei casini. E non pochi.

C’è qualcosa che non va, soprattutto, perchè, come giustamente ha detto anche Alessio nel suo post, la Cloud sembra perfetta ma non lo è ancora e non ci si può ancora fidare al 100%. Ed il problema, secondo me, non è solo un problema tecnologico, ma di strategia, perchè ogni azienda, ogni applicazione, ogni progetto ha una sua struttura, un suo dna, un suo funzionamento e i suoi tempi di batch, allineamento, backup e gestione dei dati e nessuna infrastruttura potrà mai, singolarmente, sostituire in modo standard ogni singolo modello.

La dimostrazione l’abbiamo avuta oggi con Amazon e Instagram: un’applicazione comprata per milioni di dollari che non è raggiungibile per quasi 20h consecutive perchè il suo carrier è andato giù per una tempesta. Praticamente Amazon è stato il Single Point of Failure di Instagram.

All’inizio del post ho detto, non a caso, “Colpa di amazon, si dice”. Il si dice fa riferimento al fatto che tutti stanno guardando al problema di Amazon, ma nessuno (o quasi nessuno, leggete il post di Ingrid Lunden su techcrunch) sta pensando al fatto che Instagram, ribadisco, progetto pagato milioni di dollari, non abbia un piano di Disaster Recovery e Business Continuity tale da garantire il funzionamento anche a fronte di una tempesta e non abbia saputo garantire ai suoi utenti e al suo ecosistema di API e applicazioni, un ripristino immediato o in tempi ragionevoli.

Credo che questo tema, la business continuity, sia un tema caldo da affrontare su molti progetti di startup che sottovalutano ampiamente il concetto di continuità operativa.

Alla fine, la cosa positiva di oggi è che, non sapendo stare fermo ad aspettare, mi son messo a lavorare su altro.