Se il Follow entra in azienda

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Vorrei entrare in ufficio e trovare tanti tasti con scritto Seguimi o Non seguirmi, su tutto. Documenti, persone, oggetti, discussioni, messaggi e poterci cliccare e diventare follower quando mi serve, per poter essere aggiornato e seguirne i tweet. Ci avete mai pensato?

Partiamo dal concetto di base, il follow.

Facebook, che più o meno tutti usiamo e conosciamo, funziona secondo la logica della relazione di amicizia e necessita di una doppia azione (ti chiedo l’amicizia, e tu accetti). A seguito della relazione instaurata si ricevono tutte le informazioni, senza filtro, di ogni amico, con una crescente  mole di informazioni completamente ingestibili.

Twitter funziona diversamente ed utilizza il concetto del follow, principio secondo il quale un utente segue, con una relazione monodirezionale, il lifestream (flusso dei dati) di un altro utente che “cinguetta” e condivide informazioni. Questo tipo di relazione permette di filtrare il rumore (eccesso di informazioni), e permette di interagire nel momento in cui lo riteniamo opportuno.

Secondo me il follow è un concetto applicabile anche in azienda, e potrebbe esser utile alla comunicazione e potenzialmente importante per il business. Mi spiego.

L’azienda è composta da persone che sono in relazione fra di loro: queste si scambiano dati, email e messaggi, documenti e progetti, date ed appuntamenti. Tutti questi flussi generano informazioni che, al contrario di come si possa pensare, non sono entità statiche e mute, bensì sono entità dinamiche che hanno un proprio ciclo di vita, si sviluppano, generano conoscenza, scelte, opportunità, problemi e soluzioni. Molto spesso, a causa della poca comunicazione o banalmente per dimenticanza o disorganizzazione, queste informazioni rimangono nascoste, non vengono condivise e si perdono senza che nessun altro ne abbia fruito e beneficiato.

Ma se tutte queste entità potessero parlare…? Bene, facciamole parlare.

Immaginiamo le informazioni come entità vive che comunicano e si relazionano. Potremmo fare il follow di un entità, e potremmo seguire tutto quello che dice, così come oggi lo facciamo con i tweet delle persone. Potremmo seguire un documento ed esser aggiornati delle sue evoluzioni (aggiornamento, commenti, integrazioni), oppure potremmo seguire un gruppo di discussione di un progetto e riceverne degli avanzamenti o ancora potremmo seguire il life stream di discussioni tecniche di un progetto ed intuirne spunti di business o potenziali aree non ancora esplorate.

Insomma, qualsiasi entità, dai documenti (offerte, fatture, lettere, comunicazioni, manuali) ai messaggi (email, sms), dai calendari ai progetti fino ad un anagrafica (clienti, fornitori, dipendenti), sarebbe in grado di comunicare con noi. Non solo le persone. Semplicemente se followate.

Questo concetto può essere applicato ai sistemi di Enterprise 2.0, document management e knowledge management, CRM, semplicemente dando all’utente la possibilità di cliccare follow e ricevere così informazioni nel nostro stream. Come succede su Twitter. Semplice no?

I social network in azienda, questione di cultura. Di tutti.

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Nei giorni scorsi un’azienda amica ha deciso di chiudere tutti i Social Network (Twitter, Facebook, Linkedin e molti altri), nonché filtrare moltissime parole chiave. Questa scelta, anche se da una parte mi sembra assurda visto che si tratta di una società che ha il web nel dna, non è del tutto contestabile nel momento in cui si osservano i dati di traffico rilevati da un monitoraggio della rete: il 75% del traffico della rete è derivante da Facebook! In effetti qualche riflessione in più credo sia il caso di farla.

Prima di tutto va detto che la modalità di utilizzo di facebook è diversa tra persona e persona, soprattutto tra addicted e non. Per capirci meglio, gli “adetti ai lavori” sono quelli che utilizzano facebook come strumento di comunicazione o per svago (moderato) e, a mio avviso, sono quelli che paradossalmente generano meno traffico poichè effettuano connessioni spot, quando possono rispondono alle notifiche via email, utilizzano iphone o altri device e soprattutto utilizzano altri plugIn o sistemi di cross posting per aggiornare il proprio stato. Di contro ci sono quelli che non sono addetti ai lavori e che utilizzano prevalentemente facebook per socialcazzeggio e sono i più dannosi (dal punto di vista del traffico!): effettuano connessioni frequenti o addirittura lasciano il browser aperto in polling (per i non addetti: facebook effettua continui aggiornamenti dei dati della vostra pagina, anche se non è stato fatto il refresh, grazie a chiamate ajax/jquery), rispondono a tutti i sondaggi e giocano con le mille applicazioni che ogni giorno vengono rilasciate dagli sviluppatori e dalle aziende.

Bisogna però anche dire che il traffico verso facebook non è soltanto generato direttamente dall’utilizzo di facebook stesso, ma anche dalla navigazione su tutti quei siti che hanno embeddato (per i non addetti ai lavori, si intende inserito, incluso) il facebook-connect all’interno del proprio sito per permettere l’autenticazione o per la pubblicazione del widget dei fan. Molti blog e siti istituzionali di aziende ormai infatti hanno questo tipo di informazioni incluse per motivi di visibilità e marketing. Ovviamente non sto dicendo che il traffico è generato principalmente da questo, ma sicuramente dal punto di vista dei dati e delle connessioni verso il social network un numero importante di chiamate viene da qui.

Ora se da una parte c’è un aspetto “tecnico” di valutazione del traffico, dall’altra c’è un aspetto da valutare relativo alla cultura dell’ “informatico iperconnesso“, al tipo di utilizzo della rete e alla modalità di lavoro. I nuovi informatici sono abituati ad usare la rete ed i social network nella loro vita privata e trovano naturale poter usare gli stessi strumenti per gestire le relazioni professionali, la ricerca di informazioni di lavoro e per trovare soluzioni e risolvere problemi. Non avere a disposizione certi strumenti rende frustrante il lavoro e allo stesso tempo, secondo me, diminuisce le performance lavorative.

Infine c’è da tenere in considerazione la visione dell’azienda nei confronti del problema produttività dei propri dipendenti. Un azienda che punta ad avere il massimo dai propri collaboratori e che non principalmente di web o soprattutto che non ha la cultura dell’importanza della rete per gli sviluppatori, vede l’utilizzo di Facebook o sistemi similari come una enorme perdita di tempo e nel caso della band come uno spreco di risorse . Di fronte ad un numero così alto (75% del traffico!) in effetti è difficile non comprendere una politica di chiusura di tutto e soprattutto è difficile non farsi venire in mente la fatidica domanda “Ma gli serve veramente facebook ai programmatori?“. Secondo me, non serve, ma chiudere totalmente comunque è un problema e non è una politica che io personalmente attuerei: il divieto di usare i social network durante il lavoro lo ritengo un boomerang per l’azienda.

In questi giorni ho letto un post, che mi è piaciuto molto, di Josh Bernoff, analista di Forrester Research e co-autore di Groundswell, nel quale viene chiarito il concetto di “lavoratore iperconnesso”, definito in modo specifico nel concetto di HEROHighly Empowered and Resourceful Operative, ossia quel collaboratore che utilizza le risorse della rete e di internet ed è incoraggiato ad usare la rete a vantaggio dell’azienda. Secondo l’idea degli autori di Groundswell, il management di un azienda non deve più controllare, limitare e applicare procedure rigide, ma, al contrario, deve creare un contesto in cui chi lavora è in grado, grazie alla tecnologia, di mantenere un rapporto vivo con clienti e consumatori, anch’essi sempre più empowered, trovando soluzioni innovative e facendo viaggiare l’azienda alla stessa velocità del suo mercato.

Riguardo alle politiche e policy attuabili in azienda, la chiusura drastica di tutto, come ho già detto, secondo me non è vincente. Principalmente sensibilizzerei le persone sull’importanza o meno dell’utilizzo dei social in determinati contesti o in determinati momenti della giornata, e se proprio la situazione non cambiasse, applicherei delle restrizioni in termini di banda e/o di tempo a disposizione per utente, garantendo magari quel 20% massimo da dedicare a svago e recupero tra un attività e l’altra.

Personalmente utilizzo Facebook per rimanere prevalentemente in contatto ed essere aggiornato sui rapporti con le persone e con gli amici, sapere cosa fanno e magari avere qualche bella notizia. Utilizzo MeemiTwitter e Friendfeed per approfondimenti di temi specifici e condividere notizie ed informazioni, mentre utilizzo Linkedin per tenermi aggiornato sul percorso professionale di amici ed ex colleghi o trovare altre opportunità e contatti.

Concludendo ritengo che l’utilizzo dei social network in azienda sia un problema di cultura, di tutti: l’azienda deve aprire all’utilizzo dei social e capirne l’importanza, e i dipendenti devono apprenderne le potenzialità ed i limiti e moderarne l’utilizzo.

E voi, come utilizzate i social network? Ops, … magari non riuscite a navigare perchè avete tutto chiuso. 😉

Gli slashtags su Twitter

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Foto dal sito di NicolaGreco

Ho avuto modo questa sera di parlare qualche minuto con @NicolaGreco dopo aver letto il suo post in italiano relativo agli slashtags e lo stesso, approfondito, anche in inglese sul sito WorkingViral.

Cosa sono gli slashtags? Sono una sorta di evoluzione degli hashtags. Sottolineo una sorta perchè secondo me, mentre con gli hashtag si classificano i post, con gli slashtags si aggiungono informazioni al post.

Per farvi un esempio, tra gli slashtags citati sul sito di Nicola (e utilizzati in chat IRC o altre) c’è /via per segnalare da dove è stato preso il tweet che si è postato o retwittato. C’è poi per esempio il /cc per mettere uno o più twitters in copia del tweet. Il mio suggerimento sul /cc è quello di poter associare una lista, per esempio: /cc [NomeLista]. In questo modo sarebbe possibile mettere in copia (un pò come per l’email) un gruppo o una lista (quelle da poco inserite su twitter).

Ci sarebbe poi /thx per ringraziare qualcuno oppure /like, suggerito da Nicola stesso.

Secondo me potrebbe esser utile anche pensare alla negazione di alcuni tags, e nello specifico mi riferisco al LIKE. In molto Social Network (ormai in tutti…) è possibile segnalare un “like” o un “mi piace”, ma non è possibile per esempio dire “Non mi piace”. Si potrebbe ipotizzare l’utilizzo del “” o della della “d” generando così un /-like oppure un /dlike (i dont like).

Nel wiki su PBworks creato da Chris Messina si può leggere un pò di più e trovare un pò di esempi di slahstags.

#cartellobizzarro e Friendfeed impazza per Luca Bizzarri!

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#cartellobizzarroNon so chi sia stato il primo a censire l’hash tag #cartellobizzarro, che è diventato così il meme del giorno, ma è stato geniale! Su FriendFeed e Twitter impazzano link e fototomontaggi di Luca Bizzari attore, comico e conduttore televisivo italiano, noto principalmente per il duo Luca e Paolo formato con l’amico Paolo Kessisoglu. Ora non è chiaro se sia veramente Luca o il suo ghostwriter (o magari un fake), ma la prova di interazione tra web e Tv, tra Vip e Geek è veramente interessante.

Ci sono già parecchie immagini on line e c’è già chi organizza il voto per il migliore cartello. Questa è la mia, ma una di quelle che mi ha fatto più ridere è quella di Dania.

cartellobizzarro grande fratello

Twitter in italiano? Sarà anche un pò merito mio!

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fabiolalli-twitter-translateDa questa mattina sono anche io uno dei traduttori italiani di twitter. Ovviamente questa cosa mi ha fatto piacere, visto che è la prima volta che partecipo gratuitamente ad un progetto del genere. Sottolineo per chi non lo sapesse, che questa “collaborazione” è gratuita.

Ho condiviso questa novità con mia moglie e con alcuni colleghi che, giustamente, quando hanno saputo che questo lavoro era gratuito, mi hanno domandato subito “Ma non hai altro da fare?” , “Ma oltre alle mille cose fai, ora ci metti anche questa?”. In effetti di tempo non è ho molto, ma è una piccola soddisfazione aggiunta ad altre 🙂

Ho letto anche l’articolo di Napolux il quale  ha praticamente risposto a queste domande nello stesso modo in cui ho risposto io. Quindi non sono l’unico “pazzo” 🙂

Vabbè, adesso aspetto l’account di Google Wave, così magari comincio a smanettare anche li!

Twitter e alcuni casi di Business

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twitter-world - tutte le applicazioni nate da twitter e che hanno generato Business

Leggo sul blog di  di Roberto Venturini, che seguo da un pò di tempo, un articolo  relativo al mondo di Twitter e tutto quello che ha generato.  L’articolo inizia così:

Una delle caratteristiche più affascinanti di Internet è la sua capacità di innovare e quindi di metterci a disposizione strumenti sempre nuovi. Molti di questi possono essere usati, anche dalle PMI, per fare un marketing di innovazione… a condizione di sperimentare: è questo il caso di Twitter.

Mi succede una cosa strana: ogni volta che sento la parola Innovare, la mia attenzione sale alle stelle, se poi è abbinata a Microblogging e sistemi del web 2.0 diventa incontenibile la voglia di sapere, leggere e cercare. Comunque, torniamo a noi.

Anche se i sistemi di Microblogging, come ho già detto in altri post, vengono utilizzati principalmente per fini ludici e di passatempo, negli ultimi mesi, così come per la maggior parte delle società nate nell’era del Web 2.0, l’attenzione si è focalizzata sul modello di Business e di come facciano a fare soldi.

utilizzati per informare i propri “amici” di ciò che si fa o del proprio stato d’animo, lo strumento è stato usato con successo anche per applicazioni di tipo diverso, anche a fini commerciali e pubblicitari. Data la sua semplicità d’uso e il fatto che sia gratuito, questo ha attirato l’attenzione di aziende, anche di piccola dimensioni, attente all’innovazione nella comunicazione.

L’articolo di Venturini riporta 3 casi di successo:

  1. Twitter è stato utilizzato dalla NASA durante una raccolta di dati e opinioni sull’utilizzo dei soldi pubblici per missioni spaziali, in occasione del lancio della sonda spaziale Phoenix
  2. Kogi è un fast food ambulante e vende un particolare tipo di Barbecue Coreano a Los Angeles con due furgoni che seguono un itinerario di fermate prestabilito. Kogi ha utilizzato Twitter per informare in modo rapido e snello, accessibile anche dal cellulare, delle prossime fermate del furgone, in modo da rendere possibile organizzarsi a chi avesse voglia di quel cibo.
  3. Wine Library è una azienda vinicola americana che vende online. Attraverso l’utilizzo di Twitter è riuscita ad attirare a costo zero ben 1800 nuovi clienti .

Cosa si può imparare da questi casi? Beh, sicuramente che l’utilizzo dei diversi e più o meno sofisticati canali di comunicazione può generare un rapporto duraturo e un interazione continua con il pubblico. Vi rimando all’articolo integrale

Il Co-Fondatore di Twitter dice: “Non siamo in vendita”

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Ieri abbiamo assistito ad un tam tam della rete relativamente a Twitter e l’acquisizione da parte di Apple. La notizia era quella di una una mega offerta da 700 milioni di dollari. Oggi, comparsa su The View, il co-fondatore di Twitter, Biz Stone ha detto”non siamo in vendita”.

Francamente, sono sorpreso. Di solito le notizie di Apple, quando trapelano diventano realtà.

Rumors: Apple compra Twitter ?

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apple-twitter-tweetsCi risiamo. Ecco altre voci dalla rete relative all’acquisizione di Twitter. Questa volta non è di Google, Microsoft o Facebook che si parla, ma di un altro colosso: Apple. Di solito sono scettico, cerco di non dare seguito a questo tam tam, ma quando le voci si fanno insistenti, non riesco ad ignorare la cosa e comincio a buttarci l’occhio e l’orecchio.

Tutto parte da un post di Thomas Owen su Valleywag:

A source who’s plugged into the Valley’s deal scene and has been recruited by Apple for a senior position says Apple and Twitter are in serious negotiations, with the goal of unveiling a deal by June 8, when Apple’s annual Worldwide Developers Conference launches in San Jose.

Twitter turned down a $500 million offer in cash and stock from Facebook, in part because Twitter’s investors couldn’t agree on whether Facebook’s stock was worth as much as Facebook said it was. But Apple could easily pay cash. A source familiar with the thinking of Twitter’s board says the company would be hard-pressed to refuse an all-cash offer in the range of $700 million.

Praticamente secondo lui, una fonte, ben posizionata, dice che ci sarebbero seri negoziati in corso, con l’obiettivo di svelare l’accordo l’8 giugno, quando la Apple presenterà il Worldwide Developers Conference annuale a San Jose.

Apple potrebbe facilmente pagare in contanti. Un offerta nell’intorno di $ 700 milioni di euro sarebbe difficile da rifiutare. Attendiamo altre voci e cerchiamo di capire. Io già mi immagino di servizi di Twitter integrati nella versione 3.0 dell’Iphone 🙂

Retweeting: cos’è, come si fa, pro e contro

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ringraziamento-robingood-adsense-26042009Molti blogger utilizzano Twitter come piattaforma per promuovere i propri blog. Fin qui è tutto sufficientemente noto e non c’è bisogno di sprecare tempo a spiegare ulteriormente i motivi di questo tipo di utilizzo. L’attenzione di questo post sarà rivolta principalmente ad una tecnica poco utilizzata o per, dirla tutta, utilizzata male, dalla maggior parte dei blogger: la promozione di altri blogger utilizzando il “retweeting“. Per “retweet” si intende ripetere, citare, riscrivere un altro Tweet. In questo post vi spieghero come si fa, quali sono i vantaggi e gli svantaggi dell’utilizzo di questa tecnica.

Come si fa un Retweet
Prima di procedere con i pro e contro dell’utilizzo del retweet , è necessario capire come si utilizza e qual’è la sintassi da utilizzare. La sintassi comune e principale è Retweet. Esistono però abbreviazioni e altri modi per segnalare che si tratta di re-inoltro di un Tweet di un altro utente. La struttura quindi del vostro Tweet dovrebbe iniziare con la sigla RT o la parola Retweet seguita dall’account della persona che state tweetando  (ad esempio @utente) e poi finire con il contenuto effettivo del Tweet. Infine, si dovrebbe aggiungere il link con una breve nota ed il motivo per cui il tweet è rilevante. Qui è un esempio di retweeting:

RT: Retweeting: cos’è e come si fa, pro e contro | .iFABIOLALLI http://bit.ly/nbJTW – Approfondimento

Passiamo ora ad alcuni concetti importanti riguardanti il retweeting

Solo Retweet veramente interessanti e rilevanti
L’istinto naturale è quello di effettuare il retweet di qualsiasi contenuto ritenuto interessante, ma in questo modo diminuisce la probabilità che i vostri utenti ne traggano beneficio. E’ un pò come la storia dell’ “Al lupo, al lupo”. Se si strilla sempre con la stessa enfasi si avrà l’effetto della non-enfasi. È necessario quindi essere selettivi quando si fa un retweet poichè con questa tecnica si impatta su utenti, notorietà e affidabilità.

Il Retweeting fornisce valore ai vostri utenti
Vi è una ragione per cui la gente vi segue, il valore dei contenuti che postate. Il valore di un blog si costruisce principalmente con la pubblicazione di post di alta qualità, e con il successivo collegamento ad un tweet. Anche se questo sembra l’unico modo per avvicinare e fidelizzare gli utenti al nostro sito, non è l’unico modo. Un altro modo è quello di fornire anche link e altri contenuti pertinenti e interessanti.

Retweeting ed il beneficio del vostro Brand
Il Retweeting serve a costruire la vostra reputazione, ed il vostro Brand.Un buon link o una segnalazione puntuale e tempestiva, letta in momento di necessità o di carenza di informazioni sarà letta, e apprezzata. In questo modo i vostri utenti si fideranno sempre più di voi. Vi accorgerete che le volte successive, i vostri link ed i vostri post, se pur al vostro blog, avranno un numero di click maggiore vista la fiducia catturata negli utenti.

Il Retweeting vi aiuterà a costruire relazioni con l’originale blogger
Così come faremo retweet di un post, c’è molta probabilità che qualcuno ad un altra estremità lo faccia per noi. Il Retweeting è visto come un atto di gentilezza e la maggior parte blogger ricambieranno come potranno. Questo però non vuol dire che ci si deve aspettare che qualcuno ci faccia un retweet, solo perchè noi abbiamo fatto retweet a loro.

A mio parere il retweeting non genera la perdita di seguaci e lettori, a meno che non si trasmettano continuamente contenuti non in linea alle aspettative e messaggi che possono esser presi come Spam. Dopo tutto mi mando, ma perché qualcuno dovrebbe smettere di leggere il vostro blog ed il vostro Twitter, solo perché gli avete inviato un altro sito web, interessante, da leggere? Secondo me la trasparenza e l’atteggiamento aperto e di condivisione, sarà sempre ripagato.

Conclusione
Il Retweeting è un ottimo modo per aggiungere valore e qualità al vostro Twitter. Se non usato correttamente il retweeting può effettivamente fare male al al brand e alla fiducia che che gli utenti hanno di voi, e quindi al vostro traffico su blog e twitter.  Se fatto bene, il retweeting può aiutarvi ad educare i vostri utenti, costruire il vostro marchio, aumentare il traffico, mettervi in collegamento con altri blogger / creatori di contenuti nella tua stessa nicchia di mercato.

Microblogging for Business

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Ritorno sul discorso del Microblogging già affrontato un paio di post fa, ma questa volta dal punto di vista della comunicazione aziendale.

Twitter consente ai suoi iscritti di postare piccoli messaggi, nella forma di ‘microblog’. Quello dei microblog è un fenomeno piuttosto recente, e per questo in grande espansione. Si può dire che il tutto sia iniziato proprio con Twitter: in origine era un sistema per far sapere a tutti i propri contatti cosa si stesse facendo in quel dato momento (quello che in Facebook è sostanzialmente la barra dello stato), poi il meccanismo ha subito un’evoluzione trasformandosi in un vero e proprio canale per pubblicare piccoli post (commenti, segnalazioni di fatti o eventi, auguri, consigli e via dicendo), generando appunto il concetto di microblog.

Il microblog ha sostanzialmente tre grandi caratteristiche: è di velocissima lettura, essendo appunto di dimensioni contenute; è di altissima frequenza di aggiornamento, anche più volte in una sola ora; non richiede un apposito lettore di feed, ma è sufficiente un instant messanger.

Le aziende possono utilizzare Twitter come un canale di pubbliche relazioni, ma devono essere consapevoli che così facendo possono andare incontro a problemi sul versante della riservatezza e quindi della sicurezza. A sostenerlo è Gartner, che ha condotto uno studio sull’impiego da parte delle imprese di questo social network alternativo ai più tradizionali LinkedIn e Facebook, individuandone quattro forme diverse d’uso. Queste forme di utilizzo di Twitter hanno un impatto su diversi livelli:

  • Comunicazione: Molte imprese stanno già adottando Twitter come canale marketing o di pubbliche relazioni, rivela Gartner. Diversi sono gli esempi di aziende che su Twitter segnalano risultati, annunci, link a comunicati stampa o che rispondono a specifici commenti da parte di utenti o consumatori. Tuttavia Gartner avverte che questo particolare approccio deve essere usato con cautela, perché post poco interessanti potrebbero risultare più deleteri che utili all’immagine dell’azienda.
  • Reputazione: Altre imprese usano invece Twitter in una maniera più indiretta: evitando magari di parlare del proprio brand o dei propri prodotti, ma postando commenti o segnalazioni intelligenti e interessanti, così da attrarre letture sui propri microblog e aumentando di fatto la propria reputazione.
  • Trasparenza e fiducia: Altre aziende ancora si servono di Twitter come piattaforma interna per comunicare cosa stanno facendo, i progetti in corso e le idee che stanno cercando di valutare. Ma Gartner non raccomanda di usare Twitter in questo mondo, “perché non vi è alcuna garanzia di riservatezza e sicurezza”.
  • Feedback: Infine, vi è una quarta forma in cui Twitter viene usato dalle imprese, riferisce Gartner, quella di collettore di piccole segnalazioni. Si tratta di un sistema per cogliere cosa stiano dicendo della propria azienda i clienti e i concorrenti. “Le aziende più intelligenti usano queste piccole segnalazioni per anticipare l’insorgere di eventuali problemi o per raccogliere impressioni su nuovi prodotti”, sottolinea Gartner.

Jeffrey Mann, vice presidente per la ricerca di Gartner e autore del report ‘Four ways in which enterprises are using Twitter‘, segnala che qualsiasi sia il modo in cui un’impresa utilizza o intende utilizzare Twitter, “dovrebbe regolamentarne l’uso da parte degli utenti per evitare problematiche legate alla riservatezza e alla sicurezza”.

Secondo Mann, in generale l’utilizzo di Twitter deve sottostare a quegli stessi principi e regolamenti che in azienda guidano l’uso dei social network e dei forum web. “Se le aziende non hanno ancora definito una policy per la partecipazione alle attività sociali sul web, devono farlo il più velocemente possibile”, conclude l’analista di Gartner.

Stando a Gartner, concludendo, entro il 2011 il microblogging aziendale diventerà una caratteristica standard per l’80% delle piattaforme sociali.

Lo svago online rende più produttivo il lavoro?

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La libertà di navigare online e di utilizzare Facebook, YouTube, Twitter e gli altri social network aumenta la produttività negli uffici. Non sembra avere dubbi in proposito Brent Coker, ricercatore alla University of Melbourne (Australia) ed esperto in marketing e amministrazione. Secondo una recente ricerca del professore, la possibilità di compiere “Workplace Internet Leisure Browsing” (WILB), ovvero navigare liberamente per svago sul proprio posto di lavoro, aiuterebbe gli impiegati ad aumentare il loro livello medio di produttività, con evidenti benefici per l’ufficio in cui lavorano.

«Le persone che utilizzano Internet per divertimento al lavoro – entro un ragionevole limite pari al 20% del tempo totale che trascorrono in ufficio – sono più produttive di circa il 9% rispetto a coloro che non lo fanno» racconta l’autore della ricerca, per poi aggiungere: «Le aziende spendono milioni per adottare software in grado di impedire ai loro impiegati di visualizzare i video su YouTube, utilizzare i social network come Facebook o fare dello shopping online, presumendo che tali attività possano portare alla perdita di milioni a causa della produttività perduta, ma non è sempre così».

La ricerca del prof. Coker è stata svolta su un campione di 300 impiegati, evidenziando come circa il 70% delle persone utilizzi regolarmente la connessione alla Rete per il WILB. Le azioni svolte online sono le più disparate e variano a seconda delle attitudini e degli interessi dei singoli lavoratori, tuttavia si rivelano predominanti le attività come la ricerca di informazioni su specifici prodotti e la lettura delle ultime notizie sui siti web di informazione. L’utilizzo della connessione in ufficio per giocare ai videogame online si colloca al quinto posto tra le attività maggiormente svolte, mentre la visione dei video su YouTube è appena settima.

Secondo Coker, il Web costituisce un valido sistema per ritrovare la concentrazione dopo un certo periodo di tempo impiegato per svolgere una mansione lavorativa: «Le persone hanno bisogno di svagarsi per un po’ per recuperare la concentrazione. Basta pensare a quando si era a scuola e si seguiva una lezione: dopo una ventina di minuti la concentrazione scemava, eppure dopo un breve intervallo era possibile recuperare la concentrazione. Sul proprio posto di lavoro avviene il medesimo fenomeno. Brevi intervalli poco invasivi, come una rapida navigazione online, consentono alla mente di riposare, portando a un livello medio di concentrazione più alto durante la giornata lavorativa e dunque a una maggiore produttività».

Basta, però, una pausa più lunga del dovuto per sortire un effetto esattamente contrario. In Australia, paese in cui è stata condotta la ricerca di Coker, si stima che il 14% degli utenti soffra di una sostanziale dipendenza da Internet e ne faccia dunque un uso sregolato e nei momenti più disparati della giornata. Per questo gruppo di persone il WILB potrebbe rivelarsi deleterio e nuocere al livello medio di produttività sul posto di lavoro.

Articolo via WebNews

Micro-blogging: irrefrenabile voglia di scrivere

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In questo periodo sempre più spesso si sente parlare di Micro Blogging. Qualcuno mi ha domandato cos’è, in cosa consiste e cosa ha di diverso dal blogging o soprattutto cosa c’è di diverso dal semplice cambio di stato di MSN.

Bene, allora, prima di tutto cerchiamo di capire cosa è il micro-blogging (o microblogging o micro blogging).

Il microblogging è una forma di blog (micro) costante di piccoli contenuti in Rete, sotto forma di messaggi di testo (normalmente fino a 140 caratteri), immagini, video, audio MP3 ma anche segnalibri, citazioni e appunti che può avvenire tramite piattaforme web o anche tramite email ed sms. Questi contenuti vengono pubblicati in tempo reale all’interno di un servizio di Social Network e visibili a tutti o soltanto alle persone della propria community (network di amici/contatti).

Il servizio attualmente più popolare è Twitter, lanciato nel Giugno 2006 da Evan Williams e diventato popolare alla South by Southwest Conference di Austin, Texas. Un altro servizio famoso e già particolarmente diffuso in rete è Jaiku (recentemente acquisita da Google) e da molti considerato come concorrente diretto di Twitter, sebbene presenti caratteristiche diverse. Più recentemente e dopo il particolare boom di questi servizi, sono comparsi in rete altri servizi simili, tra i quali Plurk, che visualizza i messaggi sotto forma di timeline orizzontale, Pownce (acquistato da Sixapart e poi chiuso), che integra il microblogging col file sharing e la gestione degli eventi e Folkstr che integra il micro-blogging con un social network vero e proprio (non più raggiungibile in rete). In Italia sono stati presentati altri sistemi simili: Hictu, BeeMoode e Meemi.

In seguito al successo del microblogging anche i più famosi servizi di Social Network presenti in rete come Facebook e MySpace hanno aggiunto caratteristiche simili chiamandole “status update“. Lo status update non è altro che lo stesso concetto del cambio di stato di MSN o altri sistemi di messaggistica. Inizialmente con l’ingresso di questi grossi colossi si era pensato ad un collasso di questo mercato, ma contro ogni aspettativa il trend di crescita di questi sistemi è stato vertiginoso e gli utilizzatori sono cresciuti a dismisura.

A maggio del 2007 si ci contavano oltre 100 servizi simili a Twitter, nel febbraio 2008 il numero di “cloni” ha abbondantemente superato il migliaio.

Passiamo oltre. Perchè stanno prendendo così tanto piede e cosa hanno di diverso dagli altri sistemi. Mmm,… Servizi come Twitter danno voce a una irrefrenabile voglia di esprimersi: non c’è bisogno di pianificare il tempo di scrivere e organizzare pensieri e opinioni, basta postare un link, un’idea, un parere e lasciare agli altri il compito di strutturare giudizi più complessi. È uno strumento che rispecchia un’idea di società più che liquida, vaporosa, dinamica e con i minuti contati, fatta di pensieri veloci e messaggi brevi.

Non importa quali siano i contenuti dei messaggi: dal messaggio di una persona amica scrive che sta andando a prendere un caffè, fino alla persona che annuncia un due righe una notizia seria uscita su qualche sito.

Il microblogging è un modo per raccogliere gli istanti, quelli che a volte sono banali, a volte esilaranti, a volte inutili  a volte di presa in giro. Il microblogging, a differenza dello stato su MSN, memorizza i cambi di stato e genera una storia dell’utente che potrà avere o meno un significato.

Roba da teenager? Forse, ma non solo.