PENSIERI SPARSI

Il cliente NON ha sempre ragione. E non deve averla solo perché è il cliente.

Caro cliente.

Mi vieni a cercare tu, per avere un servizio, quando io nemmeno sapevo esistessi. Mi presenti il tuo progetto. In fondo, sei un ennesimo progetto, già visto, ma vedo delle potenzialità nel tuo disegno.

Ti ho fatto più consulenze di qualche ora gratuite (scroccate a suon di “vediamoci per una chiacchierata per capire meglio“) durante le quali ti ho ribaltato il progetto in parecchie parti, senza avere nemmeno uno stralcio di firma ma pensando di poter instaurare un rapporto di fiducia.

Alla mia offerta formale, sufficientemente bassa visto il tuo piagnisteo “sono una startup, dobbiamo prendere ancora un investimento importante, ma stiamo trattando“, hai avuto la faccia tosta di chiedermi pure lo sconto. Ho accettato, da parte mia come investimento, visto l’interesse e le potenzialità del tuo progetto.

A metà del percorso del progetto mi avvisi che vuoi bloccare i pagamenti e fermare temporaneamente le attività “perché hai degli imprevisti e delle nuove esigenze“. Ti faccio notare che tutte le attività pianificate fino a quel momento sono state rilasciate da noi puntualmente (e confermate anche dai tuoi riferimenti interni). Accetto tranquillamente la tua richiesta e la tua esigenza, traslando pagamenti e attività, seppure con possibili problemi per me di riallocazione delle risorse. Ti chiedo però di saldare almeno quanto erogato fino a quel momento.

Nello scambio di email ti irrigidisci, alludendo a futili motivazioni di progetto, volendo scaricare su di noi la motivazione del fermo. Cerco di chiamarti per chiarire e cercare di capire come riorganizzare. In una mail mi fai passare per invasivo e poco educato per l’insistenza delle telefonate, alle quali tra l’altro non hai mai risposto. Mi rispondi male alla mail, e mi offendi. Dovresti capire che spesso una telefonata alleggerisce toni, migliora la comunicazione ed è molto più pratica di mille inutili scambi di email frammentate.

Caro cliente della generazione storica del “ti blocco i pagamenti” come leva strategica per far pesare il ruolo nel rapporto professionale alla prima incomprensione, devi capire che quella filosofia del “io sono il cliente e ho sempre ragione” è fuori luogo, non funziona più e più che mai se i rallentamenti al progetto sono i tuoi, dovresti avere almeno l’intelligenza di farti delle domande e capire che stai lavorando male. Ma non male nei miei confronti, ma del tuo business.

Dovresti capire inoltre che il rapporto cliente-fornitore, vista la tua richiesta di flessibilità, di disponibilità di tempo e di risorse aggiuntive tra una telefonata e l’altra, dà vita ad un rapporto diverso, una sorta di partnership se vuoi, nella quale non si tratta più di erogare solo un servizio, ma condividere problemi e criticità, conoscenza e tecnicismi, e magari un giorno anche rete e possibili opportunità.

Se però quando ti pare siamo dei partner, e invece quando ti fa comodo sei il cliente, che ha sempre ragione, che blocca i pagamenti, che può fare l’offeso se esigo un pagamento senza disponibilità di replica da parte tua, se ti puoi permettere di offendermi gratuitamente, vedi, non lo trovo molto giusto e professionale, soprattutto se di solito sono il primo a prendermi la responsabilità se c’è un errore, se sbaglio, se c’è una mancanza o c’è bisogno di recuperare.

Ecco, dovresti capire ancora che il cliente NON ha sempre ragione. E non deve averla solo perché è il cliente.

Adesso, la novità nel nostro rapporto è questa: seppure io sia il fornitore, e tu il cliente che ha sempre ragione, visti questi presupposti e questo tuo approccio, il progetto, a mio avviso, può ritenersi chiuso qui, senza rimorsi, senza indugi e con molta soddisfazione.

Io, non, ho, intenzione di lavorare con gente così. Ciao.

#CertiClientièMeglioPerderli

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L’effetto Zuckerberg ed il fare impresa con le chiappe degli altri

Effetto Zuckerberg.

E’ così che definisco già da un po’ di tempo il trend che si sta sviluppando e che si manifesta sempre più spesso. I più affetti sono i developer (ma non solo) e tutti quelli che, presi dall’embolo della 1 billion company, si lanciano in affermazioni tipo “ho una idea galattica, l’anti facebook, cerco chi ci mette i soldi e poi la sviluppo” o peggio ancora “mi è venuta una idea adesso ci faccio un’altra startup“. Fin qui, onestamente, non vedo nessun problema e trovo corretto che ognuno abbia le proprie iniziative, i propri sogni e progetti imprenditoriali in cui credere. Più che mai in un periodo storico in cui il digitale ha in qualche modo democratizzato la possibilità di fare nuovo business grazie a nuovi modelli, nuove professioni e tanto spazio ancora disponibile.

Ma il tema è un altro.

Il tema è che questi mantra (che danno appunto vita a quello che io chiamo l’effetto Zuckerberg), che ormai si ripetono costantemente come a giustificare qualsiasi scelta professionale improvvisa o cambiamento di direzione (spesso anche e soprattutto a discapito di altri), stanno avendo ripercussioni incredibili, peggio di quello che si possa pensare: frammentazione di focalizzazione, assenza di vero commitment, discontinuità, incapacità di portare (o almeno provare) a termine quanto iniziato, sopravvalutazioe delle proprie competenze e potenzialità, superficialità, inaffidabilità o nel peggiore dei casi anche mancanza di coraggio di affrontare la chiusura di qualcosa che non ha funzionato o che andrebbe chiuso per tempo, prima di danneggiare anche altri.

Tutti sono alla continua ricerca di una next big thing, ma pochi sono in grado di capire cosa significa scommettere su se stessi e su un progetto iniziato o da inziare. Il problema è proprio qui ed è nel messaggio che sta passando a livello mediatico: sembra che fare impresa sia rischiare solo una parte del proprio tempo, trovare due soldi per partire (o anche “trovare il pollo che ci crede sulla carta“) e poi buttare tutto al secchio se non va, tanto i soldi li hanno messi altri, “io ci ho messo qualche ora di sviluppo, che sarà mai“.

Troppi pensano che fare Facebook sia facile o che sia frutto di qualche piccola scommessa, finchè non trovo quello che va. Non è così. Per fare un facebook ci vuole talento, impegno, costanza, fortuna e determinazione oltre ogni limite e credere nel proprio progetto rischiando, in prima persona, tempo, soldi, faccia. Si sta perdendo la capacità di focalizzare un obiettivo e sempre più spesso vedo una velata paura di arrivare al successo, rimandando avanti le scelte o dando la colpa al contesto o tanti altri fattori.

Quanti realmente fanno bootstrapping, quanti sono in grado di validare una idea creando la prima vendita e poi capire se il prodotto realmente può scalare? Quanti realmente sarebbero disposti a non abbandonare una nave con gli altri a bordo, e cercare di recuperare i danni o almeno decidere di affondarla – con razionalità – per ripartire? Quanti provano a cambiare un percorso e fare un vero pivoting, prima di mollare?

Pochi per quello che che vedo. E pochissimi sono pronti a scommettere realmente. Gli altri giocano a sentirsi (non fare) gli imprenditori con le chiappe degli altri, senza preoccuparsi di finanza, marketing, business, costi, sostenibilità del progetto ma solo a cercare di far vedere che l’idea che hanno è figa, fino ad abbandonarla

Tanto, al primo mal di stomaco, c’è un altra fantomatica idea da far partire.

Giusto per approfondimento, se vi interessasse fare bootstrapping vi giro questo link a questo post che ho trovato molto interessante e che ha ispirato questa riflessione, partita da Facebook, sulla quale stavo riflettendo da tempo: To bootstrap or not? 5 questions to ask yourself

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Sognare. Il sesto senso, sottovalutato.

Sognare, il sesto senso che sottovalutiamo troppo spesso e che raccoglie in se tutti gli altri sensi. È quella capacità irrazionale, inconscia, veloce, cruda e spesso violenta, incapace di mentire ed estremamente abile nel far emergere paure, sentimenti e aspirazioni di una vita in pochi ma lunghissimi secondi. Sognare è quel momento in cui siamo in grado di analizzare, capire e metterci in condizione di osservarci da un punto di vista diverso e ripensarci in un modo completamente differente da quello che frequentemente ci sforziamo di essere o non essere.

Non esiste metodo e non esiste una scuola che possa insegnarci a sognare, non esistono persone che non possono sognare. Esiste la propensione a sognare e la volontà di ricordare il sogno, bello o brutto che sia.

Ma tutti sappiamo sognare.

Voler smettere di sognare, evitare o non riuscire a ricordare i sogni, è come perdere uno degli altri sensi, senza i quali non potremmo vedere, ascoltare, odorare toccare e sentire perdendoci una esperienza nuova e l’opportunità di crescita continua.

Amo sognare, svegliarmi, scrivere ed appuntarmi quello che stavo sognando, su un taccuino per me importante, e per poi rileggerlo e capire. Questa stessa nota l’ho scritta questa notte dopo essermi svegliato con l’adrenalina altissima, il cuore che batteva a mille e la sensazione di aver rivissuto gli ultimi secondi, tutte le emozioni e le paure di un combattimento di taekwondo di anni fa e ricordarmi nitidamente l’abbraccio ed il grazie di cuore detto all’allenatore in quel momento. Era la prima mia vittoria sul tatami.

Non posso credere, quando lo sento dire, che ci siano persone che non vogliano ricordare i sogni.

Sognate e non smettete di farlo, credo sia lo strumento e la capacità più potente che abbiamo.

Buon venerdì. Looking forward.

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La cultura degli alibi

Era un bel po’ di tempo che avevo in bozza questo post: mi mancava sempre quel qualcosa che facesse scattare la riflessione giusta ed il giusto impulso per pubblicarlo. Oggi l’ho ritrovato mentre rimettevo in ordine il blog e ho deciso di portarlo online così come era integrandolo di un paio di riflessioni.

Tutto era partito da un video di Velasco sulla cultura degli alibi, ed un vecchio post di Andrea dal titolo “L’estetica del fallimento” e dalla sua riflessione legata alla chiusura di un progetto su cui lavorava da tempo. In particolare nel post Andrea analizzava il fallimento definendolo:

…qualcosa che chiunque voglia fare l’imprenditore deve tenere sempre presente che il successo è l’eccezione e non la regola e che le proprie decisioni potranno portare a un punto di non ritorno. Si deve essere consapevoli di cosa si stia rischiando evitando che ciò porti all’immobilità per paura di sbagliare, perché restare immobili è il modo più veloce per fallire. D’altra parte, fallire può essere un’opportunità a patto che si sia disposti ad imparare e a fare autocritica…

Sull’importanza dell’imparare dagli errori non posso che esser d’accordo. Ma chi non lo sarebbe dopo tutto? Quante volte abbiamo sentito dire:

In every failure there is a lesson to learn. 

Fallire non è sicuramente l’ambizione principale di chiunque parta con una iniziativa propria, e certamente non si può sperare di fallire a priori, per poter imparare. Anzi, personalmente non amo pensare ad un progetto, prendendo in considerazione il fallimento dello stesso.

Però se è così “banale” ed è tanto noto il concetto dell’imparare dagli errori, perchè poi rimane così difficile parlare di errori, fallimento, ammettere uno sbaglio e condividere l’esperienza negativa? E’ sempre così complesso fermarsi ad analizzarne (e capire) passo passo i vari step fatti, ed individuare eventuali scelte errate. Forse la fretta di riprovare o forse, spesso, la mancanza di forza di riprovare.

Seguo progetti e aziende neo nate in qualità di advisor e mentor, e spesso vedo ripetere gli stessi errori. Anche su cose semplici, molte volte si ripetono gli errori, quasi come fosse una abitudine.

Nello sport, nella professione e nella vita, il fondamento della crescita, secondo il mio punto di vista, ma credo condiviso, si trova nella sperimentazione continua e nel successivo processo di analisi dei risultati e fallimenti, affinché si possa fare una evoluzione graduale e si possa poi accelerare lo sviluppo del passaggio successivo.

L’attenzione alle performance e alle attività svolte permette di individuare elementi positivi, meno positivi e critici che ci mettono in condizione di valutare, riflettere ed agire di conseguenza.

Ogni altro pensiero e valutazione, che non riguarda direttamente la nostra sfera d’azione, è semplicemente un alibi. E qui è l’errore più frequente: “Ah, ma la colpa è di … che non ha…

Si chiama “adeguamento naturale” ed è quella azione ci fa trovare sollievo in fattori a noi estranei: rappresenta una “cultura”, la cultura degli alibi appunto. E dalla sua assuefazione, dipende l’insicurezza ed l’incapacità di fare cose, commettere errori, prendere iniziativa e portare a termine i progetti.

Quante volte accusiamo la sabbia di esser sabbia?

Non credo ci sia qualcuno che non sia mai caduto in questa trappola. A me personalmente è capitato spesso e forse il momento in cui ho capito come dovevo agire è proprio quando ho cominciato a chiedermi se la sabbia non fossi  io.

Vi condivido un video, che probabilmente avrete già visto, ma che non fa mai male rivedere. Io l’ho rivisto molte volte e che secondo me contiene molti messaggi importanti per chi vuole affrontare con positività, divertimento e crescita percorsi di vita o professionali.

Velasco, allenatore sportivo, in questo video spiega la cultura degli alibi attraverso alcuni esempi e riferimenti alla sua esperienza.

Assolutamente da vedere. Tutto.

“Voglio vedere se trovo uno schiacciatore che schiaccia anche con con le palle alzate male” – Velasco.

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Due etti di idee a portare via, grazie.

Questa mattina, come capita spesso, son partito all’alba da Roma verso Milano. In treno, aperto il pc, ho iniziato a leggere le email ricevute questa notte. Ad un certo punto leggo una mail, dall’oggetto “Opportunità”, che recita testualmente:

 “Ciao Fabio, ho tutti grossi clienti. So che tu hai tante idee e sei sempre sul pezzo, vedi se ti viene in mente qualcosa da proporre. Se me ne mandi qualcuna per i miei clienti, le metto su due slide e ci vado a parlare. Ovviamente poi se parte la cosa ti attivo una nostra email”

Eh si, mi sembra un approccio perfetto: du’ etti de idee a portà via, grazie.

Ora io mi domando a vorrei domandare alle persone che ragionano così oggi:

  • se ho tante idee perché dovrei mandarle a te, e tu dovresti andare dal tuo cliente, con il tuo brand a proporle valorizzando così solo te e non me?
  • perché non mi proponi di andare insieme? Penso che potrei valorizzarle anche di più quello che ho in mente e magari potrei contestualizzare meglio il tutto, conoscendo anche l’interlocutore. Che ne dici?
  • non pensi che una idea, possa avere necessariamente bisogno di tempo per esser partorita e anche di studio, analisi e perchè no di un confronto per capire processi, problemi, criticità, punti di forza?
  • non sarebbe meglio forse parlare di “hai per caso spunti o casi interessanti da cui prendere spunto”?
  • se si tratta di una opportunità, come scrivi nell’oggetto, deve esserlo per tutti e due, fin dall’inizio: il cliente e la sua esigenza + il tuo contatto e la tua competenza + la mia idea e la mia competenza, questa è l’opportunità principale. Poi tu conoscerai la mia idea, io il tuo contatto, il tuo contatto me: e l’opportunità è win per tutti.
  • ti è mai capitato di giocare al gioco del telefono? E se si, non hai imparato che il passaggio di parole con informazioni mancanti o non poca chiarezza, genera distorsioni e mostruosità?
  • se non hai idee e non hai prodotti, in un mercato come questo, fortemente aggressivo e veloce, ma forse una domanda su di te, sulla tua azienda, sul tuo modo di aggiornarti ed il tuo vero business, dovresti anche fartela, no?
  • se non conosci il tuo cliente tanto da capirne le esigenze, individuare dei problemi da risolvere, avere la consapevolezza di cosa puoi migliorargli, ma tu nel rapporto che ci stai a fare, il link? No, non lo sei, sei più precisamente un referral link e l’unico beneficio che porti è a te stesso.
  • non ti viene in mente che se io/noi siamo sempre sul pezzo, questo esser sempre aggiornati e freschi di idee abbia un costo ed un valore?
  • ma non pensi che una volta che hanno il mio nome e cognome, anche se io fingessi di lavorare con te, il buon santo google, potrebbe smentirci e farci fare una galattica figura di merda?
  • non pensi che sarebbe meglio mettersi a tavolino un secondo, capire – anche rapidamente – con chi vogliamo andare a parlare, individuare delle criticità e delle opportunità e andare con le idee chiare?
  • ti sei domandato cosa succede se dopo la presentazione non si concludesse nulla? Tu saresti comunque il suo contatto sempre sul pezzo e preparato, ed io il perfetto sconosciuto.
  • visto che mi chiedi di firmare anche un NDA per potermi dire chi è il cliente, ti dispiace se ti faccio firmare un NDA che ti blocchi dal poter vendere qualsiasi soluzione vicino alla mia idea?
  • pensi forse che io sia il genio della lampada che lo strofini quando vuoi e sforna desideri?

Personalmente ho sempre ritenuto che il network e la rete di contatti di una persona sia un enorme valore sul quale poter costruire anche delle opportunità. Ma non è questo il modo di “usare” una rete di contatti e generare valore. E non si può esser alla ricerca di idee di business, dagli altri.

Questo approccio è il male del business, soprattutto in questo momento: venditori di servizi e prodotti di altri che, oltre ad un contatto, non mettono valore aggiunto ne per il cliente, ne per la relazione professionale, ne tanto meno economicamente. E’ un danno per tutti, è uno stratificare tempi e costi, senza valore aggiunto.

Le idee, la visione del mercato e la capacità di eseguire progetti, non può esser merce di scambio continuamente e non si può pretendere di svenderla solo perché “tanto al cliente non ci arrivi” o “se ci arrivi devi passare da me”.

Non abbiamo più la possibilità di continuare a lavorare in questo modo: il mercato richiede – e verifica – che ci sia trasparenza, disintermediazione, competenza, velocità, aggiornamento e sperimentazione continua.

Al prossimo che mi chiede due etti di  idee a portà via, risponderò “Che faccio metto anche due fette di culo vicino all’osso? Lascio, signò?

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Uber, quando una innovazione disruptive genera fastidio a chi non innova

Circa tre giorni fa ho iniziato ad utilizzare UBER un servizio alternativo al taxi “bianco”, un servizio di auto con conducente su richiesta, attualmente presente su Roma e Milano. Ne sono talmente entusiasta che dopo averlo provato la prima volta ho scritto questo commento su Facebook e che vi riporto integralmente.

I Love UBER !

D’ora in avanti mai più senza. Credo sia l’essenza della disintermediazione nel rapporto con l’autista, e l’efficienza del servizio Uber su tutto il resto. Questo è il valore che la rete e la tecnologia possono portare.

Immaginate la scena: cerco un taxi, e mi dico, proviamo Uber. Faccio la prenotazione cliccando per errore (colpa di Mirko). Nell’app non trovo come annullare la richiesta, ma ho la possibilità di chiamare l’autista (si, chiamare al cell o anche mandarei un sms diretto). Ci parli, gli spieghi l’errore e ti organizzi per l’appuntamento 10 minuti dopo. Esco è puntuale, e la tariffa non è partita, parte quando ti muovi. Arrivo a destinazione, ti fa vedere l’importo sul dispositivo, lui clicca per conferma ed un nano secondo dopo ricevo la ricevuta via email con pagamento effettuato con carta di credito.

Ora, vedere i vantaggi lato utente è facile per tutti, ve li ho raccontati. Ma parlando con l’autista (chiacchierata piacevolissima durante il viaggio) mi son fatto raccontare i benefici lato business ed il suo punto di vista: secondo la sua esperienza (di un mese) il passaggio ad Uber è stato un modo per ottimizzare, organizzare, migliorare il servizio all’utente finale e perchè no, avere lui stesso un servizio migliore.

Sapete qual’è il problema, l’unico problema, per l’autista? Il rapporto con gli altri taxi (quelli bianchi per capirci): si incazzano, lo guardano strano, agli eventi gli manifestano contro, fanno lobbing, minacciano e via dicendo.

Ecco, questo è quello che molte aziende ed imprenditori non capiscono e dovrebbero capire: innovare, per esser competitivi e mantenersi stretto il proprio orticello, è fondamentale. Altrimenti muori.

Il difetto di Uber? Coprono ancora poco il territorio (ma son nati da 2 mesi e mi auguro crescano velocemente): questa mattina a Roma, per esempio, alle 6 ho dovuto prendere un – fantastico – Sammarcanda.

Oggi, dopo aver provato altre 4 volte in meno di 48h il servizio, l’ho preso di nuovo e parlando con il conducente ho scoperto che molti altri autisti Uber, oltre lui stesso (mi ha mostrato referto e denuncia), sono stati picchiati e minacciati.

Questo comportamento è emblematico del nostro paese: combattiamo l’innovazione con la forza, invece che con sana competizione ed altra innovazione.

La lobby dei tassisti non ha capito che non ha futuro se continua a rimanere ancorata ad un modello morto: devono cambiare mentalità, innovare, migliorare l’offerta ed avvicinarsi all’utente con un approccio più trasparente, chiaro e di qualità.

PS: se volete utilizzare il servizio Uber e volete 10Euro di sevizio gratis, utilizzate questo codice link o questo codice ubergram all’interno dell’app che potete scaricare qui

Buon viaggio e Uber On 😉

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Minimum Viable Post

Non so se capita anche a voi, ma ultimamente per me è difficilissimo riuscire a scrivere con una certa costanza sul mio blog. E non è mancanza di spunti o idee.

Sarà il nuovo impegno lavorativo, saranno i progetti o semplicemente la frammentazione di tweet, post e commenti che continuamente lascio sui social,  ma mi sembra quasi impossibile scrivere, ma allo stesso tempo non vorrei trascurare il mio blog. Ci sono volte in cui mi appunto un link o un pensiero, così da svilupparlo successivamente, ma puntualmente mi passa l’attimo, l’ispirazione e mi rimane appeso in bozza.

Oggi, mentre ero al mare, tra uno scambio di email con un paio di amici che mi hanno stuzzicato, ho pensato di provare a trasformare i miei post in short post: più brevi, sintetici – alternati a post più lunghi di approfondimento –  con riflessioni su temi correnti o che mi passano sotto il naso.

Li chiamerò MVP, ma non “Minimum Viable Product” – lo so che l’avete pensato! – ma “Minimum Viable Post” 🙂

E così ho deciso: comincio subito. Buona lettura.

 

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19.10.2011 – Presentazione del libro “Geolocalizzazione e Mobile Marketing” all’Università Europea di Roma

Mercoledi 19 ottobre alle ore 16:00, presso l’Aula Tesi dell’Università Europea di Roma, presenterò insieme ad Alessandro Prunesti il nostro nuovo libro “Geolocalizzazione e mobile marketing: fare business con le app e i social game”, edito da Franco Angeli. Oltre a noi interverranno, durante la presentazione del libro:

  • P. Paolo Scarafoni, L.C., Magnifico Rettore dell’Università Europea di Roma
  • Prof. Gianluca Casagrande, Direttore Scientifico del Geographic Research And Application Laboratory
  • Prof.ssa Margherita Pedrana, docente di Economia del Turismo presso l’Università Europea di Roma.

In accordo con Alessandro abbiamo deciso di dare un taglio molto pratico e dinamico alla presentazione, in linea con lo spirito del contenuto del libro. Il programma sarà il seguente: introduzione e saluti del Rettore e introduzione da parte del Prof. Casagrande, Alessandro approfondirà i temi trattati all’interno del volume (mobile marketing, geolocalizzazione, check-in, social gaming, pianificazione strategica e operativa), mentre io presenterò alcune case histories attuali analizzandoli in modo un pò più specifico dal punto di vista del marketing e dei modelli di business. La sessione si concluderà con l’intervento da parte della Prof.ssa Margherita Pedrana, che evidenzierà l’importanza delle applicazioni mobili per lo sviluppo del settore del marketing turistico.

Durante la presentazione mostreremo i dati relativi ai check-in di Foursquare e Instagram dei presenti, aggiornati in tempo reale, evidenziando nel modo più pratico possibile in che modo è possibile mettere in pratica un’attività di mobile marketing e social gaming.

La Sala Tesi ha posti limitati; per questo motivo, per partecipare all’evento è necessario prenotarsi compilando il modulo su Eventbrite.

Vi aspetto.

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Addio Steve, ingegnere dei nostri sogni

Vi riporto il testo dell’articolo di Beppe Severgnini pubblicato sul Corriere di oggi. Tra i tanti articoli, post e tweet letti oggi, questo è quello che mi ha colpito di più ed è riuscito ad emozionarmi.

Arrivederci Steve Jobs, ingegnere dei sogni, genio di senso pratico, uomo non facile specializzato in cose facilissime da usare. Non ti hanno assegnato il premio Nobel: troppo difficile collocarti in una categoria. Qualcuno ha scritto che non ci hai lasciato, ti sei soltanto trasferito sulle nuvole «a settare il nuovo iCloud». Sono le consolazioni poetiche del lutto, il modo in cui chi resta s’inventa fili con chi va. Come se certi morti fossero aquiloni, cui non vogliamo assolutamente rinunciare. Steve Jobs è nostro: proprietà collettiva. Appartiene a chi ha scelto da molti anni i suoi prodotti, intuendone la genialità; a chi s’è innamorato di un iPhone o di un iPad solo recentemente, riconoscendo le icone del nuovo secolo; a chi ha lavorato con lui o per lui o contro di lui; a chi scrive questo saluto nella sera lattiginosa di Sa Pa, Vietnam settentrionale, la Cina oltre un fiume, wi-fi che funziona, MacBook Air sulle ginocchia. Tredici etti di metallo e intelligenza che mi tengono compagnia nel mondo. Il primo portatile l’ho acquistato vent’anni fa in California: Powerbook 140, il mio veicolo grigio verso un’Internet ancora in bianco e nero.

Il primo computer è stato un Macintosh SE (1987), solido e cubico: ci ho scritto il primo libro. Gli amici chiedevano «Ma è compatibile?», e io rispondevo: con me di sicuro, con Microsoft non m’importa. Ricordi personali, certo. Ma il saluto del mondo, oggi, è la somma di un miliardo di ricordi, tanti sussurri che diventano un tuono riconoscente. Servizi e strumenti non alla portata di tutti? Certo. Ma alla portata di tanta gente, sempre di più. Prodotti costosi? Forse. Ma prodotti unici. Egoismo, piattaforme chiuse? Però con iTunes la musica è rinata, e App Store è il mercato dei sogni a 0,79 €.

Steve Jobs, puoi andartene orgoglioso. Hai cambiato il mondo che hai trovato, e questa è una buona maniera di vivere, per tutti. Hai dimostrato come le industrie possano migliorare la vita della gente; ed è giusto che vengano premiate dai fatturati, quando ci riescono. In trent’anni di mestiere non ti ho mai incontrato di persona, a differenza di altri americani celebri. Non ho mai partecipato ai riti di Cupertino, non ho mai assistito dal vivo alle tue splendide presentazioni egocentriche. Non ho mai acquistato un’azione Apple, anche se sono sempre stato convinto – fin da subito – del prodotto e del progetto. In fondo, non mi dispiace. Steve Jobs e Apple non saranno per me un modo per far soldi ma un modo per spenderne: bene così. Resteranno un’idea un po’ fiabesca.

La mela morsicata, come sai, è un classico delle favole. Stay hungry, stay foolish, hai lasciato detto ai ragazzi americani, quando già sapevi della malattia. Restate affamati, restate folli. In tanti – non solo ragazzi, non solo in America – oggi vorrebbero dirti semplicemente: stay, Steve. Resta.
Stay,
Just a little bit longer
We want to play
Just a little bit longer
Ma ormai è tardi, neppure Jackson Browne riuscirebbe a trattenerti. Sei partito per un posto che nessuno conosce. Se riesci a tirarci fuori un’app, mandacela giù: sarà celestiale.

Di Beppe Severgnini da Corriere del 07.10.2011

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Geolocalizzazione e mobile marketing: come fare business con app e social game

Ieri ho ricevuto le prime copie-autore del mio primo libro “Geolocalizzazione e mobile marketing: fare business con le app e i social game”, scritto insieme ad Alessandro Prunesti e pubblicato da Franco Angeli . L’emozione di vedere la prima copia stampata è indescrivibile.

Condivido con tutti questa piccola grande soddisfazione, pubblicando il testo della quarta di copertina:

L’evoluzione dei dispositivi mobili – dagli smartphone ai tablet pc – determina il successo dei servizi web accessibili da qualunque posizione: oggi è sufficiente un abbonamento a internet e un’antenna GPS per trasformare il nostro cellulare in uno strumento che ci consente di acquisire in tempo reale informazioni sui luoghi nei quali ci troviamo e condividerle con i nostri amici.

Anche in Italia le aziende iniziano a utilizzare i Location-based services e le app come strumenti utili alla creazone di attività di marketing geolocalizzate, che consentono agli utenti di accedere all’offerta di prodotti e servizi attraverso attività di social gaming promosse con l’uso di social network come Facebook, Twitter e Foursquare.

Questo volume descrive le più innovative strategie di utilizzo dei Location Based Services da parte delle aziende che investono nel mobile marketing. Viene dato particolare rilievo alle strategie di sviluppo delle app, dei social game e dei servizi di geolocalizzazione applicabili al marketing turistico e territoriale.

Il volume, visto che più persone me lo hanno chiesto, sarà disponibile anche in versione e-book e sarà disponibile, anche nelle librerie, dai primi giorni di settembre. Grazie a tutti, aspetto vostri feedback.

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Send Button di Facebook: il segnala ad un amico si evolve

In queste ore Facebook ha rilasciato una nuova funzionalità tra i Social PlugIn. Il nome di questa funzionalità è SEND BUTTON e, anche se apparentemente non è nulla di nuovo (praticamente è l’evoluzione social del “Segnala ad un amico”, a mio avviso questa sarà un’altra ennesima rivoluzione per la condivisione e lo share di informazioni.

Il pulsante Send consente agli utenti di inviare facilmente i contenuti di un sito ad amici e non solo. Le persone avranno la possibilità di inviare il link della pagina attraverso un messaggio di posta elettronica ai propri amici Facebook, al wall di un gruppo di Facebook (di cui si è membro), e anche come e-mail a qualsiasi indirizzo di posta.

A differenza del LIKE che permette agli utenti di condividere un contenuto con tutti i propri amici attraverso la pubblicazione sulla bacheca, il pulsante SEND consente di inviare un messaggio privato a pochi amici. Il messaggio generato dalla nuova funzione conterrà un link, una immagine recuperata dalla pagina (stessa modalità dei post all’interno di FB), e una breve descrizione del link.

L’amministratore di una pagina web può specificare ciò che viene mostrato nel titolo, l’immagine e la descrizione utilizzando gli Open meta tag Graph. È possibile costruire il pulsante di invio per conto proprio, ma se volete attivare rapidamente il SEND come si fa anche con il pulsante LIKE , è possibile aggiungere semplicemente send = true come un attributo al codice del tasto Like già esistente. Questa modifica attiverà il testo mi piace ed il testo Send, uno accanto all’altro. Se volete attivare il vostro pulsante SEND potete accedere alla pagina Developer.

Il pulsante ha le seguenti proprietà:

  • Href: indirizzo da spedire
  • Font: il tipo di carattere da visualizzare nel pulsante. Opzioni: ‘Arial’, ‘Lucida Grande’, ‘Segoe UI’, ‘Tahoma’, ‘ms trabucco’, ‘Verdana’
  • Colorscheme: la combinazione di colori per il pulsante. Opzioni: ‘luce’, ‘dark’
  • Ref: un’etichetta per il monitoraggio del numero di click provenienti da una specifica pagina; Questo valore deve essere inferiore a 50 caratteri e può contenere caratteri alfanumerici e alcuni segni di punteggiatura (attualmente +/=-.:_). Specificando l’attributo ref si aggiunge il parametro ‘fb_ref’ all’URL del referrer quando un utente fa clic su un link dal plugin.

Quello che vedete qui sotto è l’implementazione del bottone all’interno del mio sito (lo trovate in alto a destra).

Per sapere se qualcuno utilizza il tasto SEND è possibile, attraverso un minimo di programmazione in JS, intercettare l’evento dell’invio utilizzando il ‘message.send’ del FB.Event.subscribe. Se avete la necessità di modificare la lingua del vostro tasto e volete per esempio utilizzare l’italiano (SEND -> INVIA) dovete semplicemente modificare il codice della lingua da en_US ad it_IT (se state utilizzando XFBML) oppure modificare il parametro “…?locale=en_US &…” presente nella URL del vostro iFrame.

Per quanto riguarda l’analisi del traffico generato, Facebook comunica che nelle prossime settimane rilascerà il parametro ‘ref’ per il plugin e si potrà quindi utilizzare Insight per il monitoraggio del traffico generato. E’ importante segnalare che gli invii generati dal SEND saranno conteggiati nel numero totale dei Like. Il totale dei Like sarà quindi calcolato sommando il numero di preferenze, azioni, commenti e messaggi di posta in arrivo contenente un URL.

Ho provato il servizio autoinviandomi un messaggio sia verso la mia casella di posta Gmail, che verso la posta di Facebook e verso un gruppo al quale sono iscritto, segnalando il mio blog: l’effetto è immediato. Nei gruppi viene visto come un post, mentre verso la posta elettronica e verso un account è visto come un messaggio di chat.

Io sono sicuro che il pulsante Send diventerà “onnipresente” sui siti internet come il pulsante Mi piace.

 

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Google +1, come si attiva, come funziona e gli effetti sulla rete

Un paio di giorni fa Google, dopo un post su blogspot nel Webmaster Central, ha attivato Google +1 e in rete si è sentito e letto molto dell’effetto che questa nuova funzionalità dovrebbe avere sulle ricerche. Qui potete visualizzare il video Introducing the +1 Button pubblicato su Youtube.

Attualmente Google + 1 è attivo solo nella versione Inglese e per attivarlo è necessario seguire una semplice procedura. Prima di tutto è necessario aver attivato un profilo pubblico su Google Profile e poi spostare il proprio account alla versione inglese di Google per poter accedere a Google.com (e non al .IT). Per poter effettuare questa modifica è sufficiente accedere alla home page classica di Google e premere “Google.com in English“. Una volta completato questo passaggio vi accorgerete di avere un interfaccia leggermente diversa, ma soprattutto in inglese! Da questo momento in poi il vostro profilo sarà impostato (se non l’avevate già) sulla versione in Inglese. Personalmente consiglio l’utilizzo di questa versione di default.

Ora per poter attivare ed accedere alle funzionalità di Google +1 entrate nel Labs di Google, precisamente nella sezione Experimental Search dove troverete le ultime idee in sviluppo e che potete attivare per poterle utilizzare e testare prima dell’ufficializzazione.

 

Attivazione Google +1

Per attivare la funzionalità premete il tasto Join this experiments riportato alla destra del nome del nuovo servizio da attivare. Una volta attivata la funzionalità (vedrete apparire una scritta This is your selected experiment. Leave). Attivazione completata!

Ora sarà sufficiente tornare sulla home page di Google.com e procedere con una ricerca, niente di più facile. Noterete che vicino ad ogni risultato apparirà il nuovo tastino di +1, una scritta che riporta il numero delle persone che hanno effettuato lo share (You +1’d this pubblicity) del risultato e l’elenco delle fototo degli avatar degli utenti che hanno effettuato la condivisione. Una volta cliccato sul pulsante +1 il colore del pulsante cambierà e diventerà colorato, ad indicarvi che avete già espresso la vostra preferenza per quel link.

Risultato della Ricerca "Fabio Lalli"

Quando cliccate sul tasto per esprimere una preferenza, Google vi mostrerà una pagina in un popup nella quale vi chiederà di confermare la vostra preferenza e personalizzare il vostro profilo di Google affinchè i risultati selezionati possano esser raccolti in una pagina e consultati successivamente.

Esprimere una preferenza con Google +1

Da questa pagina è possibile accedere alle Privacy Policy che consiglio di leggere per due motivi:

  1. dalla pagina delle Policy potete capire in che modo verrà utilizzata la vostra preferenza
  2. dalla pagina delle Policy si può accedere alla funzione di configurazione OPT-out di Google e poter decidere se far apparire il vostro nome nel risultato di ricerca di altri utenti, al fine di influenzare la decisione di altri utenti.

Impostazioni OPT-out Google +1

Fatto tutto questo, e selezionate le vostre preferenze, ecco che vedrete apparire nel vostro Google Profile un tab riservato ed accessibile solo a voi, all’interno del quale verranno aggregate tutte le vostre scelte.

Google Profile e attivazione del tab +1

Per i blogger, gli sviluppatori ed i proprietari di siti internet, sarà presto un’altro bottoncino da “appiccicare” sul proprio sito, ma anche se per adesso non è attivo, è possibile farne richiesta su una apposita pagina web.

Anche se la funzionalità Google+1 può sembrare la risposta immediata al «Like» di Facebook, non è così. Le due funzioni (Like e +1) esprimono la nostra preferenza in modo diverso: il «Like» di Facebook esprime il nostro gradimento su un particolare contenuto all’interno di Facebook, di un sito o di un blog e si propaga all’interno di Facebook stesso, mentre il +1 di Google influenza direttamente i risultati di ricerca, AdWords e AdSense andando a definire un parametro di “meritocrazia” della rete.

Praticamente il valore di un contenuto si sposta sempre più nelle mani degli utenti, che saranno sempre più in grado di influenzare le scelte delle ricerche su internet.

 

UPDATE 01/06/2011 : Google pochi minuti fa mi ha attivato la funzionalità (come ad altri utenti) e così ho realizzato al volo un plugIn per poter inserire il bottoncino di Google + 1 all’interno di WordPress. Potete scaricarlo da questa pagina: https://fabiolalli.com/google1button

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HandwritingMe, dall’email alla lettera. Su carta.

Pochi giorni fa ho ricevuto una lettera. Sì sì, una lettera di carta, come quelle che non siamo più abituati a ricevere, non una email.

Quando la lettera è stata consegnata, io non ero a casa. Mia moglie, dopo averla trovata nella cassetta della posta mi ha chiamato al cellulare e mi ha detto: “Hai ricevuto una lettera“, ed io “Una multa?“. “No, no, una lettera scritta a mano, con una piuma stampata sopra“. Ho capito subito di cosa si trattava avendo già visto alcune foto scattate da altri ma, nemmeno il tempo di riflettere e spiegare a mia moglie l’idea del progetto, che mi fa: “Ma non eri quello tutto tecnologico e 2.0? Adesso da dove esce fuori questa cosa romantica della lettera scritta a mano ?“.

In effetti è vero, non ricevo lettere scritte a mano da tempo. Forse l’ultima volta era la lettera di un amico con il quale ho fatto il militare e che mi scriveva gli auguri di Natale dalla Germania e mi raccontava del suo ultimo anno professionale. Io non scrivo una lettera da tempo immemore, la penna la utilizzo per firmare qualche documento e prendere qualche appunto sulla Moleskine, al massimo scrivo la lista della spesa (quando non uso l’iphone) e ogni tanto scrivo qualche biglietto a mia moglie. La mia calligrafia è peggiorata tantissimo negli ultimi anni e quando scrivo, cercando di andare alla stessa velocità della tastiera, faccio mille errori.

Il grande Luca Volpi (@foxarts) è riuscito a farmi trovare la voglia di scrivere qualche riga grazie ad un idea tanto semplice, quanto affascinante. Il progetto si chiama HandwritingMe e come si può leggere sul blog:

…il concetto è semplice e serve per riscoprire il piacere di un gesto, di un pensiero e di un momento come quello di scrivere una lettera di carta e penna ed inviarla, ascoltando e percependo quella magia dell’attesa e della sorpresa nel trovare nella cassetta delle lettere una “missiva” a voi dedicata.

Niente altro: nessun obiettivo particolare, nessun business, nessun ritorno. Tutto il vantaggio può essere nel trovare qualcuno che risponde e che, nell’era delle veloci email e nei post lampo, dedichi un po’ di piacere in un foglio di carta, nella scelta di una penna adeguata e nel cercare una rossa cassetta dove completare la propria opera.

Un sorriso, niente di più. Puro divertimento. Se ti va di partecipare, gratuitamente :), lasciami il tuo indirizzo e ti invierò una lettera in carta e penna. Insomma, una di quelle vere…

Anche se non conoscete Luca e volete riscoprire l’emozione dell’attesa di una lettera, potete scrivergli un messaggio e mandargli il vostro indirizzo. Luca vi scriverà. Io l’ho fatto e la lettera è arrivata. Ci ho messo un pò a leggerla, visto che sembra scritta dal mio medico, ma il contenuto mi ha emozionato.

Ci tengo a dire che io e Luca ci conosciamo da poco tempo in effetti: tutto è iniziato da twitter, poi Facebook e poi un paio d’ore davanti ad un bicchiere di vino a Milano, tanto per dare un volto ad un nome in rete. E’ iniziata una di quelle amicizie che ti sembra di aver sempre avuto, quelle affinità particolari che ti fanno pensare che quella persona la conosci da tempo. Non è la prima volta che mi succede, e questo sempre con persone conosciute tramite la rete.

Poi questa lettera non ha fatto altro che consolidare quello che già pensavo. Grazie Luca, sei una persona eccezionale.

PS: ti arriverà la mia a breve 😉

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