Se le aziende perdono le persone che pensano

Ci penso spesso, ultimamente.

Viviamo in un epoca in cui la tecnologia è ovunque, l’automazione accelera, l’AI sta segnando un momento di cambiamento dagli impatti ancora indefinibili, e le aziende parlano solo di numeri, efficienza, KPI.

Ma che fine fanno le persone che pensano? Quelle che si fermano, riflettono, immaginano. Quelle che guardano oltre, che non si limitano a eseguire. Ho visto aziende perdere talento, non perché mancassero strumenti o risorse, ma perché non davano e avevano più spazio per le idee, per la curiosità, per il coraggio di sfidare le regole.

È come se, nella corsa verso il futuro, ci si dimenticasse che a guidare tutto questo dovrebbe esserci il pensiero.

E non parlo solo di strategia, ma di quel pensiero umano, creativo, imperfetto, che dà senso a tutto il resto.

Quando un’azienda perde chi pensa, non perde solo persone. Perde prospettiva, perde capacità di innovare davvero, perde la sua anima. L’anima, quella di cui più volte ho parlato in questi anni, e che De Masi nei “I sogni dell’impresa” raccontava benissimo.

E questo mi spaventa, perché il rischio è di ritrovarci con organizzazioni che funzionano come macchine: efficienti, sì, ma vuote.

Io credo che trattenere chi pensa, chi sogna, chi costruisce visioni sia la vera sfida.

Ed è anche un messaggio per me stesso, per ricordarmi che il pensiero va coltivato, difeso, protetto, sempre.

L’obsolescenza delle competenze. Abbiamo bisogno ancora di imparare?

Sabato scorso, al festival di Medioera a Viterbo, ho avuto l’opportunità di rispondere a 11 delle 50 domande affrontate nel mio libro “L’AI non è quello che pensi”. Ho scelto i punti più curiosi e quelli su cui spesso lo scetticismo è più forte, approfondendo temi come il futuro delle competenze, il rapporto tra AI e capacità critica, e il rischio di una società sempre più dipendente dalla tecnologia.

Uno dei temi centrali del mio intervento è stato l’obsolescenza delle competenze. L’AI accelera inevitabilmente la velocità con cui ciò che sappiamo diventa obsoleto. Non basta più apprendere una volta sola; oggi la vera sfida è imparare come imparare.

Elga Nowotny, in Le Macchine di Dio, chiama questo rischio auto-appiattimento: non solo rischiamo di delegare troppo, ma anche di smettere di sviluppare un pensiero critico. Se consumiamo passivamente informazioni generate dall’AI senza metterle in discussione, diventiamo spettatori passivi. Qui, l’obsolescenza delle competenze si intreccia con una questione più ampia: la nostra autonomia intellettuale.

L’AI, infatti, non “pensa”, ma “calcola”. Non ha valori, emozioni o coscienza. Eppure, spesso tendiamo a trattarla come una fonte di verità assoluta. Questo può portarci a una passività intellettuale pericolosa, in cui accettiamo tutto ciò che viene proposto senza metterlo in discussione.

Eppure, l’AI può (e dovrebbe) essere uno strumento straordinario per amplificare le nostre capacità. Come ho detto durante lo speech, l’AI è uno specchio: riflette il meglio o amplifica il peggio di noi. Non è una minaccia né una salvezza, ma un’opportunità per sviluppare una nuova alfabetizzazione digitale e una capacità critica che ci permettano di costruire con questa tecnologia qualcosa di significativo.

Su questo punto, una delle domande su cui si è posato più l’interesse della platea è stata: “Con l’AI non ci servirà più imparare?”

A prima vista, potrebbe sembrare che, grazie all’intelligenza artificiale, non avremo più bisogno di accumulare conoscenze o competenze, dato che possiamo delegare il lavoro pesante alle macchine. Ma è davvero così?

La risposta è complessa e ci porta dritti al cuore di una trasformazione epocale: l’obsolescenza delle competenze. Ciò che impariamo oggi rischia di diventare irrilevante in tempi brevissimi, in un contesto in cui il ritmo di sviluppo del nuovo è così veloce da non permettere di consolidare quanto appreso.

L’AI sta ridisegnando il mondo del lavoro e il nostro rapporto con l’apprendimento. Non si tratta di non dover più imparare, ma di imparare in modo diverso e molto più velocemente. Le competenze che oggi riteniamo essenziali potrebbero diventare superflue in pochi anni. L’unica vera competenza per il futuro sarà la capacità di imparare continuamente. L’apprendimento non sarà più un processo statico legato alla formazione scolastica, ma un viaggio dinamico che ci accompagnerà per tutta la vita.

L’AI non sostituirà mai del tutto la nostra capacità di giudizio, ma potrebbe renderci dipendenti se non impariamo a governarla. Per questo, oltre ad aggiornare le nostre competenze tecniche, dobbiamo sviluppare capacità trasversali come l’analisi critica, la creatività e l’adattabilità. L’AI non elimina la necessità di imparare, ma trasforma il come e il cosaimpariamo.

Non basta più sapere. Dobbiamo saper cercare, collegare e creare. Non possiamo limitarci a memorizzare nozioni; dobbiamo comprendere i processi e i modelli che ci permettono di innovare. L’AI, come tutte le tecnologie, non dovrebbero renderci meno responsabili; al contrario, le innovazioni ci chiedono di assumere un ruolo attivo nell’interpretazione e nell’utilizzo, ed in particolare, con l’AI, nell’utilizzo dei dati. Paolo Benanti, parlando di algoretica, ci invita a non fermarci all’automatismo ma a sviluppare una consapevolezza critica sull’impatto degli algoritmi.

Imparare, quindi, non è solo una necessità, ma un atto di resistenza. Resistenza contro l’appiattimento (già amplificato da social e algoritmi), contro la tentazione di delegare tutto alla tecnologia.

L’idea che l’AI possa liberarci dal bisogno di imparare è una semplificazione pericolosa. Piuttosto, ci spinge a imparare di più, con nuove metodologie e a velocità mai viste prima. L’intelligenza artificiale deve essere un catalizzatore per un apprendimento più profondo, che possa abilitarci sempre più curiosità e spirito critico.

Forse la domanda giusta è: siamo pronti a reinventare il nostro modo di imparare?

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Nel libro “L’AI non è quello che pensi” trovi altre 49 domande e risposte semplici.

L’intersezione tra Creatività e Intelligenza Artificiale: Una nuova era di possibilità

L’intelligenza artificiale (IA) ha raggiunto un livello di evoluzione tale da permeare molteplici ambiti della nostra vita quotidiana. Mentre molti potrebbero temere che l’IA possa soppiantare la creatività umana, ci troviamo invece di fronte a un’opportunità senza precedenti. In questa nuova era digitale, la creatività e l’IA si intrecciano per dar vita a risultati straordinari. Gli ambiti di impatto, positivo, sono diversi.

Amplificazione delle capacità creative

L’IA agisce come un catalizzatore per l’espressione creativa umana. Grazie alla sua capacità di apprendimento automatico e generazione di contenuti, l’IA può aiutare a superare ostacoli e stimolare la creatività. I suoi algoritmi analizzano una vasta quantità di dati, aprendo nuovi orizzonti e fornendo spunti innovativi. L’IA può suggerire combinazioni inaspettate, aprire nuove prospettive e potenziare le capacità creative degli individui.

Automazione delle attività ripetitive

L’IA consente di automatizzare compiti ripetitivi e meccanici, liberando così tempo e risorse per attività creative di alto livello. Attività come la creazione di grafica, l’editing di immagini e video o la generazione di testi possono essere delegate all’IA, consentendo ai professionisti creativi di concentrarsi su compiti più complessi e concettuali. Questa automazione migliora l’efficienza e stimola l’innovazione.

Sviluppo di nuove forme di espressione

L’IA sta aprendo nuove strade per l’espressione creativa. Grazie alla generazione di contenuti e alla manipolazione di dati, siamo testimoni di nuove forme artistiche e di narrazione. L’IA può creare opere d’arte, generare melodie, scrivere poesie e persino creare sceneggiature. Questa collaborazione tra l’IA e gli artisti umani sta ampliando il nostro concetto di creatività e aprendo possibilità inesplorate.

Sfide e responsabilità

Nonostante i progressi dell’IA, sorgono alcune sfide. La necessità di mantenere un equilibrio tra l’automazione e l’espressione umana è fondamentale. L’IA non deve essere vista come un sostituto della creatività umana, ma come un potente strumento da utilizzare con intelligenza. È importante sviluppare un’etica dell’IA che consideri l’impatto sociale, la privacy e l’equità nella creazione e nell’utilizzo dei modelli di intelligenza artificiale.

Il ruolo dell’umanità nella creatività

Nonostante l’avanzamento dell’IA, il ruolo degli esseri umani nella creatività rimane irrinunciabile. La capacità di pensiero critico, di immaginazione e di connessione emotiva sono caratteristiche che distinguono la creatività umana. L’IA può fornire strumenti e spunti, ma è la mente umana che conferisce significato e valore all’arte e alla creatività stessa. La sfida per i creativi consiste nel padroneggiare l’IA, sfruttandola come alleato e amplificatore delle proprie capacità e non come strumento di appiattimento.

L’IA rappresenta una svolta significativa per la creatività umana. Le sue potenzialità e l’automazione delle attività ripetitive aprono nuovi orizzonti per gli artisti, i designer, i musicisti e i creativi di ogni settore.

Ritengo importante mantenere un approccio equilibrato, riconoscendo il valore irrinunciabile dell’espressione umana e affrontando le sfide etiche che l’IA comporta. L’interazione tra creatività e intelligenza artificiale è destinata a ridefinire il panorama artistico e a stimolare nuove forme di espressione che arricchiranno la nostra società.

Il futuro del Metaverso tra Inclusione, Diversità, Equità, Accessibilità e Sicurezza (IDEAS)

Siamo umani, e abbiamo un bisogno innato di comunicare con gli altri per sviluppare interazioni sociali. 

La società attuale sta vivendo una transizione dalle tecnologie digitali alle tecnologie immersive che faciliteranno le interazioni, la socializzazione e la comunicazione, traversalmente, in tutto il mondo. 

Queste tecnologie hanno il potenziale di plasmare un’esperienza utente completamente nuova e di generare forme di interazioni tra persone, tecnologia e spazi diverse da quanto abbiamo vissuto fino ad oggi. 

Nonostante i Digital twins, i Virtual twins e le esperienze immersive in 3D siano presenti da più di un decennio, la recente esplosione di temi come Metaverso, AR/VR ha portato diverse aziende tech ad investire budget considerevoli per sviluppare ambienti digitali, virtuali e immersivi: da metavers ad omniversi o anche multiversi. 

Il metaverso, attualmente conosciuto come un insieme di spazi digitali, tra cui esperienze immersive in 3D interconnesse, consente alle persone di essere rappresentate virtualmente da avatar in un ambiente immersivo digitale in cui possono connettersi, socializzare, lavorare, vivere simulazioni ed esplorare spazi con altre persone che non sono fisicamente presenti. 

Ci sono diverse sfumature che attualmente caratterizzano queste ambientazioni immersive: dal fornire nuove esperienze sensoriali, feedback cognitivi e anche di più rispetto a ciò che le persone possono sperimentare attualmente con smartphone, tablet, computer e altri dispositivi elettronici di consumo mainstream.

I confini di ciò che l’immersività potrebbe essere e di ciò che le persone potrebbero fare con tutto questo sono solo determinati dalle abilità immaginative dell’uomo. 

Mentre molte opportunità stanno emergendo, si presentano anche diverse sfide. Recentemente, l’Istituto di Digital Fashion, in collaborazione con il Circular Fashion Summit, ha riportato che gli avatar non riescono a rappresentare le identità degli utenti che desiderano esprimere a causa di ancora attuali limiti.

Considerando gli aspetti comportamentali e sociali di Inclusione, Diversità, Equità, Accessibilità e Sicurezza (IDEAS) nel mondo digitale, questa ricerca esplora con uno studio qualitativo l’impatto sociale che il metaverso avrà sugli esseri umani e le direzioni che le aziende devono intraprendere per massimizzare le opportunità e fornire un livello di immersività accessibile, sicuro, inclusivo che garantisca equità e diversità.

Qui il report https://link.mtvrs.it/Inclusive-Metaverse

Una buona ed una cattiva notizia sull’Intelligenza Artificiale

Buona notizia: l’AI non vi sostituirà come professionisti o aziende
Cattiva notizia: lo farà una persona o una azienda che usa l’AI

Dopo mesi di lavoro, generando oltre centinaia immagini, centinaia di testi, facendo prove di integrazione con script e tools terze parti, oltre ad aver tenuto corsi sugli impatti dell’AI davanti a creativi, professionisti e universitari, e confronti su pro e contro, ho maturato una certezza, e resa ancora più radicata: non c’è nel futuro un modello che non preveda l’utilizzo di un sistema di Intelligenza Artificiale.

Abbiamo tirato fuori il genio dalla lampada e non credo che saremo più in grado di rimetterlo dentro.

I risultati che si vedono già in questi giorni di hype ne sono l’esempio.

Dopo aver letto alcuni libri (Power and Prediction e Le macchine di Dio) durante questo periodo di ferie, inoltre, mi è ancora più chiara una idea: la tecnologia è e sarà sempre lo strumento, il potenziamento e l’opportunità per l’uomo, ma servono e serviranno di più esseri umani, con nuove skill e capacità interpretative, per portare tali tecnologie all’eccellenza e alla massima espressione. Sempre di più.

L’AI ci aiuterà ad essere più efficaci, a sviluppare operazioni specifiche, ad eseguire compiti ripetitivi più velocemente e ad automatizzare molto lavoro manuale e supportarci nei processi di ricerca e razionalizzazione.

Finalmente abbiamo l’opportunità di recuperare alcune di quelle risorse e quel tempo che abbiamo perso negli anni a causa di modelli e processi economici fatti eccessi, di tagli di risorse, di tempi folli e di dispersione della creatività e della ricerca del risultato a tutti i costi.

Questa onda tecnologica sta creando un potenziale spazio per concentrarsi di più su temi importanti, su idee migliori e più creative, invece di trovarci a fare operazioni noiose in cui il valore apportato è minimo, o ancora peggio dover spendere tempo ad attendere operazioni che possono esser fatte rapidamente e senza un impatto su altri.

Voglio alzare ancora di più la preoccupazione di chi non sta al passo con i tempi e tende a rimanere indietro perché è sempre diffidente verso il cambiamento: bene, sappiate che se fino a questo momento avete perso l’opportunità di utilizzare strumenti basati sull’AI, è ora di farlo.

Perché? Perché quello che succederà a partire da adesso, nei prossimi tempi, è che ogni creativo, ogni azienda che non dedicherà tempo e budget all’apprendimento, e all’utilizzo di strumenti di AI presto rimarrà molto (sottolineo molto) indietro e sarà costretto un giorno a imparare rincorrendo qualcuno che avrà preso talmente tanta distanza da diventare impossibile da recuperare.

Siamo ancora all’inizio, ma la velocità di sviluppo e crescita sta andando ad una nuova velocità.

Abbracciamo e rendiamo complementare questo cambiamento, lavorandoci insieme: non è una minaccia, ma una grande opportunità di sviluppo evolutivo.

È tempo di ragionarci in modo strutturato. Parliamone.

Perchè l’immaginazione è più importante della conoscenza

Dell’immaginazione e della conoscenza ne ho scritto circa 11 anni fa, e ancora oggi continuo a domandarmi costantemente se è vero che l’immaginazione è più importante della conoscenza. Sono arrivato, dopo diverse letture in questi anni ad una mia risposta: l’immaginazione ci permette di vedere le cose in modo diverso e di pensare in modo creativo, aiutandoci a trovare nuove interpretazioni e significati nella conoscenza che già possediamo e che ci abilita allo sviluppo e al progresso.

Senza immaginazione, saremmo limitati alla conoscenza esistente e non saremmo in grado di andare oltre i confini della nostra attuale comprensione del mondo. L’immaginazione ci permette di sognare il possibile e di batterci per realizzarlo, spingendoci a progredire e a scoprire nuove verità.

Nella letteratura sono tanti i nomi di filosofi, pensatori, scienziati, scrittori e poeti che hanno trattato il tema e sostenuto che l’immaginazione sia in qualche modo superiore alla conoscenza e che in questi anni mi hanno aiutato in questo percorso di interpretazione: l’immaginazione e la conoscenza sono entrambe importanti per il pensiero critico e la comprensione del mondo che ci circonda.

Ma perché l’immaginazione dovremmo considerarla più importante della conoscenza?

Per cominciare, l’immaginazione ci permette di vedere le cose in modo diverso e di pensare in modo creativo. Steve Jobs ha affermato: La creatività è solo collegare le cose. Quando chiedi ai creativi come hanno fatto qualcosa, si sentono un po’ in colpa perché in realtà non l’hanno fatto, hanno solo visto qualcosa“.

Anche Bruno Munari, nel libro Fantasia, ha scritto “La fantasia l’invenzione la creatività pensano, l’immaginazione vede“.

Oliviero Toscani, durante un evento del 2021, parlano di arte e fotografia, ha detto “L’immaginazione, intesa come creatività, è un surplus di energia, intelligenza e di sensibilità, è quella possibilità che sta fra il cuore e il cervello. Se non ci fosse immaginazione non ci sarebbe imprenditorialità, non ci sarebbe industria e quindi progresso ed economia. Chi amministra la immaginazione creativa e la soffoca e la frena invece di incoraggiarla, ha la paradossale responsabilità di agire contro gli interessi economici che dice di difendere. L’immaginazione è Genesi: nascita, forza divina, energia, fantasia, sofferenza, impegno, fede, generosità. L’immaginazione deve essere visionaria, sovversiva, disturbante. Comunque sia deve essere innovatrice, deve spingere idee e concetti, deve mettere in discussione stereotipi e vecchi moduli. L’immaginazione ha bisogno di energia e di coraggio“.

Nonostante l’importanza dell’immaginazione, la conoscenza rimane fondamentale per la comprensione del mondo. Come ha detto Albert Einstein, appunto nella celebre frase da cui parte tutta questa riflessione: “La conoscenza è limitata, mentre l’immaginazione abbraccia l’intero mondo, stimolando il progresso, dando alito ai sogni e ispirando il risveglio“. La conoscenza ci fornisce una base di informazioni e di comprensione del mondo basata sulla realtà, e ci permette di fare scelte informate.

Infine Maria Montessori, parlando del metodo educativo, definisce così l’immaginazione “Vera forma dell’intelligenza umana, la capacità immaginativa è fortemente legata al linguaggio, allo sviluppo sociale, alla creatività in ambito sia artistico che scientifico e ad ogni forma di pensiero logico astratto“.

Una delle definizioni più belle che ho trovato in rete relativa all’Immaginazione è la seguente:

Una facoltà (del pensiero) che ci permette di spostare la nostra coscienza (centro di attenzione ed intenzione) da un luogo prossimale ad uno distale, che può essere: nel passato (memoria), futuro (prospettive) o in una realtà inventata.

L’immaginazione e la conoscenza ritengo siano importanti e fondamentali per il pensiero critico e la comprensione di quello che abbiamo di fronte agli occhi, ma l’immaginazione ci permette di vedere le cose da angolazioni differenti, di attivare un pensiero laterale e di sognare il possibile e l’impossibile.

L’Era della Creatività Artificiale

L’intelligenza artificiale sta conquistando il mondo (almeno così sembra dall’hype delle ultime settimane e forse lo stava già iniziando a fare prima di questa wave).

Siamo stati travolti da strumenti di AI generativa come #ChatGPT#Midjourney#stablediffusion#Lensa o #DALL•E, ma questo a mio avviso è solo l’inizio di un processo di adozione molto più ampio e che vedrà nel 2023 nuove progettualità fortemente orientate all’integrazione di sistemi di AI in diversi processi di business.

L’avvento di questi strumenti di AI pone oggi la seguente – frequente – domanda: cosa significa essere un creativo nell’età della creatività artificiale?

La creatività artificiale è un nuovo spazio sottile tra macchina e uomo, tra produttività e creatività, che influenzerà la vita di miliardi di lavoratori nei prossimi anni. Alcuni lavori verranno sostituiti, altri verranno potenziati e molti altri verranno reinventati in modo irriconoscibile.

Più tardi pubblico un approfondimento perché questa chart mi ha stimolato una enorme riflessione (che sto scrivendo). Intanto vi condivido questo landscape interessante.

🔥 C’è di più… molto, molto di più in arrivo!

Se ti interessano questi temi (e vuoi esser aggiornato su prossimi contenuti) ne scrivo qui Fabio Lalli e sul gruppo Telegram #MTVRS qui https://t.me/mtvrs_it

Differenza tra metaverso e web3: non è solo una questione di termini

Dovunque oggi ci si giri si parla di Metaverso, NFT, Virtual Reality e Web3, ma spesso si fa confusione su tanti concetti, accavallandone significati e termini, se non addirittura finalità e metodo. In particolare l’errore più frequente che sento durante la narrativa mediatica è quella di confondere concettualmente il significato senza fare differenza tra metaverso e web3.

Provo a fare chiarezza sui due temi, visto che mi trovo spesso a spiegarlo e “discuterne” in rete, cercando di definire la differenza tra metaverso e web3, e partendo da un concetto di base: sono due tematiche convergenti e complementari, ma differenti.

Il Web3.

Da una parte c’è il web3, di cui ufficialmente non esiste una definizione univoca e comune a tutti, e che ha vissuto due fasi diverse nella loro caratterizzazione e definizione del termine in questi anni. Una prima definizione secondo la visione dello stesso Tim Berners-Lee, creatore del WWW, circa vent’anni fa, vedeva il Web 3.0 come un web semantico, intelligente, grazie alla sua forte caratterizzazione derivante dai dati e alimentata dai servizi evolutivi dell’Intelligenza Artificiale.

Recentemente, la necessità di cercare una soluzione alternativa al modello di internet che si è sviluppato intorno ai grandi player aggregati del GAFAM e BATX, fortemente centralizzato, ha dato luogo al Web3, i cui concetti non escludono la definizione iniziale di web3, ma si differenziano in nella componente tecnologica infrastrutturale: infatti alla base di questa definizione si aggiunge il concetto di web decentralizzato e basato su blockchain.

L’obiettivo quindi alla base dei principi della nuova fase del Web3 è quello di contrastare la supremazia degli shareholder delle grandi piattaforme web in una direzione di un internet più utente centrico e distribuito, e che veda un passaggio forte dal principio Read/Write (del Web2.0) al Read/Write/Own (del Web 3.0) e che di conseguenza vuole far uso di una grande varietà di tecnologie, la cui maturità oggi è maggiore e fortemente convergente: in particolare blockchain, Not Fungible Token (NFT), crypto (DeFi), Decentralized Autonoumus Organizzation (DAO), Intelligenza Artificiale (AI), realtà aumentata (AR), realtà virtuale (VR) e big data & analytics.

In parole povere, il web 3 nasce con l’obiettivo di non alimentare più di dati (e quindi business) solo i grandi servizi centralizzati, illudendo l’utente che sia tutto gratis come accade appunto nella fase Web 2.0, ma trasformare gli utenti in veri owner dei propri dati in grado di guadagnare grazie alla loro presenza, scelte di utilizzo e alle loro attività online, dando ad internet una dimensione inclusiva ed equilibrata.

Il Metaverso.

Dall’altra parte c’è il tema della definizione e visione di Metaverso, che nasce dalla convergenza temporale e dalla maturità di diverse tecnologie, competenze (VR, Hardware Technology, User Interface, Connettività, Gaming) ed mira a definire la convergenza tra fisico e e virtuale e che ha come base centrale del principio l’immersività e la collaborazione, e che – a mio avviso – non necessita necessariamente della blockchain: avremo sicuramente piattaforme di metaverso blockchain based, ma non sarà secondo me l’unica ed imprescindibile soluzione e possibilità.


Non c’è dubbio che si tratti di tematiche oggi in sovrapposizione narrativa (spesso confuse), fortemente complementari progettualmente e virtuosamente convergenti.

Differenza tra metaverso e web3.

C’è quindi Differenza tra metaverso e web3, secondo me si, e nell’immagine qui di seguito è ben sintetizzato.

 

 

I rischi del Metaverso

Fino ad un po’ di anni fa la diffidenza e la non comprensione del nuovo e del futuro rallentava il processo decisionale di molti, creando spesso condizioni di ritardo nel cambiamento e adozione : pensate all’ingresso in internet, all’ecommerce, al social e via dicendo.
In parte questo ritardo per quanto creasse condizioni di svantaggio e competitività, mitigava i rischi potenziali derivanti da non consapevolezza e comprensione.
Oggi per via della paura di rimanere fuori dai grandi cambiamenti abbiamo imparato a muoverci più velocemente e lanciarci nel nuovo con meno inibizione, ma in tanti casi stiamo perdendo di vista la componente razionale che consente di rallentare quando necessario, pensare, interpretare e comprendere, esponendoci di conseguenza ad una pletora di pericoli che sottostimiamo o sottovalutiamo.
E nella rincorsa al metaverso, sta succedendo proprio questo: il futuro verso cui andiamo, bello, affascinante e pieno di opportunità, ha una complessità apparentemente semplice.
Ma non è così.

E se la prossima “disruption” fosse casualità e disattenzione?

Mi ricordo quando viaggiavo in macchina con mio nonno e mia nonna, sarà stato il 1987 circa, avevo 10 anni. Eravamo in una fiat 128 bianca. Trascorrevo dei week end con loro, e andavamo nella casa in campagna. Il viaggio durava oltre un’ora ad una velocità sicuramente più lenta di come la percorrerei oggi. Superata l’autostrada ricordo che percorrevamo un tratto di statale passando paesi e alcuni boschi di cui ancora oggi ricordo i colori dell’estate e dell’autunno. Le strade più strette e le curve, e diversi panorami più o meno vicino lago. Parlavamo con nonno, io e mio fratello, di argomenti di vario genere, e guardavamo fuori dai finestrini giocando a ricordare i paesaggi, le case ed i dettagli.
A distanza di anni, ogni volta che passo da quelle parti, tra quelle strade, ricordo alcune storie e dettagli che mi raccontava mio nonno e sento rievocare emozioni da luoghi profondi del cuore e della memoria che molte volte dimentico di aver provato. Ricordi che solo lì, in quei contesti ed in quei passaggi, riemergono spontanei, belli, piacevoli e che tutt’ora mi accompagnano nel mio percorso e nei mie viaggi.
Poi, adesso, guardo i miei figli, i figli di amici o ascolto confrontandomi spesso con altri genitori quanto oggi sia normale vederli incollati con lo sguardo, con le mani e con la testa a tablet, smartphone, consolle in ogni momento. Incollati a tal punto di non accorgersi cosa succeda intorno, in un viaggio in macchina e ai panorami che non vedono, in famiglia mentre la casa vive di dinamiche, o in mezzo alla gente mentre sorridono guardando allo scambio di un messaggio, ad una notifica arrivata o ad un reward ricevuto.
No, se vi stesse venendo in mente che sono un no-Digital o uno contrario all’utilizzo di giochi, consolle o altro, no vi state sbagliando, anzi. Mattia e Chiara, i miei figli, fin da piccoli li ho spinti e supportati nell’utilizzo del digitale, della programmazione e della robotica, nell’uso degli strumenti e dei software per costruire, apprendere, approfondire e risolvere problematiche.
Oggi però sono un po’ più scettico di questo percorso perché quel digitale a cui ho dato particolare peso ed importanza nel loro percorso formativo, che prima ritenevo una estensione della conoscenza e dell’esperienza e che senza dubbio ha generato delle accelerazioni e delle opportunità, è oggi a mio avviso l’elemento di polarizzazione principale della loro attenzione che non solo non da valore al resto, ma che toglie e fagocita tempo, voglia ed energia mentale. E la forza adesso è più che mai crescente e si sta sviluppando sempre di più in capacità di appagamento continuo, in tempestività e reattività, e nel sapere prima di tutti cosa il bambino vuole tanto da renderlo costantemente stimolato, non annoiato, esaltato e in tutti i sensi (ma soprattutto con tutti i suoi sensi) isolato dal mondo esterno.
Quello che ritengo stia mancando in questo processo di sviluppo a mio avviso è la disattenzione naturale, la gestione della casualità e di conseguenza lo stimolo a tutti quei processi cognitivi derivanti da curiosità e ricerca di risposte che generanno di conseguenza ancoraggio a momenti e ricordi, e quindi al processo di empatizzazione.
Se l’attenzione dei bambini (e anche la nostra se ci pensiamo) è fagocitata da algoritmi, che non lasciano spazio a casualità reale ma solo curiosità veicolata, indotta e che ci isola sempre di più da quello che ci circonda, in che modo potremmo ancorare ricordi e momenti nel contesto, legandoli ad odori, suoni, colori ed emozioni?

E se la prossima “disruption” vera fosse il ritorno alla casualità e disattenzione reale?

L’ho buttata giù così, di getto, senza rileggere, come la sto metabolizzando da giorni, guardando i miei ragazzi mentre li sto sempre più stimolando al disegno, alla ricerca dei dettagli e all’ispirazione che non per forza deve esser legata ad un mondo digitale in cui sono immersi.